Nublu Orchestra @ Auditorium [Roma, 12/Marzo/2008]

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Non è ancora primavera che arriva all’Auditorium uno dei nomi più prestigiosi e controversi dell’odierna avanguardia contemporanea. Butch Morris è a Roma per l’occasione accompagnato dalla Nublu Orchestra, collettivo di 10 elementi (chitarre elettriche, due batterie, sax, trombe, elettronica, basso elettrico) composto da musicisti della scena avant newyorkese gravitanti attorno lo storico club Nublu, istituzione e riferimento della scena cittadina e celebre etichetta discografica. Uno dei batterista in formazione è Kelly Wollesen (degli Electric Masada), i chitarristi sono Zeke Zima e Doug Wieselman, radici ben piantate nella scena no wave ’80 della grande mela. Figura controversa dell’esplorazione radicale tra i generi e della musica improvvisata, Morris sale sul palco dell’auditorium alle 21.20 vestito con un completo scuro. Dirige il gruppo utilizzando la celebre “conduction”, un enorme e straordinario vocabolario di segnali e gesti (su cui Morris esercita il copyright) atti a costruire e modificare in tempo reale un arrangiamento per orchestra dando vita ad una complessa composizione ricca di parti e sovrastrutture. Un punto di svolta estremo e coraggioso tra la composizione classico-accademica e quella impro, elaborato da Morris nel 1985. La conduzione proposta questa sera è la n.175 della sua carriera (175 esecuzioni in 25 paesi e 64 città, 5000 musicisti impiegati). Il gruppo è disposto in semicerchio di fronte il direttore, con le chitarre elettriche disposte ai lati in maniera speculare, poi le due batterie, in centro sax e trombe, dietro contrabbasso ed elettronica. L’ensemble effettua due lunghe composizioni, rispettivamente 40 e 35 minuti. Partenza sospesa, lenta e percussiva, con leggeri inserti di fiati, crescendo free jazz, tensione, esplosione noise. La seconda propende invece più sul versante jazzistico che non rumoristico. I gesti concitati e la bacchetta di Morris trasmettono informazioni generative per l’interpretazione dei musicisti che arricchiscono questa suite di continui ed imprevedibili cambiamenti di armonia, melodia, ritmo, articolazione, fraseggio e forma. C’è spazio pure per un terzo ed un quarto brano della durata di 5 minuti. E sono, anche in questo caso, arrangiamenti jazz ricchi di orpelli, incastri e sovrastrutture ritmiche. Le composizioni della Nublu sono una delle forme più evolute e complesse della musica jazz contemporanea. L’approccio avant improvvisativo è affidato sia all’estro del conduttore che alla qualità interpretativa ed al gusto estetico del singolo musicista (ed in tal senso particolarmente interessante è stato il noise free form di Zeke Zima e Wieselman alle chitarre ed il lavoro sulle ritmiche). La differenza rispetto i collettivi zorniani o altre sedute di improvvisazione radicale è che il grado di complessità qui raggiunto è talmente elevato che è difficile, se non impossibile, seguire i movimenti, le figure e le evoluzioni ritmiche di tutte le sue parti. Ed in questo senso l’acustica dell’auditorium ha costituito un valore aggiunto: i suoni si distinguevano perfettamente è ciò ha facilita la fruibilità dell’opera, la comprensione delle traiettorie e dei percorsi dei singoli strumenti. E’ una forma estetica alta e nel contempo bellissima questa, che ha nel quinto ‘Cremaster’ di Mathew Barney (se proprio è necessario un paragone) la giusta trasposizione artistica. Il bis è una scheggia noise impazzita di tre minuti che ha la forza evocativa e la suggestione di un brano di ‘Painkiller’ di John Zorn o di ‘Cell-Scape’ dei Melt Banana.

Gaetano Lo Magro

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