One Dimensional Man @ Evol Club [Roma, 15/Marzo/2018]

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Gli One Dimensional Man si formano a Venezia nel 1996. Il primo nucleo comprende Pierpaolo Capovilla al basso e alla voce, Massimo Sartor alla chitarra e Dario Perissutti alla batteria. Una menzione particolare per il ruolo di Ugo Mazzia, manager a tutto tondo e quarto membro effettivo della band. Prendono il nome da “L’uomo a una dimensione”, opera critica del filosofo tedesco Herbert Marcuse, risalente al 1964 e basata sull’appiattimento forzato dell’essere umano causato dall’operato delle civiltà occidentali. Il primo album è omonimo e viene pubblicato dalla Wide Records nel 1997. Il loro assalto indie-noise e post-punk, ossessivo e cantato in inglese, si fa notare ben presto sia dalla critica che dal pubblico. Calcano numerosi palchi in giro per l’Italia, condividendo la scena anche con band di grosso calibro internazionale. Nell’estate del 1998 Sartor lascia, sostituito alla chitarra da Giulio Favero. Il secondo album “1000 Doses Of love” esce nel 2000 sempre per Wide Records e amplia il suono con un blues malato d’ispirazione Birhday Party. Un disco assolutamente meraviglioso. L’anno seguente è quello della consacrazione con la pubblicazione di “You Kill Me” per Gamma Pop. La band è all’apice della forma e un’intensa e infuocata attività live, li farà risultare tra le migliori realtà del panorama indipendente italiano. Nel 2003, dopo il loro primo vero tour europeo, Favero decide di dedicarsi esclusivamente all’attività di produttore, rimanendo comunque nell’orbita della band. Viene sostituito alla chitarra da Carlo Veneziano, ma avrà modo di registrare e missare l’album “Take Me Away”. Uscito nel 2004 per la Ghost Records, mostra un suono più morbido, però con personalità. Nel 2005 Perissutti fa un passo indietro e Francesco Valente prende il suo posto alla batteria. Poco dopo la band si prende una pausa per lasciare spazio al Teatro Degli Orrori. Torna in scena nel 2010 e oltre a Capovilla, troviamo di nuovo Favero alla chitarra e Luca Bottigliero dei Mesmerico alla batteria. Questa formazione incide “A Better Man”, stampato nel 2011 per La Tempesta Dischi. Il disco è interessante, molto variegato e presenta numerosi ospiti. Al termine del tour di promozione segue un’altra pausa di cinque anni. Quindi nel 2017, il frontman Capovilla, si ritrova con Veneziano e Valente per suonare dal vivo e registrare l’album “You Don’t Exist”. Pubblicato a febbraio di quest’anno per La Tempesta International, segna un ritorno a sonorità taglienti e spigolose, mantenendo la consueta attenzione alle tematiche sociali più sensibili.

L’apertura della serata è affidata ai Crimen, che alle 22:40 prendono posto sul palco. Sono un trio: basso e voce, chitarra elettrica, batteria e pad elettronici. Noise, wave e post punk dalla capitale. Ci presentano sei brani del disco che si chiamerà “Silent Animals” ed uscirà a giugno per la Fuzz Club Records. Strappano applausi in una mezzora scura e psichedelica, con una performance muscolare e dinamica. Interessanti. Cambio palco con le selezioni musicali di Frankie goes to Hell, che è autore anche del video collage formato da spezzoni di cult movies montati opportunamente, proiettato in loop sullo schermo a fondo palco per tutta la serata. Si va da “Apocalypse Now” a “Babbo Bastardo”, passando per “Vicini di Casa” e “Dead Man”, poi altri ancora, che è piacevole riconoscere almeno quanto lasciarsi sorprendere. Alle 23:30 le luci si abbassano e parte “The American Dream”, realizzata da effetti sospesi ed una voce esterna che recita scandendo i nomi dei presidenti americani, fino ad un crescendo impro finale. La seguente “In Substance” scatena subito un evidente movimento tellurico. “Free Speech” continua l’impatto della precedente e tutto scorre alla perfezione. “You Don’t Exist” è robusta e genera un headbanging collettivo, mostrando smalto d’altri tempi. “Tell Me Marie” ha della sporcizia addotta persino nel ritornello, che si scrolla di dosso la vena pop originale. “Can’t Find Anyone” ha una gran botta, con basso pulsante e spesso slabbrato, batteria possente e chitarra tagliente. “This Man In Me” parte a schiaffo e decolla. “You Kill Me” fa riaffiorare vecchi ricordi tra sincopi e distorsioni. “In The Middle Of The Storm” è possente e senza sbavature. “No Friends” viene presentato come un brano a cui tengono molto ed eseguito con cura, menando senza scrupoli. Valente fa un gran lavoro di cassa, timpano e rullante, risultando notevole anche visivamente. “Guts” evidenzia un assalto quasi proto metal. Un muro di suono in cui la voce di Capovilla s’incastra perfettamente, inserendosi timbricamente nel mix. Nella pausa si fa offrire una sigaretta dal pubblico, l’accende e chiede al tour manager Enrico un drink dal bar, mentre gli fa tributare un caloroso applauso dalla sala. In “Sad Song” recita in italiano: “l’amore non muore mai, sei tu che lo uccidi ogni giorno” e poi si abbandona in un blues esplosivo, lancinante e magnetico, debitore del Cave più ispirato. Veneziano ha riff sostenuti, distorsioni impeccabili e sostanza da vendere. Il suono generale è buono e gli spettatori gradiscono. Il trittico “Your Wine”, “Marianne” e “Best Friend”, è un omaggio al disco d’esordio ed è pura furia punk iconoclasta, serrato e senza alcuna tregua. Violenza sonica corposa e indulgente. Dal pubblico li vorrebbero addirittura nudi! “No North” è un classico del loro repertorio ed è coinvolgente come pochi. Il riff di chitarra ti buca il cervello. L’incedere indolente diventa mantra nell’interpretazione della band. “We Don’t Need Freedom” omaggia degnamente i Saccharine Trust del 1981, quelli dell’EP “Paganicons” per SST. “Don’t Leave Me Alone” mantiene intatto il mood. Capovilla ringrazia i due compagni per la pazienza ed il pubblico per la comprensione, visto che ha sbagliato qualcosa durante il pezzo. In “Alchool” lo spoken recitato ed urlato del frontman si fa straripante, sfruttando un bordone noise contrappuntato d’eccezione. Quindi fingono di uscire e presentano il bis. Capovilla annuncia “Crying Shame” senza microfono, richiamando la sala ad un’attenzione straordinaria. La ballata parla di fiducia e di come individuare e superare i limiti della propria esistenza. Teme di non riuscire ad arrangiarla bene e infatti a metà brano sbaglia, si ferma e la ricomincia da capo. Ottanta minuti densi, tra passione incondizionata e pura schiettezza rock’n’roll.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore