Offlaga Disco Pax @ Il Cortile di Farmacia [Torino, 4/Luglio/2013]

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Per uno nato in una città figlia degli aiuti piemontesi alla ricostruzione e che ha contraccambiato con una toponomastica troppo sabauda, dal fascismo che “buttava giù le baracche e faceva i palazzi” e dove oggi l’edilizia mafiosa costruisce palazzoni su montagne di sabbia, trovarsi in Via Giolitti dietro Piazza Cavour a Torino ad ascoltare di “quartieri dove il P.C.I. prendeva il 74%” e di “Piazza Lenin e Via Maresciallo Tito” fa un effetto meravigliosamente spiazzante. Il senso di smarrimento e di opposta appartenenza sono alcune delle sensazioni che possono provarsi ad uno spettacolo degli Offlaga Disco Pax. Ma il programma del 4 luglio tenutosi al Cortile della Farmacia era più che un semplice concerto. Fortuna degli spettatori vuole che siano passati già dieci anni da quando è uscito il loro primo album ‘Socialismo Tascabile’, e per festeggiare il loro anniversario di stagno hanno deciso di proporci tutti e tre i loro album spalmati in una intera serata.
 “Era la prima volta” – questo il nome dell’iniziativa – prevedeva un programma decisamente lungo e denso di iniziative collaterali, principiando addirittura alle 18:30 e finendo poco prima dell’una, quasi un festival, dove la musica era però la protagonista, il resto solo riempitivi. A scardinare l’ordine costituito ci ha pensato il gruppo che, salendo sul palco a cadenza regolare, ha proposto dapprima l’ultimo lavoro del 2012, ‘Gioco di Società’, poi , dopo un’ora e mezza, ‘Bachelite’, e gran finale con il loro già citato esordio.

Lo spazio che ha ospitato l’evento ha di fatto avuto una certa importanza nel risultato finale della serata. Il cortile della farmacia è un posto sincero, è quel che dice di essere: un cortile ornato su un lato da colonnati, sormontato da una torre e inspiegabilmente diviso da un muretto alto 2 metri che, collegando il palco col mixer, divideva in due il pubblico.
 Sul palco gli ODP si presentano con la formazione originale. Ritmo, melodia e rumore delegati a Daniele Carretti e Enrico Fontanelli: il primo diviso tra tastiera, chitarra e rare incursioni al basso, quest’ultimo spesso imbracciato, specie nell’ultima parte della spettacolo, da Fontanelli dedito invece alla programmazione di drum-machine, tastiere e inserti noise e non solo. Davanti alle loro postazioni, ai lati del palco, due vecchi televisori che, collegati alla strumentazione, proiettavano onde elettriche amplificate da luci rosse che si propagavano anche sullo sfondo.
 In mezzo a tutto questo, come un sacerdote laico, o come il muretto della location, divideva e imperava la figura di Max Collini che dava voce al gruppo, portandosi sempre dietro il fidato leggio illuminato; alla sua sinistra una serie di cianfrusaglie, ricordi e dischi che all’uopo venivano tirati fuori, come se servisse materializzare fisicamente i suoi intimistici concetti. Divertente ma un po’ superfluo, data la candida efficacia delle sue parole, facilmente digerite dal pubblico che ne coglieva i rimandi, eccetto forse per alcuni riferimenti andati persi nella varietà generazionale della platea. Ma poco male.

Ora tocca descrivere la musica, le canzoni, le tematiche dei testi, elencare almeno alcune citazioni e sciorinare una lunga lista di influenze, rimandi e comunanze, musicali e non, col panorama musicale nazionale e internazionale. Ma se già questa è una attività che occupa molto tempo e spazio parlando di un normale concerto da un’ora e qualcosa, converrete con me che l’impresa per 3 dischi è ben ardua. “Potrei ma non voglio” però, non è la giusta motivazione, non voglio intervenire per una questione personale. Il sottoscritto ha sempre stupidamente snobbato gli ODP perché presentatimi come i continuatori di un noto gruppo punk di concittadini. Mai stronzata fu più grossa e così lesiva dell’immagine di una band. L’unica cosa che li accomuna, oltre ai luoghi, è l’inspiegabile odio per i batteristi, un vizio veniale ma palese. Per tutto il resto, l’effetto che suscitano è totalmente opposto. Vi è una alienazione molto diversa, uno spaesamento civile ed umano, non politico. Non ci sono deliranti proclami o linguaggi meta-testuali; la politica c’entra non perché siano loro a volerlo, bensì come imbarazzante fardello lasciatoci dai nostri padri. Il tutto è raccontato da una prospettiva personale, fallace, sbagliata, ma perfettamente condivisibile e meravigliosa.
 Chiudendo il cerchio, la manifestazione, la festa – come mi piace definirla – peccando inevitabilmente di una certa lungaggine, poteva scoraggiare per la sua forma i neofiti o coloro che non avevano 6 ore da dedicare in maniera così esclusiva alla formazione di Reggio(reggiana). Ma è stato di certo un evento imperdibile per coloro i quali li hanno seguiti sin dagli esordi: da chi anticipava le parti beffarde delle canzoni a chi ha trascorso questi ultimi dieci anni canticchiando le canzoni più celebri come ‘Robespierre’ o ‘Kappler’. Oppure quelli che hanno fatto delle canzoni meno conosciute, ma non per questo meno emozionanti , il sottofondo dei loro giorni più bui. Cito per tutte ‘Venti minuti’: commovente. 
L’autore dell’articolo, anche se facente parte della prima categoria, ha goduto dello spettacolo come un fan accanito ed ha riempito i giorni dedicati alla scrittura di questo “poema epico” facendosi come un tossico di articoli, canzoni, rimandi, rockumentari e curiosità relative ad una delle poche certezze del panorama musicale italiano.
 Signore e signori, gli Offlaga Disco Pax.

Gerri. J. Iuvarra

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