No Music, No Life. Speciale Giappone.

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In ogni viaggio che ho fatto nella vita, per quanto lontano mi trovassi, non ho mai perso il mio modo di essere. Magari sono cresciuto, viaggiando s’impara molto, ma non c’è mai stato modo di distaccarmi dalle mie passioni. Col Giappone il rapporto, seppure mai consumato, si trascinava da quasi trent’anni. Come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto coi cartoni animati giapponesi, e quello è l’imprinting. Rimane un ricordo affettuoso, uno di quelli che in genere finiscono lì, nel baule dei bei ricordi del tempo spensierato che fu. Ma poi, intorno ai dieci anni, fu galeotto un manga, con la lettura all’orientale, comprato per passare il tempo in attesa di una visita odontoiatrica, per fortuna una delle poche avute nella vita, ma di certo la più indimenticabile. Quel manga diventò poi parte di una serie completa e tutti quegli asterischi dei traduttori che spiegavano il cibo e la cultura di un mondo così diverso, mi hanno fatto venir voglia di documentarmi. Un libro di sociologia dietro l’altro, romanzi scritti o ambientati lì, molti altri manga, un corso di lingua in due fasi, l’ultima piuttosto disperata cominciata pochi mesi prima della partenza, dove grazie alla pazienza di Yuuki, giapponese ma residente a Roma, sono riuscito a dotarmi di qualche rudimento linguistico necessario per sfangarla in un paese dove l’inglese non è parlato più o meglio che in Italia. È stato un viaggio bellissimo, con un itinerario molto esteso: due giorni a Tokyo, una settimana di base a Osaka, ma con gite a Kyoto, Nara, Hiroshima, Kobe, una giornata di riposo in un ryokan a Takayama, prima di tornare nella rutilante Tokyo per un’altra settimana. È proprio nelle tre tappe nelle due città più grandi che le mie passioni sono praticamente esplose, con preponderanza per quella musicale.

Il secondo giorno di Tokyo con il mio gruppo decidiamo di andare a visitare il quartiere di Shibuya, famoso per quello che da molti viene considerato l’incrocio più trafficato del mondo. Mi è sembrato di averne visti di più caotici, sempre a Tokyo, ma ciò che attira maggiormente la mia attenzione non è quello ma il palazzo (sì, non il negozio) della Tower Records, nove piani dedicati alla musica di ogni genere. Com’è scritto anche sulle loro buste è il negozio di musica più grande del mondo. Saluto gli altri dicendo che li ricontatterò circa un quarto d’ora dopo, prima di venire risucchiato nella torre per oltre un’ora e mezza. Benedetto sia il Tax Free che mi toglie l’iva, per giunta appena aumentata dall’8% al 10%, comunque meno delle metà che Italia, ma la spesa sarà comunque consistente. Chi mi conosce bene, o mi ha conosciuto leggendomi qui su Nerds, o mi ha visto invadere il palco per abbracciare Damon Albarn, sa che i Blur sono la mia band preferita da sempre. Per giunta avevo già due loro dischi usciti solo per il mercato giapponese, recuperati su Ebay e Discogs, ma quello che troviamo qui davanti ai nostri occhi va ben oltre le più rosee previsioni. Ci ammiccano dagli scaffali ‘’The Great Escape’, ’13’, ‘Think Tank’ e ‘Leisure’, tutti e quattro in edizione giapponese, con le iconiche costine colorate sui lati, le tre bonus track a disco donate ai fan del Sol Levante e i testi scritti anche in giapponese, così leggendoli posso anche studiare. Facciamo nostra anche la versione per il mercato locale di ‘Discovery’ dei Daft Punk, per giunta a 1400 yen, circa 10 euro, con la copertina che anziché la scritta col nome del duo riporta il disegno dei quattro personaggi a cartoon del video di ‘One More Time’, hit di quell’album. La colonna sonora dell’apprezzatissimo ‘Once Upon A Time In… Hollywood’ di Quentin Tarantino, visto qualche giorno prima della partenza e che non ha alcuna particolarità se non una grande etichetta con i titoli delle canzoni e la spiegazione del disco in giapponese. Trovo, riponendoli negli scaffali dopo un controllo rapido, assurdi CD con le battute tratte da film come ‘L’allenatore Nel Pallone’ con Lino Banfi e i poliziotteschi con Tomas Milian, a Shibuya, Tokyo, Giappone. Nonostante la passione per questo paese la musica del luogo non mi aveva mai appassionato, nonostante ci avessi provato più volte. Unica eccezione Kawamura Gun, il giapponese coi capelli lunghi e la bici fiammante che gira per il Pigneto. I Pizzicato Five sono il nome di J-band più noto in Europa, ma a parte qualche raro pezzo mi hanno sempre annoiato. Però c’erano delle belle cuffione per ascoltare alcuni dischi alternative e un po’ con quelle e un po’ basandomi sulla bellezza delle copertine e le descrizioni dei dischi, che avevano accanto le diciture Per Fan Di: The Smiths, Joy Division, James Blake – tanto per fare un esempio – sono uscito con altri quattro dischi in Digipack: ‘Twelve’ di Mikko, che è entrato nella mia Top 5 del 2019, un EP degli esordienti Sambi, uno stranissimo CD molto cupo col formato da 7 pollici dal titolo ‘Nijimusi’, della band più romana di Tokyo, gli 00100, e ‘Love Me Love Me Not’ degli Honne, duo elettronico londinese clamoroso che però sono dovuto andare fino a Tokyo per scoprirlo. Prendo anche la versione Jap dell’ultimo lavoro dei Battles, in tour in Giappone proprio in questi giorni,  per l’amico Piero. Purtroppo non riusciremo a incrociarli in nessuna delle date, i nostri tour viaggiano su rette parallele. La prima sera potrei andare a sentire gli italiani Any Other, che suonano a Tokyo, ma sono appena partito dall’Italia e voglio restarne lontano il più possibile, per immergermi nella cultura locale. Dopo il doveroso tributo alla mia serie di anime preferita con il cofanetto ‘Decade’ e il singolo ‘Fly To The Moon’, entrambi contenenti musiche tratte dall’amatissimo Neon Genesis Evangelion, scendo al secondo piano e, nonostante pensassi di averla scampata, trovo tutto lo splendido merchandising della sede della Tower Records di Shibuya. Ora, chi mi conosce sa che oltre alla musica, alla letteratura, al calcio e ad andarmene via da Roma ogni volta che posso, c’è un’altra cosa della quale sono malato, e questa è lo stile. Beh, la ricercatezza del materiale presente nello store farà sì che uscirò con una maglietta con scritto Taua Reco (il nome del negozio in inglese giapponesizzato) Shibuya, una giacca leggera à la page che per giunta indosserò da quel momento fino alla fine del viaggio, e fin quando il clima lo ha permesso, anche a Roma, due tote bag, una spilla, un portachiavi e un telo mare, del tutto fuori contesto e fuori stagione. Quando mi rendo conto che sto mettendo nel carrello anche lo scotch brandizzato Tower Records, mi fermo e vado in cassa. L’addetto non si scompone per l’arrivo di un gaijin con un carrello zeppo di oggetti, rendendosi conto che per chi viene dall’altra parte del mondo tutto quello che c’è lì è introvabile, a meno di affrontare immorali spese di spedizione. Dopo le procedure di rimborso delle tasse, mi spedisce al piano terra, dove, dice, mi spettano tre omaggi, credo per aver raggiunto il record di spesa del giorno, se non del mese. In cassa la commessa super sorridente dinanzi al cliente del giorno mi regala una cartolina della Tower Records, un apprezzatissimo disco di demo di Mikko e lo zainetto/shopper della Warp Records.

Dopo un primo assaggio di Tokyo si prende lo shinkansen direzione Osaka e questa città è la sorpresa che non mi sarei mai aspettato. Nelle mie ricerche sul Giappone mi ero piuttosto banalmente concentrato su Tokyo: 38 milioni di abitanti, le fiumane di gente, i colori, le luci, le stranezze, tantissimi posti aperti 24 ore su 24, dai ristoranti alle sale giochi, fino ai salvifici Kombini (Convenience Store detto da un giapponese) dove tutto puoi trovare, ad ogni angolo della strada, in ogni momento in cui ti serve. Ma Osaka ragazzi… Grande e popolosa come Roma, conosciuta come la cucina del Giappone, ti lascia a bocca aperta in un modo che è difficile da spiegare a parole e d’altronde sono avvantaggiato dal fatto che qui sono tenuto a parlare soltanto di musica, quindi non mi sforzerò. Dopo una prima sera nella quale provo le specialità locali come l’Okonomiyaki (probabilmente la cosa più pesante che abbia mai mangiato, una specie di pizza con la base a frittata e letteralmente qualsiasi cosa sopra) e i Takoyaki (polpettine di polpo, animale simbolo della città), la seconda sera riparo insieme al resto della ciurma in un Gyoza Bar. Ora, quando sono in viaggio non amo mangiare più volte nello stesso posto, mi piace variare, scoprire, avventurarmi, ma il 451Tasu si meriterà il bis. Quando torniamo l’ultima sera l’accompagnamento musicale sarà di livello tale da costringerci a shazammare più canzoni, come quella della band Paellas ‘Fade’ e ‘Irohanihoheto’ di Sheena Ringo, celebre cantante locale. Questi due brani mi accompagneranno in cuffia nei giorni successivi, specie nei viaggi in treno, dove si il tizio col carrello serve deliziosi Bento Box, a prezzi non maggiorati rispetto all’esterno, e si fuma nelle smoking area. Civiltà. Si comincia ad esplorare con lo streaming la discografia di questi artisti, certi di ritrovarli prima o poi in qualche negozio di dischi. Ad Osaka andiamo solo in un negozio di libri usati, con un piccolo spazio per i CD e troviamo comunque, a cifre con le quali qui si compra un pacchetto di sigarette ‘Definitely Maybe’ degli Oasis, l’EP di 6 tracce ‘Whatever’, quando in Europa era uscito solo il singolo, per giunta prima pubblicazione della band di Manchester, e la versione Jap di ‘Halcyon Digest’, capolavoro dei nostri amatissimi Deerhunter. Fortuna vuole che facciamo anche la conoscenza personale di Misancholy, musicista osakina di gran talento, con un passato in Germania e un futuro in Svezia. ‘For Hearing’ ci cattura, ma è tutta la sua produzione, al momento solo su Soundcloud, a conquistarci. Riusciamo anche a cavarle un consiglio musicale: i Toe, band dissimile dagli europei Toy tanto nel nome quanto nella proposta musicale. Lasciamo Osaka con notevole preoccupazione, visto che i nostri bagagli, a una settimana dal ritorno, faticano maledettamente a chiudersi, ed una volta tornati a Tokyo andiamo a visitare il quartiere di Shimokitazawa. Nelle guide turistiche non se ne fa menzione, ma io credo al destino e il destino ha voluto che in treno verso Torino per raggiungere il TOdays Festival, ci fosse seduta accanto a me Kiyomi, giapponese espatriata prima in India, poi a Ginevra. Notando un mio libro su usi e costumi giapponesi mi ha chiesto, in perfetto inglese, il motivo di quella lettura e una volta spiegato l’arcano mi ha dato valanghe di consigli utili per il mio viaggio. Shimokita è il quartiere dove vivrei se fossi a Tokyo. Fuori dalle zone principali, ma a soli 7 minuti di metro da Shinjuku, c’è pace, serenità, meno rumore e meno luci che altrove. Nulla è esagerato, tutto è nelle giuste dosi. Sembra un quartiere che si estende all’interno di un tempio e, non essendo sulle guide, non è ancora invaso dai turisti. Ci sono cibo di strada, negozi vintage, meno globalizzazione che altrove, e nelle mie passeggiate sono riuscito a scovare due negozi di dischi. Il primo, angusto, lo troviamo al terzo piano di un palazzo. È tipico in Giappone che ci siano negozi ai piani superiori dei palazzi, seppure non si tratti di centri commerciali. La signora, gentilissima, non parla una parola di inglese, e il materiale è disposto in spazi troppo stretti per valutarlo, così chiediamo lumi su Paellas e Sheena Ringo, le nostre scoperte di Osaka, un po’ in giapponese, un po’ col linguaggio dei segni e un po’ indicando quello che appare sul nostro iPhone. Sui Paellas ci dice che sono soliti avere loro dischi, essendo alternativi, ma che al momento sono sold out. Su Sheena Ringo non dice nulla, facendoci capire che è troppo pop per i suoi gusti. Ci spedisce comunque da Disk Union, dietro l’angolo, dicendo che sicuramente avrà quello che cerchiamo. Vuole sapere da dove veniamo, il turista non è solito andare a Shimokitazawa, e l’accontentiamo. Sorrisi, inchini, saluti. Entriamo da Disk Union e siamo subito in paradiso. Negozio su un piano solo, dà l’impressione di essere gestito da appassionati e che i clienti siano tutti degli specialisti del settore. Troviamo in un colpo solo il singolo Japan Only dei Blur ‘It Could Be You’, a 2 euro scarsi. Su internet non si trova a meno di 42. ‘Sawdust Seizures’, bootleg di un non meglio precisato concerto dei Blur del 1994, made in Italy, registrato genericamente “in Europe”. La versione J di ‘Plastic Beach’ dei Gorillaz, packaging diverso, sticker e dvd all’interno. A questo punto puntiamo la ragazza con i capelli decolorati e i tatuaggi – nel nostro soggiorno avremmo preferito avere una cicatrice al centro del volto piuttosto che i tatuaggi, visto che da queste parti destano preoccupazione in quanto associati ai mafiosi locali Yakuza – e le chiediamo dei Paellas, ottenendo i due EP finora prodotti, e di Sheena Ringo, della quale, dopo una lunga consulenza su tutta la sua produzione, ci dice che l’ultimo uscito, Best Of con doppio CD, è quello che fa al caso nostro. Concludiamo prendendo una bella sacca con un panda disegnato piuttosto male, ma proprio per questo imprescindibile, e usciamo, di nuovo in questo quartiere in cui si respira un’atmosfera magica. La musica acquistata, dopo alcuni giorni di insistenze, riesce, in un modo o in un altro, a entrare tutta nelle due valigie, e torna a Roma intatta.

Sono giorni che passo più tempo del solito a casa, perchè sul tavolo del salone, sempre troppo grande per le mie esigenze, è pieno di nuova musica da ascoltare, tracce dedicate solo al pubblico giapponese, booklet diversi, costine strane, sorprese infinite. È un altro mondo in tutto, più colorato, più entusiasmante, più appassionato, più gentile. Ultima nota sulle cuffie usate per ascoltare musica dai local: in giro se ne vedono di ogni, ma gli auricolari neri BeatsX by Dr. Dre, quelli che sembrano lo strumento di un medico, sono le più diffuse. E se da loro oggi è così, tra un anno lo sarà anche da noi. Scommettiamo?

Andrea Lucarini

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