Noah And The Whale @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Settembre/2011]

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La vita è bella perché (qualche volta) decide di sorprenderci. Il concerto dei Noah And The Whale è stato un susseguirsi di eventi inattesi, ha smontato una serie di convinzioni che mi ero fatto e, tutto sommato, mi ha divertito. Ma, come direbbe qualcuno, “partiamo dall’inizio”. Il primo bizzarro accadimento è che il concerto comincia prima del previsto. Arrivato alle 21.40 al locale entro comodamente all’interno della sala. Grazie a un’inaspettata botta di… fortuna non appena varco la porta della sala attacca il Do di ‘Give a Little Love’. Mentre mi apposto comodamente fra le prime file, penso ai miei sfortunati amici paganti che hanno speso 20 euro per perdersi l’inizio di un concerto che durerà al massimo un ora e mezza, noto con somma gioia che il pubblico non è formato solo dai classici pupazzetti con il gilet che hanno scoperto l’indie rock con ‘Undercover Martyn’ dei Two Door Cinema Club ma è piuttosto eterogeneo, dimostrazione che il gruppo (forse) non è uno dei tanti bluff che (purtroppo) ci sta propinando anno dopo anno la perfida Albione.

Charlie Fink e compagnia optano, in particolare nella prima parte, per un approccio decisamente rock. Petulla picchia duro sulla batteria, Owens (basso) è un ossesso, le chitarre sono decisamente più distorte di quelle che potete trovare nei tre dischi in studio, Fink non ci pensa proprio a prendere in mano l’ukulele. Fa da contraltare il violino del bravo Tom Hobden che ci ricorda cosa siamo venuti a sentire. Anche i brani presi dall’ultimo disco, ben lontano dal piacermi, hanno una verve inaspettata in questa veste grintosa. Il momento acceso viene smorzato nella parte centrale che lascia spazio al terzetto “soft”: ‘Blue Skies’, ‘Wild Thing’ e ‘The Line’. Proprio mentre il caldo inizia a farsi insopportabile e una parte dell’audience sembra affaticata segue quella che il gruppo stesso definisce: “The party session”. I ritornelli appiccicosi e i coretti coinvolgono il pubblico che, dimenticandosi dei 40 gradi della sala, comincia a saltellare e a cantare. Purtroppo questa parte presenta in scaletta uno dei pezzi più brutti della produzione dei Noah, la tremenda ‘Tonight’s The Kind Of Night’, una canzone sconcertante che ricorda vagamente un anthem da stadio che mi ha costretto ad una bizzarra associazione con il Bruce Spingsteen meno ispirato. Bisogna aggiungere fra le noti dolenti che Charlie Fink, benché vocalmente abbia dato tutto quello che si può chiedere ad un cantante, quando lascia la chitarra non è che sia il frontman più convincente mai visto; le mossette da popstar consumata e le gag  (“I just want to ask you something. Pronto?” Eh? Che razza di battuta sarebbe questa?) non sono decisamente il suo forte. Dopo i singoli di maggior successo arriva l’immancabile bis che vede fra le altre una splendida interpretazione di ‘The First Day Of Spring’ che, pur aggiungendo i 5 inglesi alla infinita lista di band che chiudono i concerti con i crescendo di postrockiana memoria, convince nell’arrangiamento e nell’esecuzione. Si va a casa contenti dopo un ora e qualcosa in più di concerto sapendo che di pregiudizi, soprattutto dopo il deludente ‘Last Night on Earth’ ne avevo sin troppi.

Luigi Costanzo