O.R.k. @ Teatro Quirinetta [Roma, 4/Febbraio/2016]

616

Tre concerti più un viaggio e qualche soundcheck nel giro di ventiquattr’ore, una tabella di marcia così non la sognerebbe nemmeno il Sergente Maggiore Hartman. Ma un supergruppo che deve far fronte alle incognite di un primo tour europeo, magari sì. Gli O.R.k infatti non avrebbero potuto certo immaginare di iniziare con un bel sold-out nella loro prima data a Molfetta, al punto che hanno necessitato di un ulteriore show la stessa sera per accontentare tutti. Ma questo è solo l’ultimo tassello di un percorso vincente che sta portando Lef (Obake, Berserk!), Colin Edwin (Porcupine Tree), Pat Mastelotto (con Robert Fripp dal 1993) e Carmelo Pipitone (Marta sui tubi) verso un bacino d’utenza più consono al loro bagaglio artistico. Il Quirinetta, con le sue atmosfere caffè–chantant, effettivamente è un posto consono per ospitare la messa in live di quel piccolo gioiellino che è stato il loro esordio artistico, ‘Inflamed Rides’. Persino lo schieramento sul palco è atipico: disposti a semicerchio, basso e chitarra svolgono l’uso di “mediani”, mentre sulle “fasce” si erge la presenza del granitico Pat Mastellotto (e la sua “aeronave” batteristica) e una postazione Microfono/Laptop/Synth angolare piuttosto “Pattoniana” di Lef (a al secolo Lorenzo Esposito Fornasari). Approfittando ancora un istante del gergo calcistico, aggiungerei che spesso sono proprio le due “ali” ad imbastire le azioni d’attacco, i brani sono ancora di un numero esiguo e la necessità di rendere i pezzi maggiormente jam-friendly è una scelta ponderata. Gli stacchi strumentali sono piacevolmente coesi alle composizioni, dando un tocco Rain Tree Crow alla loro proposta limitrofa ad un prog in bilico tra le fascinazioni metalliche dei Porcupine Tree di ‘Deadwing’ e l’appeal di Maynard James Keenan. 
Non di rado i veri problemi che nascono in seno a queste all star bands del settore riguardano magari il mero esercizio stilistico di gregari annoiati dal proprio principale percorso, mentre in tal caso non solo l’alchimia strumentale è veramente fitta, di trame lisergiche e un guitar work dal tocco caldo e naturale, ma sono gli stessi musicisti a rilevare sfumature inedite della loro attitudine. Carmelo Pipitone alterna sezioni in tapping come un ringiovanito (e “cespugliato” nda) Belew, Edwin che scherzosamente prende lezioni d’italiano tra un brano e l’altro è piuttosto lontano dal rigore algido di un tipico set Wilsoniano, in cui il suo fretless è l’unico elemento loquace. I pezzi scorrono rapidi tra le crepuscolari luci del palco, anche se brani più suggestivi come la Tooliana ‘Jellyfish’ potrebbero trarre beneficio da un uso delle visual proiettate sullo sfondo, ma l’intensità di certe esecuzioni riesce comunque a rapire l’occhio dello spettatore. La band abbandona il palco dopo circa un’oretta, per poi successivamente donare una versione eterea del loro primo (e tutt’ora unico) singolo ‘Pyre’, vicina alle atmosfere dei Nine Horses. Dopo di essa, le luci si congedano stavolta definitivamente, piuttosto che forzare un set non pronto con il mero scopo di arrivare ad allungare il brodo all’ora e mezza. Sarebbe stata una scelta che avrebbe snaturato quel lavoro certosino fatto fino a quel momento e che, soprattutto nella seconda parte del set, si era mostrato nella sua completezza degna di altri sodalizi storici degli ultimi anni, come quelli che han portato Glenn Hughes a collaborare con i Voodoo Hill. Occasioni in cui elementi tricolori si mischiano ad musica di respiro internazionale senza che essi possano in qualche modo sbiadire, restituendo anche a certi ambienti progressive un certo calore nel rapporto artista/pubblico, il tutto a due passi dalla Fontana di Trevi: l’arte intorno all’arte.

Federico Francesco Falco

Foto di Emanuele Pantano

REVIEW OVERVIEW
Performance
Condividi
Articolo precedenteMaurice White – RIP
Articolo successivoDan Hicks – RIP

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here