Nobukazu Takemura & Zu @ Auditorium [Roma, 8/Dicembre/2006]

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Per il secondo appuntamento della rassegna Meet In Town si è cercato di facilitare l’atterraggio sul paesaggio sonoro contemporaneo trasformando il Teatro Studio (la sala meno capiente e meno “istituzionale” dell’Auditorium) in un vero e proprio club: nessuna sedia ma solo qualche agognato divano qua e là, un piccolo angolo bar, nessuna luce se non quella riflessa da tre megaschermi proiettanti artvideo et similia. Praticamente un Brancaleone meno underground e più fighetto, visto che grazie al pregiato parquet ci si può sedere sul pavimento senza rischiare di farsi sgridare dalla mamma per essere tornati a casa con un mozzicone di sigaretta e una gomma da masticare sul culo (in effetti anche io trovo perverso masticare una gomma sul culo). Alle 21:30 iniziano puntualissimi gli Ambit3, trio romano che dietro la console e davanti a proiezioni video sceglie di proporre musica ambient glitch per introdurre quello che sarà l’evento della serata. La qualità del suono è pressochè perfetta, si percepiscono chiaramente tutti gli “scarti” utilizzati per impreziosire la ritmica e i battiti puliti. Quello che latita è probabilmente la parte melodica (la sensazione era quella di ascoltare dei Junior Boys meno synth e meno pop) che rende il loro set un po’ prevedibile, ma nonostante ciò abbastanza godibile. Due pezzi su tutti, durante i quali sono riusciti a rapire completamente la mia attenzione anche con l’aiuto delle immagini su video, sono sembrati molto più convincenti. L’attesissima collaborazione nippo-ostiense inizia con Nobukazu Takemura che sale da solo sul palco, piazza una telecamera a riprendersi, imbraccia la chitarra elettrica e inizia a suonare, nonostante la gente in sala, probabilmente scambiandolo per un roadie che prova gli strumenti, non accenni ad abbassare il volume del brusio. Quando, dopo qualche minuto, il rumore di fondo scende ad un livello accettabile si iniziano a percepire gli intrecci di accordi in stile Roy Montgomery, squassati a tratti da fulmini di matrice elettronica proveniente dai due laptop del maestro di Osaka. Dopo qualche minuto lo raggiunge Massimo Pupillo, bassista degli Zu, che si inserisce su questo tappeto martoriando con strumming furibondi il suo effettatissimo strumento. E’ quindi il turno del batterista Jacopo Battaglia e, poco dopo, del sassofonista Luca Mai. Ora si fa sul serio. Sullo schermo viene proiettato, disturbato da effetti elettronici, un curioso film degli anni ’60, girato a mo’ di film muto con tanto di finte didascalie d’epoca, in cui sembra farla da padrona la delazione verso supposte streghe che vengono a loro volta riprese (o forse immaginate) con Satana in persona mentre gli baciano il culo o lo slinguazzano in bocca. Decisamente inquietante. Così come inquietante è la musica prodotta dai quattro quando il concerto entra nel vivo. I suoni di Nobukazu Takemura sembrano scomparire dietro la possenza di basso, sax e batteria, ma solo apparentemente, in quanto la sua sola presenza comunque sembra influenzare notevolmente il modo con cui gli Zu suonano, che è diverso dal solito (forse anche per problemi di natura tecnica). In un paio di occasioni, quando i quattro si spingono verso sonorità simili a quelle di “Red” dei King Crimson (sì, lo so, sono fissato con quest’album), l’accoppiata audio video raggiunge la perfezione (nonostante non sia il classico concerto adattato al film, che va molto di moda in questi anni) e viene davvero voglia di iscriversi ai Bambini di Satana. Purtroppo è sembrato che, probabilmente per i problemi tecnici di cui parlavamo prima, gli Zu non siano riusciti a fare tuttto quello che avevano in mente e che auspicavano da questa importante collaborazione. Tant’è che Jacopo Battaglia, che lamentava dall’inizio del concerto di non sentire niente dalla sua cassa spia, dopo aver lanciato un piatto sul palco e smontato qualche pezzo della batteria, se ne è andato, forse polemicamente, lasciando gli altri tre concludere il set. Ma d’altronde doveva immaginarselo, visto che questi sono tempi decisamente duri per le spie.

Daniele Gherardi

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