Non voglio che Clara @ Le Mura [24/Gennaio/2015]

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Belluno è un capoluogo di provincia veneto di cui si parla esclusivamente quando vengono stilate le classifiche delle città più vivibili d’Italia. Figura sempre nei primi posti, e noi, nati e cresciuti in una metropoli che tra le più vivibili non ci sarà mai, osserviamo questi dati con un pizzico d’invidia e pensiamo agli abitanti di quelle zone come a persone in pace con loro stessi, il prossimo e la natura, senza nulla di cui lamentarsi, tantomeno per cui disperare. Ma generalizzare è peccato di superficialità, se non di presunzione, ed ecco che col chiudersi dello scorso millennio, proprio in quelle terre, si forma una band che racconta la sofferenza nella vita e l’amore, che poi in molti casi finiscono per essere la stessa cosa. La loro visione del mondo, esplicitata dai testi, è disincantata e maledettamente realista, le atmosfere musicali richiamano quelle dei grandi autori della musica leggera italiana, rilette però in chiave moderna, e i quattro anni fatti passare dall’uscita di un lp all’altro (unica eccezione tra il primo e il secondo, in cui gli anni sono stati soltanto due) hanno sempre fatto notare un’evidente crescita. Per ottenere netti miglioramenti ci vuole tempo, e vivere la vita è il miglior corso d’aggiornamento per continuare a proporre testi originali e basi elaborate. Il concerto a Le Mura, locale che sorge, guarda un po’, di fronte alle mura di Via di Porta Labicana, cade pochi mesi dopo la ristampa dell’album d’esordio, l’un tempo introvabile ‘Hotel Tivoli’, datato 2004 e riproposto sul finire dello scorso anno dalla LavorareStanca, etichetta discografica facente capo al frontman del gruppo, l’eclettico Fabio De Min. Un’ottima occasione per dar modo ai fan di smettere di cercare il disco tra i mercatini come fosse il Sacro Graal, recuperare pezzi di undici anni fa per nulla scalfiti dal tempo, riarrangiarli e partire per un nuovo tour, che ogni scusa è buona.

Arriviamo alla venue con un pizzico d’anticipo, il locale non è molto grande e la band ha un seguito tale da riuscire a riempirlo senza problemi. Faremo in tempo a guadagnarci l’ingresso e una degna posizione, ma poco dopo, vinti dal caldo e dalla noia dell’attesa, torneremo all’esterno per fare due chiacchiere col nostro compare e collega di live report Kenta. Tempo di fumare una sigaretta e dare qualche sorso alla birra, magicamente materializzatasi nelle nostre mani nei pochi minuti passati all’interno del locale, e ci catapulteremo dentro per l’inizio del live. La situazione nel frattempo si è fatta complessa e la visibilità è a dir poco ridotta. Troveremo il locale strapieno e la sola cosa che riusciremo a vedere durante i primi brani saranno le spalle e le teste di chi è davanti a noi. Eppure siamo dotati di un’altezza sopra la media italiana, secondo una recente indagine nazionale. Scoraggiarsi è da pivelli e noi abbiamo troppa esperienza per farlo, così, brano dopo brano, riusciremo ad avanzare fino ad ottenere una visuale quasi ottimale, sfruttando i limiti di alcuni spettatori che non ce la faranno a restare inscatolati per tutta la durata del live. Il dispiacere più grande ce lo darà ascoltare, durante i primi pezzi, il ragazzo alla porta del locale che dirà agli avventori, ancora in attesa all’esterno, che c’è posto, anche se con visibilità ridotta. Smaltite le pratiche d’ingresso, la situazione che i malcapitati troveranno davanti ai loro occhi sarà al limite del claustrofobico. Come spesso accade chi si occupa di musica dal vivo a Roma predilige la quantità (di denaro) alla qualità del servizio per i clienti. Ma passiamo alla musica: la prima sorpresa della serata sarà quella di notare, issandoci sulle punte, che sul palco gli elementi sono tre, anziché i soliti quattro: chitarra, basso e tastiera non abbassano soltanto il numero dei musicisti, ma influenzano in maniera decisa la performance, con l’assenza della batteria. Dopo i primi tre pezzi, tutti tratti da quello che è allo stesso tempo il primo e l’ultimo disco dato alle stampe, sarà proprio De Min, ottimo cantante e gran personaggio, a spiegare che la band ha deciso di arrangiare i brani in maniera più scarna per scoprire se i pezzi potessero funzionare in questa versione, ma anche, aggiungiamo noi, per evitare che brani di undici o più anni fa gli venissero a noia, come sarebbe potuto accadere se suonati senza variazioni sul tema. I tre musicisti cambieranno spesso la loro postazione sul palco, per alternarsi a questo o quello strumento, mostrandoci così il loro polistrumentismo senza che scada la qualità. Apprezzeremo la voce del frontman, una delle più particolari nel panorama indie italiano, e i nuovi arrangiamenti, incisivi quanto quelli dei brani originali. La forza di questa band restano comunque i testi, duri e realisti come pochi altri. Sfacciati e sboccati in alcuni casi, almeno secondo una voce di ragazza che sentiamo alle nostre spalle durante il concerto, ma veri. Veri come i racconti a cui il frontman ci sottopone tra un pezzo e l’altro, lasciandoci immergere nella sua città ad alta vivibilità, ma dove, a quanto pare, non c’è spazio per la noia. Un po’ come nella scaletta, dove la parte del leone la faranno, con sei brani a testa, il primo album, già lungamente trattato, e l’ultimo, ‘L’amore Fin Che Dura’. Al termine dell’undicesimo pezzo, ‘Le Guerre’, tratto da ‘Dei Cani’, De Min ci dirà di essersi dimenticato di comunicarci che con quello si chiudeva la scaletta, ma comunque avremo poco di cui preoccuparci visto che il trio non uscirà per fare la pantomima del bis, anche perché, aggiungiamo noi, gli spazi angusti del locale di San Lorenzo non gli avrebbero permesso una rapida fuga. È qui che inizierà la vera sorpresa della serata: laddove ci si aspetterebbero due, massimo tre pezzi, ne arriveranno ben sei, con un paio di chicche assolute: il penultimo brano sarà una cover, ’Marcia Nuziale’ di Flavio Giurato, fratello del più famoso e di certo meno meritevole Luca. Infine si chiuderà con ‘Cary Grant’, richiesta a gran voce dai presenti. Al termine li lasceremo sul palco, intenti a recuperare i propri strumenti, e ci fionderemo fuori, con la schiena sudata, la certezza di esserci goduti un bel concerto e la frenesia di correre in macchina a riascoltare alcuni dei loro brani meno noti che abbiamo potuto conoscere stasera. Quando la vita si fa dura, sentirne cantare non può che farti stare meglio.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

Foto: Non voglio che Clara (OFFICIAL)

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