Oblivians @ Monk [Roma, 19/Maggio/2018]

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Mentre scrivo sento ancora quel tipico “zzzzzzz” nelle orecchie che non vuole andarsene e che aumenta quando c’è silenzio. Di solito questo è un elemento che prendo in considerazione come ulteriore conferma della riuscita del live, anche se stavolta non avevo dubbi. Il Monk e Trenta Formiche, infatti, hanno portato a Roma i mitici Oblivians, un evento imperdibile per tutti i fan delle sonorità garage-punk-blues. La band di Memphis è un fondamento dell’underground degli ultimi 20/30 anni: con la loro attitudine realmente indipendente, le sonorità lo-fi e la capacità di far uscire dai loro pezzi e dai loro show l’essenza del rock’n’roll, gli Oblivians hanno veramente scritto una pagina di storia del vero rock. L’ultima volta che Greg Cartwright, Jack Yarber e Eric Friedl vennero in Italia correva l’anno 2009. Una manciata di date in Italia assieme ai Gories di Mick Collins di cui una a Milano durante la quale pare si aggirasse tra il pubblico David Byrne. A distanza di 22 anni dal celebre “Popular Favourites” e a 5 da “Desperation (loro ultima pubblicazione in studio) gli Oblivians approdano anche a Roma. Al mio arrivo al Monk si stanno esibendo i Barsexuals, che hanno riscaldato il pubblico grazie al loro scaciatissimo garage punk. Trio formato da voce, chitarra e batteria (niente basso), proveniente da Lucera e attivi dal 2007. Grezzi, alcolici, quasi prepotenti nel sound: niente male. Ma a colpirmi ancor di più sono stati i The Gentlemens, seconda band d’apertura. Due chitarre, una batteria (niente basso). Il richiamo a Jon Spencer è forte e quella loro è un’esibizione potente, coinvolgente e appassionata. Lasciano il pubblico prima del previsto forse per una questione di tempistiche, ma fanno ottimamente il loro lavoro.

Nel frattempo gli avventori del Monk sono aumentati e l’atmosfera è elettrica. Eric Oblivian si allontana dal banco merchandising, mentre Jack e Greg sono già sul palco a montare il proprio set: una grancassa marchiata Gretsch è lì al centro, in attesa. La mia esperienza riguardo gli Oblivians si limitava all’ascolto dei loro album e alla visione di qualche live su Youtube. Il resto l’ho colmato con l’immaginazione. Mai visti dal vivo neanche con i loro progetti paralleli. Insomma, tutto questo per dire che, ad inizio concerto, ero fomentatissimo! Greg, Jack e Eric salgono sul palco accolti da un caloroso applauso, preparano le due chitarre e la batteria (beh, loro sono stati praticamente gli inventori del “niente basso”) e partono con “Woke Up in a Police Car”. La scaletta procede con il meglio del loro repertorio: brani corti, eseguiti tra brevi pause, giusto il tempo a Jack di spostare rullante e timpano a seconda dei pezzi. Suonano tra le altre “Come Little Closer”, “Jim Cole”, “She’s a Hole” ed è più o meno dopo una decina di minuti dall’inizio del concerto che il pubblico inizia a scaldarsi. Su “Bad Man” e “Guitar Shop Asshole” nessuno è fermo, tutti cantano. Poi arriva il celebre cambio di posto: Greg alla batteria e Jack alla voce e alla chitarra. Due modi diversi di cantare, due approcci bellissimi al rock’n’roll seppur diversi tra loro: quello di Greg più possente e quello di Jack più rauco, maledetto. Proseguono con “Strong Come On” e una decina di brani che alternano ritmi frenetici a un blues sporco e ipnotico: tra questi “The Leather”, “Mad Lover”, “Bum a Ride”. Jack Oblivian torna alla batteria per la fase finale del concerto in cui vengono eseguite “Vietnam War Blues”, “Love Killed Brain”, “Can’t Last Another Night” e a questo punto non si capisce più se è la carica della band ad alimentare il pubblico o l’opposto, probabilmente entrambe le cose. Quello che intendo dire è che rivedendo i vecchi video, i ventenni Oblivians avevano un atteggiamento sul palco che pensavo fosse andato perso con il passare degli anni. E se nei primissimi minuti dello show la mia teoria sembrava confermata da una maggiore attenzione all’esecuzione e meno all’approccio “selvaggio”, dopo pochissimi minuti ho capito che mi sbagliavo. A fine concerto, (chiuso con “Five Hour Man”) la situazione è questa: Greg pesta la chitarra come un posseduto e canta con un trasporto degno del più dannato Elvis. Jack picchia le pelli come un mulo con lo sguardo fisso nel vuoto mentre Eric aggredisce il microfono suonando riff ipnotici. In fondo non ci vuole tanto: basta dare tutto te stesso. E i tre ragazzi di Memphis continuano a fare questo anche oggi che non sono più tanto ragazzi. Per nostra fortuna.

Marco Casciani

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