Noah And The Whale @ Locanda Atlantide [Roma, 6/Dicembre/2009]

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Si manifestano in città Noah e la Balena. Non è la prima volta e, ci auguriamo, che non sia neanche l’ultima. La differenza, in questo caso, la fa l’onda d’entusiasmo silente ma crescente che s’è dipanata attorno al gruppo: dopo l’uscita del loro disco-documentario, ‘First Days Of Spring’, su più di una rivista o webzine specializzata s’è parlato di opera candidata alla Top 5 del 2009. Certo, c’è tutta l’orda da Brooklyn con furore (Grizzly Bear, Dirty Projectors etc) che difficilmente retrocederà nelle maniacali liste degli indie freak, eppure questo disco ha fatto breccia nei cuori (spezzati?) di molti. Charles Fink e compagni arrivano a Roma come ultima data di un tour che li ha portati a toccare quasi tutta la penisola e, proprio nelle piazze più importanti, la location e le condizioni non sono certo state d’aiuto. Da Milano arrivano voci discordanti su quello che sia accaduto al Plastic, leggendario quanto selettivo club, inadeguato per un concerto sussurrato, e comunque prevalentemente acustico, di un gruppo che tutto è fuorchè fashionista. Non che da queste parti si vada meglio: a causa di vicissitudini non proprio chiare, l’Init, in cui originariamente il concerto doveva avere luogo, ha ceduto il posto ad una inedita Locanda Atlantide.

In una fredda domenica sera pre-natalizia, gli amanti dei suoni delicati dal retrogusto folk arrivano alla spicciolata nella location, molto più famosa per le serate danzerecce di varia estrazione che si consumano tra le due cavernose sale che per i live. L’attesa è lunga, molto più del previsto, seppur addolcita dall’intimità dell’atmosfera domenicale e dall’intrattenimento fornito da un piacevole Marco Calliari, cantautore canadese della francofona Montrèal ma dalle evidenti radici italiche che propone un gradevole combo di suoni folk italici ricchi di intessiture jazz, con una metrica che molto ricorda Vinicio Capossela. Prima di Fink e soci, a calcare il palco, arriva una seconda band spalla, stavolta molto romana, quella dei The Jaqueries, giovani, ma solidi, tirano fuori una miscela di indie-pop compatta, senza timidezze che costruisce sui canoni tipici del genere, senza scimmiottarli troppo, proponendo anche una energizzata cover di ‘I Try’ di Maci Gray.

Ed eccoli qui, finalmente sul palco, i menestrelli di Twickenham: a guardarli bene, ancora prima di sentirli suonare, con il ciuffo post-adolescenziale di Charlie Fink e i camicioni di flanella di tutti gli altri, si ha la straniante sensazione che non possa trattarsi degli stessi sghembi autori di ‘5 Years Time’ né, tanto meno, di un concept album tanto sofferto come ‘First Days Of Spring’. Eppure eccoli lì, che già al secondo pezzo tirano fuori il singolone che ha innescato l’innamoramento nei cuori del popolo indie in questo 2009: ‘Blue Skies’ si fa spazio senza troppo clamore tra un pubblico che non si aspettava il pezzo così presto nella scaletta. Ma Fink e soci tirano dritto, parlano poco, scherzano ancor di meno, salvo la menzione sarcastica che la balena che presta il nome al gruppo sia in realtà sotto il palco, a “correre” per generare energia per gli strumenti. Poco dopo è il tempo di ‘Give A Little Love’, mini-cavalcata alla Arcade Fire rispolverata dal primo disco, quello in cui la funesta Laura Marling ancora presenziava con la sua voce angelicata. Non c’è tempo per distrarsi e fantasticare tra le somiglianze espressive e vocali tra Fink e un giovanissimo Lou Reed che è già arrivato il momento di un altro pezzo incredibile, probabilmente tra i migliori dell’anno, che è ‘Love Of An Orchestra’: il respiro del pezzo, che sdrammatizza le ambizioni classicheggianti con il divertissement e lo spirito folk che va tanto di moda dall’altra parte dell’Oceano, coinvolge e avvolge il pubblico, nonostante la difficile resa acustica del locale. Si prende fiato per un altro giro sulle giostre emotive della disperazione amorosa in note: ‘Our Window’ fa venire voglia di ondeggiare alzare gli occhi e fissarle davvero queste stelle benedette. Il gruppo non permette che il refrain melodico che guida tutto il concept album si disperda. In coda allo show, davvero breve, neanche tre quarti d’ora, gli aedi britannici tirano fuori proprio il brano che al disco dà il nome: ‘First Days Of Spring’, a risentirla ora, suona come un congedo dal pubblico romano ma anche come un’affermazione di rinascita, a dispetto dei versi finali “I’m still here hoping that someday you will come back”. La serata finisce con il piacere enorme di aver sentito dal vivo un disco di così grande spessore emozionale e con la speranza di rivedere presto i ragazzi, magari anche col favore di un’acustica migliore e la proiezione del famigerato documentario che racconta in parole questi agognati primi giorni di primavera.

Chiara Fracassi