Noel Gallagher’s High Flying Birds @ Rock in Roma [Roma, 9/Luglio/2015]

846

Mi conoscete come quello che va sempre a sentire i Blur, ma vi manca un dettaglio. Nell’estate del 1994, quando avevo compiuto dieci anni e le mie braccia erano entrambe ingessate per colpa di una brutta caduta dalla bici, mio fratello tornò a casa con un album azzurro di una band agli esordi, contenente due cd (uno con il disco vero e proprio, l’altro con un singolo di nome ‘Whatever’). Era ‘Definitely Maybe’, primo vagito degli Oasis, e fece breccia a tal punto nel cuore mio compagno di stanza che gli fece decidere di continuare a presentarsi nei negozi di dischi ad ogni nuova uscita, singolo o lp faceva lo stesso, arrivando a collezionare l’opera omnia della band. Di conseguenza ascoltai tutta la loro discografia, passivamente o di mia spontanea volontà, apprezzando e mandando a memoria brani e schitarrate passate alla storia. Poi i litigi dei Gallagher, la fine degli Oasis e la scissione in due progetti: Beady Eye per Liam e buona parte del resto della band, insultati perché sempre paragonati alla band originaria, ma assolutamente non male; Noel Gallagher’s High Flying Birds per il fratello maggiore, quello più dotato, con la vena compositiva spiccata, chiamato The Genius con tanta voglia di esagerare, ma senza discostarsi poi molto dalla realtà.

Eccoci quindi al nostro secondo incontro live con Gallagher Senior, dopo un concerto all’Atlantico in appendice al primo album solista. Stavolta la location è quella di Rock in Roma, alle Capannelle. Dopo aver pagato una somma pari a quella del pacchetto di sigarette più costoso in commercio per lasciare la nostra auto sul suolo del Comune nel quale siamo residenti, con la municipale presente e quindi complice ad assecondare il tutto, ci addentriamo nell’area dell’Ippodromo aspettandoci di trovare una folla oceanica e in visibilio. Ci sono molti cappelli di paglia rossi, regalati da uno sponsor, ma le presenze sono meno di quanto chiunque potesse immaginare. Arrivano fino al mixer – punto di riferimento per chi è pratico della venue – ma le maglie, eccetto nelle primissime file, sono molto, molto larghe. Il contemporaneo concerto di Paul Weller, un artista che ha per buona parte lo stesso pubblico, ha sicuramente tolto una fetta di partecipanti, così come al concerto dello stesso Weller ci saranno stati parecchi seggiolini vuoti che sarebbero stati occupati da quelli che sono più fan di Noel, se avessero suonato in due serate diverse. Mettere sullo stesso palco due artisti che peraltro si stimano enormemente sarebbe stato troppo intelligente e remunerativo, ma gli organizzatori di concerti preferiscono farsi la guerra anziché lavorare insieme per rendere felici i loro clienti e guadagnare di più. Contenti loro.

Cronaca: alle 21:40 un momento toccante. Si affaccia sul palco un ragazzo non meglio identificato che legge un comunicato, in italiano e inglese, nel quale dice che quando lui uscirà di scena verrà osservato un minuto di silenzio, in ricordo del bambino di cinque anni che in giornata ha perso la vita a causa di un incidente occorsogli nell’ascensore della metropolitana. Il silenzio sarà totale e l’applauso partirà solo dopo, per una tragedia evitabile che ha colpito i cuori di tutta la cittadinanza. L’attesa sale, ci sono molti capelli bianchi tra i presenti, segno che il cantautore di Manchester riesce a fare breccia anche nei suoi coetanei, con la sua nuova proposta musicale, o che i suoi vecchi fan continuano ad apprezzarlo a distanza di anni. Dopo l’intro salgono sul palco Noel e i suoi High Flying Birds e, mentre la folla urla, attaccano con ‘Stranded (On The Wrong Beach)’, brano tratto dall’ultimo disco, ‘Chasing Yesterday’. Ci rendiamo subito conto che questa sarà una bella serata. Dopo molti, troppi concerti a Rock in Roma con volumi bassi ed anche per questo noiosi, qui i bpm ce li sentiamo dentro lo stomaco. È facile godersi lo spettacolo, anche grazie a un minor numero di cellulari alzati rispetto al solito. Il motivo? I fari della scenografia puntati verso il pubblico in maniera accecante rendono vana ogni velleità fotografica, rendendo visibile, agli obiettivi dei più, soltanto il telone nero con la grande scritta NGHFB. Ben presto ci si stancherà di fotografare un telo e delle luci, quindi l’uso massimo dei telefoni sarà quello di registrare note audio, attività che impatta in maniera minore sugli altri spettatori. Conoscendo le posizioni dell’artista nei confronti delle moderne derive, supponiamo che in questa scelta possa esserci il suo zampino. La scaletta è un diesel, ma quando mette il turbo ha più potenza di qualsiasi altro motore. Dopo la compassata ‘Riverman’, nella quale verrà introdotta la sezione fiati, e qualche apprezzabile arrangiamento che in alcuni casi vira al country, Noel, sempre molto composto sul palco, di poche parole, ma intensamente impegnato sul suo lavoro, decide di dare in pasto ai suoi adepti quello che vogliono: una serie di hit che li farà ballare, piangere, cantare a squarciagola, saltare, esaltarsi. L’esperienza dell’artista è tale da sapere dove tirare la corda con qualche pezzo più sperimentale e dove allentarla con dei brani indimenticabili del repertorio Oasis. Ci sarà spazio per una versione molto diversa dall’originale, ma altrettanto affascinante, di ‘Champagne Supernova’, per ‘Whatever’, che purtroppo dopo essere stata musica di sottofondo degli spot Vodafone per un lungo periodo non riusciamo più ad ascoltare con lo stesso gusto e la divertente ‘Digsy’s Dinner’, brano più allegro del novero. Prima di tutte ci sarà ‘Fade Away’, intonata in anticipo dal pubblico e resa ancor più sentita dal cantautore di Manchester, che animerà la folla dicendo “bella canzone, chi è il fottuto genio che l’ha scritta”? Potete immaginare la reazione. Molti indossano maglie del Manchester City, delle quali entrambi i fratelli Gallagher, tifosi illustri, sono stati testimonial in due diverse annate. C’è qualche bandiera, viene acceso un fumogeno e ci sono tanti cori da stadio. Il legame tra musica e football culture tocca qui il suo apice, anche se Noel, nella sua elegante camicia a righe tutto sembra fuorché un hooligan. Ma si sa che ognuno vede nei propri idoli ciò che desidera di più, e un tifoso come tanti diventa l’emblema del ragazzo che dalla curva arriva allo stadio, per fare gol con la chitarra, anziché col pallone. La setlist procede con molti ripescaggi dal primo disco solista, o per essere fiscali realizzato con gli High Flying Birds, la sua band. Ci sono ben sette brani tratti dalla sua prima fatica post-Oasis, tra i quali spiccano la bellissima ‘The Death Of You And Me’, alla quale perdoniamo i primi trenta secondi identici a ‘Je So’ Pazzo’ di Pino Daniele, le due AKA (‘What A Life’ e ‘Broken Arrow’) e ‘If I Had A Gun’, canzone risalente a soli quattro anni fa, ma già nella categoria dei grandi classici, grazie a un sopraffino equilibrio tra testo e musica. L’esecuzione dei brani è perfetta, come se stessimo ascoltando un vinile da un Thorens, ma gli arrangiamenti ricercati ci ricordano di essere a uno show dal vivo e ci regalano quel tocco magico che solo i live più riusciti riescono a darti. Unica pecca, che nessun fan ammetterà mai, l’atteggiamento sul palco di Gallagher, coinvolgente con la sua musica, ma statico e stringato nelle comunicazioni col pubblico, che però, in adorazione, prenderà ogni suo mugugno come una manna dal cielo. L’uscita che prelude all’encore non dura poi molto, ed il ritorno regalerà tre perle, premiandoci per la pur breve attesa: ‘The Masterplan’, la più citata e tatuata dai suoi fan, parla del disegno del destino e ha un ritornello che ha il successo eterno come destino. La già citata ‘AKA…What A Life’ sembrerà ancor più bella dal vivo, col suo finale in bilico tra Stone Roses ed Happy Mondays, anche loro di Manchester e di poco precedenti all’avvento degli Oasis. Infine, ‘Don’t Look Back In Anger’, uno di quei brani che non stancano mai, nessuno può evitare di cantare (a parte Noel che lascia metaforicamente il microfono ai suoi fan) e del quale tutti sanno il testo, volenti o nolenti, a causa dei ripetuti ascolti negli anni. La canzone numero venti chiude il concerto e noi siamo totalmente appagati. Non poteva esserci niente di meglio. O forse sì, Paul Weller, ma questo non lo sapremo mai.

Andrea Lucarini

@ Lucarismi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here