Offlaga Disco Pax @ Zoobar [Roma, 16/Febbraio/2006]

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Uno, due, tre. Tante le volte che negli ultimi sette mesi mi è capitato di assistere ad un concerto degli Offlaga Disco Pax (una media di un concerto ogni due mesi, mica male). Questi tre ragazzi hanno rappresentato il caso musicale della scena indipendente italiana durante l’anno appena trascorso. Voce, basso e chitarra, aiutati da una Mac, un Moog e una tastierina casiotone. Nulla di più semplice. E semplice è anche la loro musica. Minimalista, ripetitiva, ma tuttavia originale, perché avere un ideologo a bassa intensità come Max Collini non è roba da poco. Non canta, no, si limita a recitare, a declamare le sue storie, nelle quali un po’ tutti possiamo ritrovare qualcosa dei nostri anni passati. La maggior parte delle storie è infatti rivolta al passato, ad un passato oramai non più tanto recente, ma nemmeno troppo lontano per essere dimenticato. Un’epoca in cui “socialismo era come l’Universo: in espansione!”. E che la segnaletica stradale, in particolare la toponomastica, ci aiuta a ricordare.

Prologo: che l’interesse intorno agli ODP sia più vivo che mai lo si intuisce dalla lunga fila di persone fuori dello Zoobar. Centinaia di ragazze e ragazzi che aspettano di poter entrare. Il colpo d’occhio all’interno del locale non è tanto diverso, ed è difficile trovare un posto libero quando, quasi in orario, i Masoko aprono le danze. Non passa inosservata la loro esibizione, e io non posso fare a meno di scrivere due righe su questi giovani romani. Qualche mese fa (a maggio duemilacinque) li avevo visti dal vivo al Circolo degli Artisti. Ma non mi avevano steso, anzi. Ieri sera invece devo ammettere di aver provato uno strano piacere nel vedere che questi ragazzi sono migliorati parecchio e promettono più che bene per l’avvenire. Spero di essere presente l’undici marzo al Circolo degli Artisti, quando presenteranno il loro primo album (‘Bubù7te’).

Sigla: Offlaga Disco Pax, collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti. Offlaga Disco Pax rifiuta la socializzazione delle perdite e ritiene la vostra esistenza approssimata per difetto. Iniziano così, con la lettura del loro “manifesto”, i cinque quarti d’ora di socialismo tascabile degli emiliani. La prima cosa che si nota è certamente la staticità e l’immobilità che caratterizza l’esibizione degli ODP, contrapposta alle convulsioni epilettiche dei Masoko. Max Collini è una statua, immobile dietro al microfono, racconta le sue storie con apparente freddezza e distacco, enfatizzando e sottolineando le parole con l’espressività degli occhi, come fosse un attore espressionista nei primi anni del ‘900. Peccato per i problemi con il casiotone durante l’esecuzione della loro rapsodia boema (‘Tatranky’), che spezzano in due il pezzo migliore del gruppo. I tre ci salutano ricordandoci che… Offlaga Disco Pax: tutto il resto è desistenza.

Emanuele Avvisati

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