Nouvelle Vague @ Villa Ada [Roma, 18/Luglio/2014]

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Tra le più suggestive nonché apprezzate location di Roma tutta, è il laghetto di Villa Ada a far da cornice ad una serata climaticamente perfetta e atmosfericamente deliziosa. Il gruppo che ci apprestiamo ad ascoltare dal vivo si chiama Nouvelle Vague, nome che ha lo stesso significato in tre differenti lingue e che, con un gioco di parole simpatico e non banale, ci rimanda a tre immaginari ben differenti tra loro: in primis l’avanguardia cinematografica francese nata nel ’59, da cui viene tratta la delicata ironia del distacco e dell’autoreferenzialità post-modernista, legata ad una irrealtà fatta di pellicole in bianco e nero e sigarette fumanti, ad una apoteosi di francesità; in secondo luogo, la nuova ondata della popular music, sorta dopo l’esplosione dinamitarda del punk nel ’77, da cui provengono le decadenti e malinconiche strofe; infine la bossa nova, che ci proietta direttamente in una quotidianità languorosa, composta di sudore tropicale e luce crepuscolare.
 A livello strettamente musicale, il connubio che riescono a proporre è quasi irresistibile: una riproposizione di brani più o meno celebri, tratti da un repertorio post-punk e new wave francese (questa volta musicale, tutta da esplorare) riletti attraverso squisite armonie jazzy e ritmiche sincopate della bossa nova.

 Il set comincia verso le 22:15, ma mi perdo il primo pezzo (la cover di ‘Master and Servant’) e mezzo (‘Ever Fallen in Love’ dei Buzzcocks) a causa della fila che mi separa da una blanche alla spina (già che ci siamo), rivelatasi poi molto buona. Mi avvicino al palco osservando la fauna che popola il concerto, sempre incuriosito dall’antropologia: c’è un atmosfera piacevolissima, rilassata, intima. Nel mentre la scaletta avanza: ‘Dancing With Myself’ (Billy Idol) e ‘Making Plans for Nigel’ (XTC) preparano il terreno ad una bellissima rielaborazione di ‘A Forest’ dei Cure, tra le preferite di chi scrive. Intanto anche il resto del pubblico si scalda e comincia a ballicchiare, incentivandomi nella solita strana danza che effettuo tutte le volte che ho il bicchiere di plastica in mano. Poi è il turno di ‘Blue Monday’ (New Order) e comincio ad innamorarmi delle cantanti che si alternano protagoniste: Liset Alea è quella che mi ipnotizza nelle sue frenesie dionisiache e Mélanie Pain è quella che mi rassicura, sussurrandomi timidamente con la sua voce da cuore spezzato post-adolescenziale. Ad accompagnarle ci sono Marc Collin e Oliver Libaux, produttori, musicisti e fondatori del collettivo francese. I successivi due brani, ‘Human Fly’ (The Cramps) e ‘Putain Putain’ dei TC Matic, oscurissima band belga, sono seguiti da ‘Blister in the Sun’ (Violent Femmes), tra le più movimentate del lotto e ancora una delle più apprezzate dal sottoscritto. Una ulteriore rivisitazione dei Depeche Mode (‘Just Can’t Get Enough’) comincia a far canticchiare un pubblico modesto nel feedback con il palco. Si continua con ‘Guns of Brixton’ (The Clash) e la bellissima ‘Dance With Me’ (The Lords of New Church), poi un susseguirsi di sigarette, danze ed applausi su ‘Marian’ (The Sisters of Mercy) e su ‘Friday Night, Saturday Morning’ (The Specials), dove la Alea ci informa dei suoi programmi per il giorno che verrà: un caffè per le strade del centro; ‘Bela Lugosi’s Dead’ (Bauhaus) e ‘Teenage Kicks’ (The Undertones) anticipano una ‘Too Drunk To Fuck’ (Dead Kennedys), introdotta da un brindisi a base di grappa e vino da parte delle due cantanti ed imperfetta per quanto concerne la sinergia tra interpreti e fruitori, guastata dalla probabile e parziale inconsapevolezza del testo della canzone da parte degli ultimi.
 Solito rito che precede l’encore e l’inevitabile ritorno sul palco: è il turno di ‘I Can’t Escape Myself’ (The Sounds), nonché dell’attesissima e sentita ‘Love Will Tear Us Apart’ (Joy Division) che smuove le fino ad ora timide corde vocali del pubblico. Nel terzo encore si lanciano gli ossequi con una intimissima rielaborazione di ‘In a Manner of Speaking’ (Tuxedomoon), eseguita dal complesso, seduto sul proscenio, a pochi centimetri dalla prima fila. In conclusione un live ossimoricamente potente (al contrario di ogni mia previsione) ed intimista, tessuto da dei musicisti di alto livello tecnico che avrebbero potuto avere il coraggio di osare un allontanamento dal pur sicuro territorio dell’arte delle cover creative ed inoffensive, in un’accezione non per forza negativa. Come d’altronde la nostalgia per le “nuove onde” che ci è rimasta. Piacevole serata, tutto sommato.

Kenta Nakahashi

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