Nos Primavera Sound @ Parque da Cidade [Porto, 5-6-7/Giugno/2014]

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Nel blocco note del telefono ho un file. Questo file si alimenta giorno dopo giorno, mese dopo mese e, con l’evoluzione della specie, si tramanda da un telefono all’altro. In quel file, man mano che vengono annunciati, rubrico i concerti interessanti e poi li archivio, dopo averli visti. Ci sono quelli ai quali non si può bere troppo, perchè c’è da fare il report, e quelli ai quali andrò e mi dispiacerà di non poter fare il report. Poi ci sono quelli per cui andare in trasferta, e dall’inizio di giugno di quella fattispecie ce n’erano ben quattro: Television, Pixies, Neutral Milk Hotel, Slowdive. Quattro band a loro modo fondamentali che non avevo mai avuto l’opportunità di vedere dal vivo prima d’ora. Quando dal blocco note del telefono sono passato ai siti di Italo e del suo competitor per organizzare il mio viaggio, mi sono reso conto che con la somma che avrei dovuto destinare a queste mie peregrinazioni, avrei potuto fare qualcosa di molto più divertente, tipo un viaggio all’estero. Magari un viaggio all’estero comprensivo di un festival, dove avrei potuto assistere ai concerti di queste quattro band e di molte altre ancora. Dopo un attento esame delle varie line up, due festival sono giunti al ballottaggio: il Primavera di Barcellona e quello di Porto. La contesa però non è durata più di qualche secondo, poiché i motivi per non tornare in terra iberica (visitata già tante, troppe volte) erano già sufficienti per scegliere l’opzione B, qualunque essa fosse. Il Portogallo inoltre è una nazione che mi ha da sempre affascinato, senza che fossi mai riuscito a varcare i suoi confini, e quello di Porto è un festival più umano, senza folle oceaniche, senza quei nomi forti (Queens of the Stone Age, Arcade Fire) che avrei preferito godermi nella domestica arena di Rock in Roma e soprattutto senza tutte quelle sovrapposizioni, vera croce dell’edizione catalana. Ho sempre cercato di rifuggire certi dilemmi, forse perchè nei casi in cui mi sono trovato a scegliere tra due opzioni mi sono sempre diretto verso la strada che si sarebbe rivelata sbagliata, a partire da quando da ragazzino ho giocato al Lion Trophy Show su TMC. Si parte così alla volta di Porto, città che dà il nome alla nazione che la contiene ed al vino prodotto in loco, riservandomi un giorno di anticipo sul festival per prendere confidenza con la città e tre giorni dopo lo stesso per ragioni prettamente turistiche. Dopo una prima cena con amiche di nuova e nuovissima data, a base di francesinha, delizioso piatto tipico che contiene tutto ciò che amo e tutto ciò che ogni medico di buon senso sconsiglierebbe ai suoi pazienti, ci sarà tempo per fantasticare sul domani e riempirsi gli occhi nella maestosa Praça da Libertade. Poi un drink, qualche sigaretta e si va a letto presto, che domani bisogna essere in perfetta forma.

Dia 1

L’approdo al Parque da Cidade, location designata per la terza edizione del Primavera Sound in terra lusitana, è rapido quanto piacevole: circa mezzora di bus, dal centro città al lungomare, che ci aiuterà a scoprire qualcosa in più su una città che giorno dopo giorno farà breccia sempre più nel nostro cuore. Dagli opulenti palazzi del centro, via via ci passano sotto il naso case sempre più malmesse, vicoli sempre più stretti, persone in piedi su balconi capaci di ospitare un solo uomo, anziani che parlottano seduti davanti ad un bar in equilibrio instabile, inclinati, in quanto la strada è in ripida discesa. Dalla parte opposta è tutto immenso ed azzurro, dal cielo al mare che da queste parti si chiama Oceano. Ci scorrono accanto la Casa da Música, moderno auditorium che ha molto in comune con l’omologo romano, ed i magnifici ponti, uno dei fiori all’occhiello della città. Il bus fa fermata parallelamente al mare, a circa 500 metri (di salita) dall’ingresso del parco, quasi come a volerci lasciare il tempo di riflettere su quello che sta per avvenire, sull’avventura che stiamo andando ad affrontare. Le pratiche d’ingresso saranno rapide e per noi della stampa ci sarà un trattamento di riguardo, con area dedicata, servizi inclusi, diciotto consumazioni (sei al giorno), acqua e caffè gratuiti, una parvenza di cena con dei mini panini, farciti con un mix di ingredienti che non siamo mai riusciti a definire ed il programma dell’evento, vero e proprio libro da collezione. Unica pecca il wifi, attivo solo nella press area o nelle immediate vicinanze della stessa, non il massimo per chi come noi era impegnato nell’animazione live dei social per Nerds Attack!. Ma in fondo si è trattato giusto di qualche rapida camminata da fare tra un live e l’altro, ed essere giovani serve anche a questo. All’ingresso, oltre alla zona ristorazione, allestita con particolare attenzione per i prodotti locali, ed una serie di stand di artigiani e creativi connessi in qualche modo alla musica, verremo travolti dall’entusiasmo dei volontari che faranno a gara per regalarci gadget con l’effige del festival: dai laccetti da collo (con agganciato il programma dell’evento) che fanno sembrare tutti dei vip con un pass, alle fascette per capelli ed alle coroncine di fiori per le ragazze, dalle maschere carnascialesche ai maxi girasoli, dalla magica shopper, comoda come sacca, ma che se aperta, ancora più comoda, diventa un telo, una tovaglia o addirittura un mantello, fino agli impermeabili, regalati in quantità, nel giorno in cui le previsioni del tempo, fallaci, minacciavano temporali. Le esigenze che potevamo soltanto lontanamente immaginare di avere, sono state soddisfatte ancor prima di rendercene conto. Il tutto senza farci mettere mano al portafoglio (in Italia avrebbero venduto dei poncho a 5 euro senza colpo ferire), regalandoci graziosi prodotti in parte artigianali che siamo sicuri abbiano dato modo agli organizzatori di far lavorare molti portoghesi, colpiti da una crisi al cospetto della quale persino la nostra sembra uno scherzo. Tutto ciò è stato reso possibile con il semplice acquisto di un economico abbonamento e la sponsorizzazione della NOS, unico marchio presente sui gadget e società che si occupa di servizi di telefonia ed internet. Prezzi popolari anche per drink e cibo, inferiori a quelli di qualsiasi sagra della porchetta o festival italiano, che in molti casi coincidono pure. C’è da ricordare che il Portogallo è una delle nazioni col pil pro capite più basso d’Europa, ma se è possibile calmierare le spese abbinando all’alta qualità dei servizi alti guadagni, è evidente che si stia facendo il massimo per lo spettatore oltre che per le casse degli organizzatori.

La nostra giornata di concerti inizierà verso le 19 con Rodrigo Amarante, che dal palco Super Bock (il secondo in ordine di grandezza) canterà in portoghese, esplorando la tradizione musicale della sua terra, attualizzandola ed aggiungendone elementi moderni. Il pubblico arriverà alla spicciolata e si poserà senza fretta sul prato di fronte al palco. La musica ci cullerà dolcemente, come la brezza, quasi mai assente, ma solo in rari casi fastidiosa. Al termine della performance ci sposteremo al palco Nos, quello principale e posto proprio di fianco al Super Bock, dove dopo una minima attesa assisteremo al live degli Spoon, band statunitense che avevamo perso di vista nel corso degli ultimi anni. Rapidi, secchi, decisi e senza fronzoli, ci sorprenderanno, dimostrandoci di aver superato in pieno la prova del tempo e ci faranno promettere di riascoltarli una volta tornati a casa. Nell’area stampa scopriremo, grazie alla setlist affissa in bacheca, che due dei nostri brani preferiti, ‘Cherry Bomb’ e ‘Don’t Make Me A Target’, saranno stati tagliati per motivi di tempo. Non assisteremo comunque a ritardi rilevanti nell’orario di inizio delle esibizioni, almeno non oggi e comunque mai per colpa degli organizzatori. All’ora di cena ci dimenticheremo di mangiare, ma assaporeremo la pietanza della line up odierna che, almeno sulla carta, solleticava di più il nostro gusto: Sky Ferreira. Si presenterà sul palco intabarrata in un look total black, senza eccezioni per quanto riguarda gli occhiali da sole ed i capelli, questi ultimi modificati rispetto all’iconico biondo. Sarà promossa al termine dalla sua esibizione, ma non ci sembrerà ancora pronta per grandi palchi, così minuta ed emotivamente fragile dà più l’impressione di essere una ragazzina che canta nella sua cameretta che una aspirante star, ma le carte in regola ci sono e se ‘I Blame Myself’ e ‘You’re Not The One’ ce le abbiamo in testa ancora adesso, così come non dimentichiamo di quando si è seduta sul palco ed ha iniziato a roteare, senza smettere di cantare, un motivo ci sarà. Caetano Veloso apparirà sul palco poco prima delle 22 e farà assiepare gli spettatori su tutta la collina e la pianura di fronte al palco principale. Va sottolineata la semplice quanto geniale idea di offrire al pubblico un’arena così organizzata: con la platea in discesa non ci sarà mai modo di lamentarsi dell’altezza del nostro dirimpettaio. Eccezione che conferma la regola uno scozzese ad occhio e croce alto 6 metri, moderno Gulliver, che lasciamo a voi immaginare davanti a chi prenderà posto. L’artista brasiliano, sulla scena da oltre 50 anni, porterà a sé un pubblico variegato (scorgeremo pensionati e persino passeggini) e regalerà un’ora e mezza di set di alta qualità, col suo continuo dialogo tra rock e samba. Ci avvieremo con curiosità verso il trio di sorelle californiane Haim, inizialmente piacevoli, ma brano dopo brano sempre più stereotipate nel ruolo di una girl band senza infamia, senza lode e con basi che ricordano quelle preimpostate nelle pianole Casio che solevamo utilizzare ai tempi delle scuole elementari. Dopo una pausa ristoratrice, che non di sola musica ci si nutre, ci ritroviamo davanti al Super Bock, dove alle 2:02 (!) è previsto il live dei Jagwar Ma. Ecco, questa è l’essenza del festival: una band australiana con un nome tutto fuorché attraente, poco o nulla conosciuta in Italia, che si rivela un’autentica sorpresa. Una bomba che deflagra nell’ora abbondante bagnata da qualche gocciolina di pioggia che mette il punto esclamativo sul day 1. Il loro live ci regala reazioni calcistiche: dapprima lo stupore per il centravanti messo davanti al portiere, poi l’ebrezza del gol, infine la lunga esultanza che ci farà saltare insieme a migliaia di altri corpi ed al frontman tascabile Gabriel Winterfield che a stento riuscirà a tenere a bada il suo entusiasmo, agitando ulteriormente le folle, in delirio durante la hit ‘Come Save Me’. La loro musica è psichedelica, solare, ipnotica, madchesteriana. Leggiamo sulla guida ufficiale che il loro ‘Howlin’ è la resurrezione e l’aggiornamento di ‘Screamedelica’ dei Primal Scream, sentiamo parlare di chitarre beatlesiane e chiediamo pietà: i Jagwar Ma sono fenomenali, non bruciamoli dandogli etichette a breve scadenza. Bus, taxi (4 euro per 10 minuti di tragitto, pensavamo fosse rotto il tassametro) ed eccoci in hotel, con l’entusiasmo per l’ultima esibizione che fa il paio con l’attesa per i live del giorno successivo. I sogni, dapprima ad occhi aperti, divengono infine reali.

Dia 2

Con maggiore baldanza e fiducia nei nostri mezzi, nonché conoscenza dei pubblici mezzi, ci addentriamo nei saliscendi di Porto, vero toccasana per la forma fisica (non abbiamo visto portoghesi grassi e secondo noi il merito è della conformazione della città più che dell’alimentazione, ipercalorica) e per gli occhi, con la sua architettura che ci ricorda a tratti quella francese. Notiamo i danni che la crisi ha prodotto sull’economia della città. Buona parte degli spazi che un tempo erano adibiti ad attività commerciali, sono ora totalmente dismessi ed in alcuni casi, quelli degli hotel, persino murati con dei mattoni, per evitare che qualcuno approfitti dello stato di abbandono e ci vada ad abitare. A stupire è la quantità delle serrate, il rapporto è di una serranda abbassata ogni quattro alzate, arrotondando per difetto. Nei negozi, quelli che resistono, non si lesina su sorrisi e cortesia. Dovrebbe essere la base di ogni rapporto cliente-commerciante, ma vivendo a Roma le norme che regolano certi rapporti si dimenticano facilmente. Rieccoci sul bus, pieno di turisti musicali come noi, soprattutto francesi e britannici, con i quali condividere il viaggio verso la giornata più attesa delle tre di festival. All’arrivo ci catapultiamo al Super Bock, palco che prende il nome da una birra così poco alcolica da farci rivalutare quelle analcoliche, dove assistiamo ad una porzione del live degli americani Midlake, band che ha recentemente avuto un passaggio di consegne al microfono, che dallo storico Tim Smith è passato nelle mani del chitarrista Eric Pulido. L’impressione che abbiamo è quella che stiano facendo il live della vita, ma noi dobbiamo necessariamente allontanarci da loro, visto che sta per suonare una delle band per le quali abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio. Faremo così il nostro esordio al palco ATP, acronimo di All Tomorrow’s Party, quello più orientato ad una programmazione sperimentale. Assisteremo alla parte finale del live degli ottimi Föllakzoid, già apprezzati recentemente all’Init proprio per liberarci uno slot per il Primavera, ed alla successiva esibizione dei Television che riproporranno il loro capolavoro del 1977, il seminale album d’esordio ‘Marquee Moon’, nella sua interezza, ma senza seguire l’ordine dei brani. Tuttavia non sarà così rapido come può sembrare leggendo il report. Il ritardo sarà consistente, a causa di un flemmatico soundcheck orientato al perfezionismo ed al “non ce ne frega un cazzo dei vostri orari, noi siamo i Television”, e ci farà perdere in toto il live delle Warpaint, inizialmente nei nostri piani. L’inizio della performance non sarà dei migliori, con pecche sonore e vocali, ma andrà sempre meglio. Basterà qualche brano per farci immergere nell’atmosfera della New York del ’77 ed a farci immaginare i quattro attempati che abbiamo di fronte, come dei giovanotti in abiti slim, padroni dell’art punk e della new wave. Chiuderanno con la title track dell’album, avendoci regalato bei momenti, ma non certo il live dell’anno, anche perchè quello è dietro l’angolo. Ci dirigiamo nuovamente al Super Bock per attendere gli Slowdive, cercando di ottenere una posizione che non sia svantaggiosa per le orecchie né per gli occhi. La troveremo abbastanza comodamente, centrali, poco più avanti rispetto al mixer, e da lì assisteremo al live fermi sul posto, facendo su e giù con la testa ogni tanto, canticchiando qualche parola qua e là, più vicini a commuoverci che a non farlo, in particolare su ‘Machine Gun’. Se esiste un paradiso –  e visto che nel Dia 7 conosceremo dio, ci sono buone possibilità – la musica di sottofondo è un concerto degli Slowdive. Sudiamo per la prima volta, nonostante i 19 gradi, quando verso la metà del set tre componenti della band partono con ‘Alison’ (non eseguita a Barcellona) e due con un altro brano non captato. Si fermano, Neil Halstead dice di essere spiacente, ma hanno appena cambiato scaletta e si sono confusi. Seguono cinque secondi di smarrimento: eseguiranno la nostra canzone preferita? O ci dovremmo accontentare di quei 3 secondi sghembi e neanche suonati all’unisono? In paradiso succede sempre quel che si vuole accada, e così sarà. Il finale sarà con ‘Golden Hair’, cover di Syd Barrett, interpretata dalla celestiale voce di Rachel Goswell. A questo punto ce ne potremmo anche andare, o potremmo restare a fissare il palco dov’è avvenuto il miracolo per alcune ore (lo faremo per alcuni minuti, insieme a tanti altri), ma il programma è serrato e la nostra compagn(i)a ci tira per la manica per spostarsi qualche metro più in là, per prendere posto di fronte al NOS dove a breve si esibiranno i Pixies. I bostoniani, freschi di un nuovo album, ‘Indie Cindy’, primo nuovo materiale dal 1991, e con la nuova bassista e seconda voce Paz Lenchantin inserita nella band dopo le stranote diatribe con le due Kim, la storica Deal e la Shattuck, raccoglieranno probabilmente la maggior affluenza di pubblico nella tre giorni. Già 10 minuti prima dell’orario stabilito non c’è un posto se non in centesima fila, ma almeno siamo centrali. Sul palco sale un Black Francis ormai controfigura di Hank di “Breaking Bad” ed accende il juke box dei successi. Sul sound poco da dire, ed i nuovi brani sono senza dubbio piacevoli, ma non c’è entusiasmo, sul palco sembrano annoiarsi e ci sembra di essere di fronte a dei meri esecutori, degli onesti mesterianti, e la prova ne è la conclusiva ‘Where Is My Mind’, cantata con una svogliatezza tale da rovinare il momento a chi lo aspettava da anni. Storciamo la bocca, ma poi ci guardiamo intorno: ci sono oltre 10.000 persone, la gran parte delle quali col sorriso, che al termine della loro esibizione si dirigono in massa verso l’uscita. Si può parlare all’infinito di una loro involuzione, del fatto che sono finiti, che dovrebbero avere il buon senso di ritirarsi, ma finchè sarà così, finché dalla loro avranno una fetta così consistente di pubblico, avranno sempre e comunque ragione loro. Dopo aver scelto il posto in cui consumare un rapido rancio con l’unico criterio della minor fila da fare e quindi del minor tempo da togliere alla musica, torniamo in pista e ci dirigiamo verso l’ATP, dove sta per avere inizio l’esibizione dei Loop. Percorrendo il sentiero, ci fermeremo in cima alla collina di fronte al Super Bock, dove c’è Trentemøller, con corredo di ballerine. Resteremo lì qualche minuto, in un’area con un rialzo in legno così ideale per vedere concerti da quella posizione che quasi non ci sembra vero. Seppur vero, non sarà per noi. Un timidissimo addetto alla sicurezza ci spiegherà, tra un sorry e un apologize, che quella zona è riservata ai portatori di handicap e che quindi, se non ci dispiace, dovremmo scendere da lì. Un sorrisone, un sorry, una pacca sulla spalla e ci avviamo così verso l’ATP, mentre una pioggia lieve cade su di noi. Ma a chi importa? Basta un secondo e abbiamo addosso il nostro impermeabile col logo dell’evento, gentilmente offerto. A vedere i Loop, storica band space rock, riunitasi lo scorso anno dopo venti anni di hiatus, ci sono poche persone. Noi fissiamo il palco e ci esaltiamo, continuiamo a fissare il palco e pensiamo che intorno a noi ci dovrebbero essere i Pixies, ad assistere al concerto per vedere come si fa, alla loro età, a spaccare ancora i culi. Nella Top 3 di giornata il loro live non potrà mancare. Il nostro programma non ci consentirà di concludere la visione della loro performance, ma ci perderemo giusto il finale. Passiamo dai Mogwai al NOS, siamo di strada, giusto per un arrivederci lungo qualche brano, visto che avremo la possibilità di vederli all’Auditorium di Roma alla fine del prossimo mese, e ci dirigiamo verso il Pitchfork, per i Darkside. A differenza degli altri palchi, questo è
composto da una tensostruttura aperta ai lati che dà modo al suono di essere diffuso in maniera eccellente. Resteremo conquistati da quest’area, anche grazie ad una prima esibizione magistrale. Nicolas Jaar alla console e Dave Arrington alla chitarra creeranno un’atmosfera magica capace di colpire nel segno. Le luci azzurre ed il fumo li avvolgeranno quasi completamente, lasciandone fuori soltanto le sagome, in maniera molto scenica. Dopo questo live inizieremo a spiegarci la massiccia presenza di felpe – oggettivamente brutte e costose – dei Darkside, indossate dai festivalieri nel corso della tre giorni. Mentre la pioggia si riterrà appagata dai live di Loop e Darkside, decidendo di ritirarsi, noi continueremo il pellegrinaggio tornando all’ATP, per il live di una delle band che sono presenza fissa al Primavera, edizione iberica o lusitana che sia: gli Shellac. Il trio guidato dal grande Steve Albini, produttore tra gli altri di capolavori come ‘In Utero’ dei Nirvana e ’Surfer Rosa’ dei Pixies, ci donerà un live carico e piacevolissimo. Tra una gag e l’altra, cabarettisti come pochi, i tre sveleranno che il nuovo disco, atteso da sette anni, uscirà alla fine dell’estate. Dopo quest’ottimo momento torneremo al Pitchfork per chiudere la serata con l’elettronica: prima il norvegese Todd Terje, che ci regalerà una performance monstre capace di risollevarci il morale temporaneamente calato per futili motivi, poi i Bicep da Belfast, che faranno una buona figura, ma senza reggere il confronto con il suo predecessore e ci faranno pensare che forse è giunta l’ora di rincasare. Prendendo il bus, fronte Oceano, notiamo un gruppo di ragazzi che si appresta a fare il bagno. Una nostra amica di Lisbona ci racconterà che quello stesso entusiasmo dei turisti che pensano che l’Oceano e il mare siano la stessa cosa è davvero pericoloso. Non si scherza con l’Oceano e neanche con gli autisti dei bus portoghesi, sfrenati anzichenò al volante, capaci di farci venire un tuffo al cuore percorrendo una discesa a velocità folle, come se fossimo sulle montagne russe anziché in un circuito cittadino.

Dia 3

È sabato e stavolta i portoghesi ci fanno un po’ arrabbiare. Non c’è un autobus neanche a pagarlo, o un taxi neanche a chiamarlo. In Praça da Libertade i festivalieri sono sempre di più ed in silenzio, alla ricerca di soluzioni creative per non perdersi Lee Ranaldo and the Dust, in programma alle 18:50. Non ci sarà modo di sovvertire il destino ed arriveremo al cospetto di 2/4 dei Sonic Youth – l’altro è Steve Shelley – soltanto a concerto iniziato. Riusciremo comunque ad ascoltare la bellissima ‘Lecce, Leaving’ che ci farà sentire un po’ a casa, facendoci apprezzare ulteriormente il fatto di essere in terra straniera. La cosa bella dei festival è anche questa, l’amarezza per un concerto in parte mancato trova subito il modo di trasformarsi in una grande gioia, come quella di vedere i Neutral Milk Hotel sul palco principale. Dapprima entrerà il solo Jeff Mangum, che aprirà con ’Two-Headed Boy Pt.1’, poi gli altri cinque membri della band, con abiti variopinti e strumenti (non ultima una sega ad arco) che diffondono suoni originali. Mangum, dopo lo split del 1999, è sparito dalla faccia della terra per anni, lasciando che si creassero assurde leggende intorno alla sua figura, tali da accrescere l’interesse intorno alla sua band, nel frattempo diventata di culto. Dopo neanche quindici anni le differenze rispetto alle foto d’archivio sono sostanziali, ma la qualità della musica resta la stessa, altissima, che abbiamo apprezzato nei lavori studio. Nel corso di questo live epico, nel quale spiccherà ‘In The Aeroplane Over The Sea’, i musicisti non impegnati in un brano usciranno fuori ad aspettare il loro momento, garantendo un continuo movimento che troverà la sua pace soltanto quando il frontman si dedicherà a brani in solitaria. Il tempo di prendere una birra e di fare quattro chiacchiere, commentando in maniera entusiastica il concerto, e ci spostiamo al Super Bock per John Grant, cantautore statunitense che dopo una lunga militanza nei Czars, di base a Denver, si è trasferito a New York per intraprendere la carriera da solista. I due album a suo nome gli hanno portato molta fama, meritata, in base a quello che abbiamo avuto modo di vedere. Memorabile la sua esecuzione di ‘GMF’ (Greatest Motherfucker, nda), che dedicherà con un sorriso a tutto il pubblico. Mentre lo statunitense, berretto di lana e barba lunga e ordinata, continuerà a proporre buona musica, noteremo un fenomeno lento, ma inesorabile: la diaspora dei presenti verso il palco a fianco, per prendere posto dove a breve si esibiranno The National. Faremo lo stesso, memori dei Pixies visti dalla centesima fila. Peraltro, anche dal palco vicino, John Grant si sente piuttosto bene. Qualche minuto di attesa ed ecco The National, con un inizio abbastanza in sordina per degli spettatori neutrali come noi, a differenza dei super fan che si spelleranno le mani sin dal loro arrivo sul palco. Per il quarto brano, ‘Sorrow’, ci sarà un’ospitata: quella di St. Vincent, notata circa un’ora prima mentre firmava autografi nello stand Fnac, quello che vende cd a prezzi più alti di ogni altra Fnac presente sul suolo terrestre, puntando sugli acquisti impulsivi. La sua presenza sul palco sarà quasi impalpabile, mentre lo stesso non potremo dire dei visual che accompagneranno l’intero live, davvero suggestivi. Arrivati al terzo giorno abbiamo ormai appurato che gli avvicendamenti sul palco avvengono con svizzera puntualità e conoscendo a menadito la scaletta delle Dum Dum Girls che suonano in contemporanea sul palco Pitchfork, e ritenendo che dovrebbero essere in prossimità della fine, decideremo di spostarci, giusto in tempo per assistere a ‘Coming Down’, brano conclusivo dei loro live e sempre da brividi, così come l’acuto di Dee Dee che lo contraddistingue. La prima cosa che noteremo non sarà però la sua voce, ma il fatto che la parte superiore del suo corpo sarà coperta soltanto da un velo trasparente e sprovvista di intimo, cosa che manderà in tilt un po’ tutti, ma in particolare un ragazzone accanto a noi che scatterà circa una foto al secondo nei circa 15 minuti che passeremo sotto palco. Brividi ci aspettavamo e brividi saranno, con il brano più riuscito della discografia delle ragazze. Poi torneremo da The National e troveremo la situazione decisamente cambiata, con il frontman Matt Berninger che in luogo della posa composta dell’inizio ne acquisirà un’altra che non ci saremmo immaginati: si aggrappa alle barriere, scavalca, si addentra nel pubblico, torna sul palco, e al brano successivo torna a fare tutto daccapo. Irrefrenabile, con la security che non sa che pesci prendere. Finito il concerto addentiamo una serie di mini cheeseburger e corriamo da St Vincent, nella sua terza e definitiva veste, dopo quella di firmataria di autografi e ospite di altri. La sua performance è elettrizzante e l’artista dimostrerà di vivere in un mondo a parte e di avere una visione delle cose del tutto personale. Finirà per strisciare sul palco durante ‘Birth in Reverse’ e si farà trasportare in spalla da un tizio della security fino alla transenna, al termine dell’ultimo brano. Poi, mentre ci diciamo quanto è brava St Vincent, troviamo una nuova dimensione spirituale: il palco NOS viene occupato dai !!!, band che ci fece scoprire una nostra amica spagnola, ritrovata al festival, e gli sguardi sono tutti per il re dei frontman: Nic Offer. Esilarante, provocatorio, esaltato, diva, donna, uomo, sorprendente, con dieci bottiglie d’acqua ed altrettanti asciugamani vicino alla sua postazione, ai quali attingere nel corso della performance. Il tutto accompagnato da cinque musicisti che fanno un ottimo lavoro, molto seri e concentrati, nonostante tutto. Il nostro caro Nic, camicia a righine biancazzurre e pantaloncini blu da tennista anni 80, già al secondo brano scenderà a toccare le mani di coloro che sono in transenna, facendoci capire che se si gioca questa carta così presto qualcosa di più grande avverrà nel corso del live. Poi andrà a ballare sotto i maxischermi, collocandosi in uno spazio a dir poco angusto e pericoloso. Infine si getterà nella folla, arrivando fino a metà della stessa. Abbraccerà noi ed un altro spettatore e così, in corteo, si farà riaccompagnare saltellando fino alla transenna, per poi ritornare sul palco dopo aver cantato un po’ con noi. Tornato su, si prodigherà in balletti e coreografie del tutto fuoriluogo e fintamente sensuali. La voce, non così centrale all’interno di questo progetto, ovviamente risentirà di tutto questo trambusto, ma la musica resterà sempre di qualità, regalandoci ottimi momenti. Non sappiamo dire se il concerto sia durato un’ora, molto meno o molto di più, sappiamo solo che sono stati rodati alcuni brani che, in base alla risposta del pubblico, verranno o meno inseriti nel nuovo album. Siamo sicuri che il pezzo conclusivo ci sarà. L’effetto sarà quello che fanno sulla folla le grandi hit: il ritornello resta in testa anche dopo la fine del brano e il pubblico continua a cantarlo all’infinito. Così abbiamo fatto noi e tutti quelli che ci circondavano con ‘Say It Ain’t So’, questo il presumibile titolo del brano in esame. Soddisfatti, sorridenti, sudati, esaltati e con un nuovo dio da pregare prima di andare a dormire, salutiamo il palco NOS e torniamo al Pitchfork per il rush finale: iniziamo con i Cloud Nothings, visti al Circolo degli Artisti appena un paio di giorni prima della nostra partenza e quindi seguiti da posizione defilata. Il live replicherà quello romano, con l’inizio puramente indie rock ed il finale noise, confermandoci l’ottima opinione che avevamo di questa band. Si chiude con l’elettronica dello spagnolo Pional, sodale di John Talabot. Sembra una macchina nel traffico di Roma, rallenta e accelera senza soluzione d
i continuità e comunque riesce a farci stare in piedi fino all’alba, fino a che il sole rende tutto più definito. Fino a che il sole non svela Nic Offer, frontman dei !!! che passeggia amabilmente con le sue lunghe leve all’esterno del Pitchfork. Ci sarà il tempo di congratularsi, di dirgli che ha preso il posto finora vacante di dio, che dovrà assolutamente venire a suonare a Roma (la sua risposta è stata piuttosto ragionata e possibilista) e di mostrargli l’unico album acquistato tra gli stand del festival, nonostante il prezzo non proprio di favore. Non vi sto neanche a spiegare di quale band fosse, tanto è evidente. Un giusto coronamento di un grandissimo festival, perfetto in tutto e che consiglieremmo a chiunque voglia visitare una città deliziosa e sottovalutata, conoscere un popolo gentile ed ascoltare ottima musica in condizioni migliori rispetto a quelle che garantiscono eventi con nomi più roboanti. Ma, proprio mentre ce ne andiamo via, un nostro nuovo amico lusitano ci confermerà delle voci che in questa tre giorni giravano abbastanza insistentemente. Si parla di un Primavera Sound via da Porto, vista la scadenza del contratto triennale difficilmente rinnovabile, e di una nuova edizione nientemeno che a Roma. Sono solo indiscrezioni, nulla di confermato, ma sommate alle dichiarazioni di Alfonso Garcia Lanza, co-direttore artistico del Primavera, rilasciate nel corso di una conferenza stampa al Circolo degli Artisti, sembrano attendibili. La comodità di avere il festival in casa lenirebbe, ma non cancellerebbe del tutto, il dispiacere di veder scomparire qualcosa che qui funziona così bene. Non so voi, ma io non ce li vedo gli artigiani romani negli stand del villaggio o le ventenni che si mettono a fare le coroncine di fiori all’Ippodromo delle Capannelle. E probabilmente l’impermeabile ce lo dovremmo portare da casa.

Andrea Lucarini

2 COMMENTS

  1. Gran bel report, Andrea! Mi manca il Portogallo di tarda primavera, la Superbock, i taxi a 4 euro e gli Shellac dal vivo (tra i miei primissimi report per Nerds)…sigh.

  2. Grazie Pier, io sono tornato da poco e già mi manca tutto tantissimo… Gli Shellac comunque danno dipendenza, la prossima data raggiungibile ce la facciamo insieme!

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