Nos Primavera Sound @ Parque da Cidade [Porto, 4-6/Giugno/2015]

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Sì è concluso da ormai una settimana il NOS Primavera Sound di Porto, da molti considerato il cugino minore dell’edizione di Barcellona. Essendo per me la prima volta in assoluto a questa manifestazione posso dire di non aver per nulla avuto la sensazione di vivere qualcosa di minore, anzi. La location è il favoloso Parque de Cidade a una decina di minuti in macchina dal centro della città, un fantastico parco che sembra costruito appositamente per ospitare i quattro palchi della kermesse portoghese. L’organizzazione impeccabile, cibo abbondante a prezzi più che ragionevoli, bagni sempre puliti con code assolutamente sopportabili. Un pubblico variegato fatto di giovani ma anche da famiglie e arzilli amanti della musica con i capelli grigi.  Avendone già letto un po’ ovunque questo sarà un report breve ma intenso del festival con le impressioni dei concerti a cui abbiamo assistito.

1’ GIORNO

Patti Smith spoken word 4.5*
Ormai Patti Smith passa più tempo in Italia che negli Stati Uniti ma non avendola mai vista corro al Pitchfork stage per ammirare la sua grinta. Stende il pubblico con uno spoken word che in realtà utilizza poco la parola ma si serve della musica e del talento della sua band per aprire uno squarcio spazio temporale su quello che poteva essere la scena musicale a New York negli anni ’70. Pubblico rapito anche il giorno dopo quando ripropone per intero ‘Horses’ e dedica pezzi ad amici morti a destra e a manca, senza mai risultare stucchevole.

FKA Twigs 2*
E’ stata la rivelazione del 2014 per molti (non per me) ma spinta dalla curiosità ci spostiamo all’Atp stage per dare un’occhiata al suo live. Capiamo in maniera inequivocabile che ci tiene a far sapere di essere donna e dotata di una vagina. E’ un’ottima performer a livello vocale però dopo dieci minuti i suoi miagolii diventano insopportabili. Resistiamo solo perché la maglietta a rete e il look del percussionista ci ricordano Prince e tentiamo invano di muoverci sui sample black lunghissimi. Impresa impossibile.

Interpol 1*
La band suona come se fosse obbligata da qualcuno, nessuna passione e nessun trasporto. Paul Banks sbaglia qualche attacco, a volte dimentica i testi, ci chiediamo perché siano tra gli headliners della manifestazione e ci allontaniamo dal palco centrale per andare a rifocillarci di pane e carne. Già una volta mi era capitato di andarmene a metà di un loro live, questa volta ho cercato di tenere duro, ma le buone intenzioni non sono servite a molto.

2’ GIORNO

Viet Cong 4*
Aspettavo con impazienza di vedere sul palco i Viet Cong, il loro primo album è nella mia top ten delle migliori uscite di quest’anno. Durante il live però c’è qualcosa nella voce del cantante Matt Flegel che non mi convince. Il sound della band è molto compatto, e quando si lanciano in una cavalcata di dieci minuti su ‘Continental Shelf’ tutto funziona alla perfezione. Ma dal vivo non sono in grado di ricreare quella strana unione/disunione di voce e strumenti. Questione di vibrazioni. Ma nonostante tutto riescono a portare a casa un buon set.

Electric Wizard 5*
Ci aspettavamo grandi cose da uno dei gruppi che ha rifondato il doom negli anni ‘90 e la band inglese non delude per niente. Sul palco c’è tutto quello che ci si può aspettare: riferimenti all’occultismo, video di rituali satanici anni ’70 con donne nude che ballano, psichedelia e riff lentissimi. La voce di Justin Oborn racconta di banchetti a base di droghe. Come se i primi Black Sabbath fossero di nuovo tra noi.

Parentesi da 10 minuti
Sentiamo i The Replacements con la cover di ’21st Century Boy’, il giorno dopo si scioglieranno. Veniamo a sapere da un inglese che era nel loro stesso hotel che il povero bassista era totalmente ignaro di tutto.

Corro a vedere l’ultimo pezzo di Sun Kill Moon che si rivela essere un super racconto di lui che viaggia per il mondo tra stanze d’hotel, film di Sorrentino e carne di alligatore. Per comprendere l’entità del testo vi consiglio di leggerlo ‘This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station‘.

Spiritualized 3*
Arrivati a set già iniziato ti viene voglia di mettere la mano nell’acquasantiera e farti il segno della croce. Onirici e come giustamente dice il nome, spirituali, divertono e ti riempiono il cuoricino di luce: “When I’m tired and all alone, shine a light on meeee”. Ogni volta che li sento una parte della mia mente mi riportano alla mente qualcosa dei Primal Scream (senza la parte elettronica).

Pallbearer 3.5*
Finalmente anche oggi la nostra dose di metal doom viene servita al Pitchfork stage. Il pubblico ovviamente non è numerosissimo ma la band crea un ottimo scambio e regala emozioni. Anche la band americana come d’altronde gli Electric Wizard si rifanno a uno stile ’70 del doom, riprendendo i suoni dei Black Sabbath ma in questo caso virando su melodie più desertiche e una vocalità più melodica.

Run The Jewels 4*
Metti due rapper uno bianco piccolino e magro e uno enorme e nero e fagli indossare una “catena invisibile da 36 inch” e avrai la cosa più originale che il rap abbia prodotto negli ultimi due anni. Lo show è divertente ed El-P ama raccontare piccoli aneddoti sul palco come quando descrive il loro look sempre uguale ad ogni concerto perché hanno portato solo due paia di mutande a testa. Quando parte la base e si sente la voce di Zach de la Rocha su ‘Close Your Eyes and Count to Fuck’ il pubblico esplode.

3’ GIORNO

Thurston Moore 4*
Partiamo dal presupposto molto poco giornalistico: non nutro grande simpatia nei confronti di Thurston Moore e se lui e Kim Gordon fossero i miei genitori direi senza pensarci due volte che voglio più bene alla mamma. La band però è d’eccezione (Steve Shelley, Debbie Googe e James Sedwards) e si destreggia sul palco nell’esecuzione di buona parte del nuovo album di Moore oltre ad un paio di pezzi inediti tra i quali spicca ‘Turn On’ che promette grandi cose per l’uscita di un prossimo lavoro.

Foxygen 3*
Glam e teatrali ma a tratti veramente molto inconsistenti, c’è da dire che Sam France e tutta la band tengono il palco in modo eccellente. Le tre coriste sono uscite dal catalogo di American Apparel, passano dal balletto anni ’30 alla disperazione del gospel. Nel frattempo lui per 10 minuti si aggira tra la folla e grida. Tutto questo per dirvi che lo spettacolo è stato sicuramente divertente, ma purtroppo non ci sono sufficienti pezzi per poterselo gustare tutto, esattamente come nel disco.

Babes in Toyland 1*
Forse il live peggiore di tutto il festival e personalmente anche dell’anno solare. Totalmente incapaci a suonare, queste ormai imbolsite Riot Grrrl sono solo una vecchia copia dell’originale. Non conosco molto il gruppo ma ammetto che i riff sono talmente banali da avermi fatto soffrire dentro.

Einstürzende Neubauten 5*
Improvvisamente l’ATP festival si trasforma in un nuovo edificio pronto a crollare. Anche se con un set ridotto e il sottofondo dei Death Cab For Cutie che si stanno esibendo nel palco vicino le urla di Blixa Bargeld ci fanno gelare il sangue. Dopo averli visti a Torino con ‘Lament’ ero ansiosa di controllare le condizioni fisiche di Blixa dopo l’incidente con conseguente rottura di una gamba avvenuto a Roma. Fortunatamente per tutti noi sta alla grande. Lui e Alexander Hacke calcano le scene a piedi nudi (il bassista lo fa ormai da anni) e la folla resta incantata dal suono creato dalla band che ringrazia scherzosamente la tecnologia tedesca per permettergli velocemente di modificare il suono della batteria. Menzione d’onore al look di Bargeld: un abito nero e scintillante che solo un dio dell’industrial come lui può permettersi.

Shellac 5*
Habituè del festival, Steve Albini, Bob Weston e Todd Trainer sono decisamente in forma. Gente in visibilio, scene di isteria tra i 40enni. Albini e la sua chitarra/cintura ci tengono a ricordare che durante il festival ci saranno molti incontri sessuali e nonostante lui non faccia più sesso da tempo dedica al pubblico ‘You Came in Me’.

Ride 3.5*
Hanno avuto il merito negli anni ‘90 di prendere per mano lo shoegaze e consegnarlo alle band che hanno poi creato il sound brit pop. E dal vivo si sente eccome. Mi mancano un po’ le sonorità  shoegaze degli album che vengono lasciate in disparte per un piacevole set, ma decisamente più rock.

Ought 4*
Ultimo live della serata ma a mio parere nella top 5 delle migliori esibizioni al festival per intensità e coinvolgimento del pubblico. La band canadese (solo di nascita) ha pubblicato l’anno scorso per la Constellation Records uno dei migliori album nel panorama post-punk. Lo stile del frontman e chitarrista Tim Beeler è veloce e sprezzante, la gente balla e si diverte nonostante l’ora.

Chiara “Karse” Carsenzola

Foto dell’autore

porto

“Nel dettaglio il foglio word dove mi sono appuntata tutte le band che avrei voluto vedere. Rivedendolo capisco che farsi troppi piani per un festival è solo uno spreco di tempo”.