NoMeansNo @ Init [Roma, 28/Novembre/2012]

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Canada, oh Canada. Paese che ha dato illustri natali per la musica contemporanea, rappresentato mercoledì sera in quel dell’Init niente popò di meno che dai NoMeansNo, i quali con il loro approccio punk alla musica e le loro velleità prog hanno dato un nuovo significato al punk hardcore, soprattutto grazie al loro capolavoro ‘Wrong’, targato 1989, in cui convivono la solennità dei Gang of Four e apertissimi power-chords che rimandano, e non poco, agli Husker Du di Zen Arcade e New Day Rising. Ad aprirgli la strada ci sono gli AY!, trio di basso, batteria e sax; entusiasmanti sin dall’attacco, hanno riscaldato (eccome!) il pubblico tra distorsioni e divagazioni free-jazz, tra ritmiche asfissianti e isteriche melodie; un gruppo che mi ha incredibilmente stupito, e che a tratti mi ha entusiasmato anche più rispetto ai veterani che precedeva.

I NoMeansNo si presentano come tre vecchi amici, con qualche chilo di troppo e con qualche capello bianco in più, pronti a rivangare i vecchi tempi al grido di “punks not dead”. La sala dell’Init (dentro la quale grazie a dio si può fumare liberamente) è andata riempiendosi sempre di più fin quasi a straripare. Dò un’occhiata a ciò che mi circonda e mi rendo conto di essere uno dei più giovani avventori del locale, eccezion fatta per due adolescenti accompagnati da una persona molto più grande di loro, irradianti un’incredibile gioia per l’acquisto di due lp ai quali pareva tenessero molto. Per il resto i NoMeansNo fanno tutto quello che ci aspettavamo avrebbero fatto: per un’ora e mezza hanno tenuto il palco come indemoniati, saltando con nonchalance tra vecchie glorie e novelle creazioni, sempre con lo stesso ardore e la stessa foga. Sì, il pubblico non era il massimo, di veri fan dei NoMeansNo non credo ce ne fossero molti; per la maggior parte eravamo semplicemente dei fini estimatori e nulla più. L’età dell’auditorio non ha giovato certamente, insomma l’atmosfera “punk” sotto al palco è difficile che possano crearla un gruppo di quarantenni in maglione e camicia, o quei ragazzotti in fondo a sinistra tutti col cappuccio tirato su, pesantemente intossicati dal primo mattino. Eppure la partecipazione, seppur statica, era attiva da parte di tutti. E quando Rob Wright urlava al microfono sembrava davvero voler comunicare un messaggio, e il pubblico rispettoso comprendeva quel messaggio, ed annuiva con la testa. Perché passeranno gli anni, cambieranno le persone, le mode, e le energie verranno sempre meno. Eppure di una cosa sembrava essere certi mercoledì sera: punks not dead.

Stefano Ribeca