Okkervil River @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Novembre/2007]

413

La data del 17 Novembre è segnata da almeno un paio di mesi con un bel circoletto rosso nella mia agenda (una di quelle che le banche regalano a natale per invogliare a farti fregare da loro anche l’anno successivo). E’ la terza volta, infatti, che mi viene concessa la possibilità di vedere dal vivo gli Okkervil River, per cui, dopo aver cannato in maniera imperdonabile le prime due, non posso proprio perdere un’altra occasione. Questa è finalmente la volta buona, per cui arrivo di buon’ora al Circolo dove trovo riparo dal freddo siberiano nell’attesa che la band di Austin salga sul palco. Nessun gruppo spalla, la serata è interamente loro. E la aprono con l’epica ‘The War Criminal Rises And Speaks’ con tanto di tromba evocativa che poi tornerà a far capolino anche in diversi altri pezzi. Will Sheff, per via della giacca e della cravata e per la sua acconciatura emo, potrebbe essere scambiato per Jared Leto (o per un qualsiasi cantante di uno di quei gruppi sponsorizzati da MTV per adolescenti sensibili, patetici e brufolosi), ma la sua estetica, per quanto riguarda la musica, è di gran lunga più matura e consapevole grazie anche al suo passato di critico rock e al suo background di stampo letterario.

Cinque sono i musicisti che lo accompagnano con una strumentazione decisamente varia. Il concerto sale di tono con la briosa ‘A Hand To Take Hold Of The Scene’ e l’incalzante ‘Black’; torna ad essere sognante con la ballata ‘A Girl In Port’, velocizzata rispetto all’originale, e la sua conclusiva apoteosi di fiati. C’è spazio anche per l’esercizio di stile di ‘Plus Ones’, dove Sheff si diverte a citare titoli di canzoni (tra le altre dei R.E.M., Paul Simon e Nena) in cui compare un numero, e ad aumentarlo di uno, raccontandoci così una nuova storia. Ma è proprio sul ritornello di questo pezzo che si sente un tonfo e poi il silenzio: è saltata la corrente. Dopo qualche secondo comunque i nostri riescono a portare a termine il brano. Ma all’attacco del successivo la corrente se ne va di nuovo. Mentre si cerca di risolvere il problema (dovuto probabilmente a un cavo difettoso sul palco) Sheff ci intrattiene senza amplificazione con la sua chitarra acustica improvvisando un “talking country”. Il pubblico apprezza la sua buona volontà. Ma, una volta risolto il problema definitivamente, viene a mancare la continuità e l’ottimo inizio viene leggermente penalizzato dopo questo inconveniente, quasi come se il gruppo avesse perso smalto. La ballata in stile sagra paesana con fisarmonica e mandolino convince poco, ‘The Latest Toughs’ suona vuota a causa dell’organo che non vuol saperne di funzionare. Piano piano però il gruppo riesce a trovare la convinzione iniziale e, grazie a brani tesi e spettacolari come la ballabile e coivolgente ‘Unless It’s Kicks’, la nervosa ‘Our Life Is Not A Movie Or Maybe’ e la sguaiata ‘For Real’ coi suoi fendenti improvvisi ed eccitanti, riesce a riportare in tempo il concerto sul binario giusto. Per il bis Will Sheff entra da solo e suona ‘Glow’ (l’unico brano intimista della serata) al piano elettrico, prima di essere raggiunto dai suoi compagni per altri due pezzi tra cui ‘John Allyn Smith Sails’ che conlude il loro ultimo bellissimo album “The Stage Names” (una sorta di concept che è una riflessione sull’attuale mondo dell’entertainment) e che, come nella versione da studio, sfocia nella sempiterna melodia di ‘Sloop John B’ resa famosa dai Beach Boys, a suggellare così una (neanche troppo) disincantata visione postmoderna dell’arte e del suo ruolo nella società.

Daniele Gherardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here