Ólafur Arnalds @ La Casa 139 [Milano, 6/Novembre/2010]

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Un album da solista (‘Eulogy for Evolution’), tre EP (‘Variations Of Static’, ‘Found Songs’, ‘Dyad 1909’), l’ultimo album, uscito quest’anno, ‘…And They Have Escaped the Weight of Darkness’ e l’ormai famoso tour con i più noti islandesi Sigur Rós hanno consacrato questo pianista e polistrumentista (batterista con Flighting Shit e Celestine oltre che chitarrista) a nuovo astro nascente (23 anni) della new-romantic o new-classic wave. Ólafur Arnalds non si risparmia per nulla nell’attività compositiva. Tutte le sue opere sono state confezionate nel giro di circa quattro anni. Macina, anzi pigia note su note al piano, alla tastiera tirando giù partiture per tutta la band. Molto apprezzato tra i giovani e non solo per i suoi andirivieni classicheggianti sospesi tra luce boreale ed ombre steppose. Le sue composizioni sarebbero perfette per musicare ‘La Foresta Di Cristallo’ di James G. Ballard se solo il libro fosse stato ambientato in Islanda anziché in Camerun. Come nello scritto del ’66, anche Ólafur sembra descriverci un mondo in cui il tempo e lo spazio sembrano un tutt’uno attraverso il fenomeno fisico della cristallizzazione.

E ciò si lo si nota anche nelle sue performance live: la durata di ogni pezzo si dilata e lo spazio fisico tra l’uno e l’altro sembra assumere la funzione di una pausa scritta su di uno spartito. E’ questo quello che abbiamo rilevato stasera alla Casa 139, una sensazione comune a tutti i numerosissimi partecipanti. Mai vista tanta affluenza li dentro. E pensare che, come dice il nome stesso del circolo Arci, la Casa è semplicemente un’abitazione a due piani collocata al civico 139 di Via Ripamonti. Il concerto era fissato per le 21.30, ma solo dopo un’ora e mezza Ólafur si palesa sul palco con il resto della band. Qualcuno tra il pubblico si lamenta, dato che aspettare in piedi e stipati in una seppur ampia stanza non è il massimo. Comincia comunque il concerto e si deve veramente evitare quasi di respirare, tant’è il silenzio che permane intorno. Inoltre i volumi sono regolati al minimo, per dare spessore e risalto alle dinamiche acustiche dei quattro archi. Nel frattempo continua ad entrare gente all’interno del locale, che trova ormai spazio solo sulle scale che collegano i due piani dello stabile. Ólafur da attacchi e stacchi con un sound minimale, poco invasivo nel senso che strimpella note, pochi accordi ed arpeggia a malapena. Ogni pezzo è da lui sagomato e ritagliato su pochi riff per dare la possibilità agli altri musicisti di colorarne le parti, sfumandone i contorni come appunto in un gioco di luci fosche, assopite dal freddo del nord, dell’Islanda appunto. Affondiamo, con gli occhi chiusi, in un’atmosfera magica, incantata, cristallizzata (‘Hægt, Kemur Ljósið’) dove il tempo si muove verticalmente tra il sole e la terra (‘Þú Ert Sólin’, ‘Þú Ert Jörðin’). Tutto il concerto, com’era da aspettarsi, segue lineare senza alcun guizzo tant’è che verso la fine, il pubblico, tra cui il sottoscritto, perde lucidità e comincia a distrarsi. Ottima l’esecuzione, a parte qualche problema tecnico al microfono di una delle violencelliste; decisamente sottodimensionata la location per un pubblico ed un personaggio del genere. Ma tutto sommato lo skyline che Ólafur ha disegnato di fronte ai nostri occhi socchiusi è stato comunque piacevole.

Andrea Rocca

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