Ólafur Arnalds @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 17/Maggio/2013]

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La Chiesa Evangelica Metodista di Roma è un posto che mi conferisce grande pace interiore, nonché uno dei miei posti preferiti per assistere a un concerto nella Capitale. Sita in centro, a pochi passi da Piazza della Repubblica e da quel capolavoro scultoreo dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini, è la location ideale per assistere a live coinvolgenti, intimi, emozionanti. Il contesto perfetto, quindi, per accogliere il talento di Ólafur Arnalds, astro della modern classical, al suo ritorno a Roma a poco più di un anno dall’ultima esibizione in quel del Brancaleone. Le qualità artistiche del ventiseienne islandese non sono più una novità ormai e la certezza di poter assistere ad una grande show si avvertiva già prima di far l’ingresso in chiesa. Tanta la gente seduta sui banchi di fronte e ai lati del palco, oltre a un cospicuo numero di persone in piedi. Non c’è stato il pienone che aveva accolto l’esibizione di The Tallest Man On Earth l’ottobre scorso, ma tant’è. Alle 21.30, come da ruolino di marcia, sale sul palco il buon Ólafur, accompagnato da un quartetto d’archi e da un ulteriore membro della band addetto a synth e affini (lo stesso Arnalds, al momento della presentazione dei suoi sodali, avrà difficoltà a definire precisamente cosa suonasse). Prima di cominciare l’esibizione, il nostro si diletta a far cantare il pubblico, per sciogliere il ghiaccio. Poi è solo silenzio e magia. Le note del piano di Ólafur si affermano leggiadre all’interno della chiesa, fra gli sguardi sognanti del pubblico, incantato dal magnetismo dell’islandese. Gli inserti degli archi sono puntuali, precisi, mai ingombranti, riuscendo perfettamente nell’intento di arricchire il minimalismo pianistico dell’artista. Le incursioni ritmiche di stampo elettronico, poi, ampliano lo spettro sonoro dei pezzi, seppur mai in modo invasivo. L’uso delle luci è minimale, affidato solamente a pochi fari e ad alcuni led che ricordano la forma di candelieri, mentre sullo sfondo vengono proiettate occasionalmente alcune animazioni. I brani proposti, estratti in modo equilibrato dai diversi lavori del compositore islandese, risultano ancora più dilatati dal vivo, talora strizzando l’occhio sommessamente a crescendo di scuola post-rock. Ólafur interagisce spesso e scherza con il pubblico, raccontando anche aneddoti sui brani (ad esempio, la genesi alcolica di ‘Poland’) e cimentandosi buffamente con qualche parola in italiano. Dialoghi che non spezzano la dimensione eterea del live, ma semmai conferiscono umanità e intimità ad un panorama sonoro glaciale ed evocativo. Non basta qualche suono di antifurto o il rombare dei motori fuori ad infrangere l’atmosfera sognante all’interno della chiesa. E quando Ólafur, ritornato sul palco per un unico bis, esegue da solo al piano ‘Lag fyrir ömmu’, il climax è definitivamente raggiunto, con la coda finale del brano esclusivamente suonata dal quartetto d’archi rimasto nella sacrestia/backstage, mentre sul palco cala il buio. Tra il pubblico, a fine concerto, la commozione è visibile e palese. Per un’ora e mezza, siamo stati emotivamente schiavi di un incantesimo ipnotico ed etereo, in una chiesa nel pieno centro di Roma. Mentre fuori il mondo scorreva via nel suo incedere ordinario.

Livio Ghilardi