NoMEANSNo + Karate + Zu @ Villa Ada [Roma, 10/Luglio/2005]

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E’ la solita piacevole cornice del parco romano. I soliti stand so expansive (ma il primo EP degli Style Council a 5 euro non me lo sono fatto sfuggire, non fosse altro per Weller con mocassino, calzino bianco e golfino rosso sulle spalle), i soliti fumi alti delle prelibatezze arabe, i soliti amici che rivedi con estrema gaiezza d’animo anche quando la giornata avrebbe voluto come epilogo la sparizione dal pianeta terra. Il biglietto è aumentato di 2 euro, perchè guarda caso, fuori abbonamento. In compenso, prima del concerto, ci spiegano perchè esiste un movimento per boicottare la coca-cola, io da oggi boicotto anche chi aumenta i biglietti dei concerti e chi vende a 4 euro un pugno di insalata. Alle 22 circa, quando ancora il numero per la mia pizza è lontano dall’essere estratto, salgono gli Zu. Ogni volta è un estremo godimento ascoltare il trio romano ed il loro suono greve e algido allo stesso tempo. Macchine perfette. Che il pubblico gradisce come sempre, compresa la samba norvegese. Mentre l’amico Aguirre trangugia avidamente l’ultima fetta di pizza margherita, lo zuism presente nell’aria finisce, lasciando il campo al momento che noi tutti avremmo evitato: i Karate. Geoff Farina è un bidello che ha avuto un crollo verticale di circa un grattacielo. I Karate oggi non sono nulla. Non arrivano da nessuna parte. Arpeggi morbidi come panna montata. Assoli pseudo blues, monotonia, atmosfera da localino trendy per 38enni in carriera con la cravatta in tasca. “Ciao, noi siamo Karate” (all’inizio), “Ciao, noi siamo Karate” (alla fine). E’ la cosa più figa del loro show. Finalmente il clou. Ecco tre allegri ragazzi da Victoria, parte anglofona della Columbia canadese, una carriera lunga 25 anni (20 – discograficamente parlando) partita quando Rob Wright (lavapiatti in una caffetteria del campus locale) assiste ad un concerto delle glorie DOA. E’la scintilla per un’avventura che intraprende con il fratello batterista e Tom Holliston (chitarra) entrato sul finire del 1983 al posto di tale Andy Kerr. Hardcore figlio di Minutemen e Black Flag, certo, ma anche cicatrici funk e pesantezze alternative, tecnica, ironia, originalità. Tre over 40 che SPACCANO IL CULO in senso assoluto. Oggi, purtroppo, viviamo ed assistiamo allo zero musicale: epoca di MERDA in tutti i sensi. Anche chi non li conosce muove la testa. Chi li conosce muove la testa nel senso opposto. I cani abbaiano. La luna si gonfia. Un treno in corsa che non prende passeggeri. Non si trasformano nell’alter ego The Hanson Brothers (nome preso dai fratelli giocatori di hockey presenti nel film “Slapshot”), non escono per un bis – ma a noi caduti da un pino – va bene così. E’ l’ennesima dimostrazione di come si debba suonare la Musica: senza pagliacciate ed eccessi forzati, magari rilassandosi con il golf, come fa Rob Wright prima del concerto. Vederlo nel buio del parco, con i suoi ferri a fintare i tiri… è uno spettacolo nello spettacolo. Il resto è come sempre inutile.

Emanuele Tamagnini

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