No More + Atmosphere @ Sinister Noise Club [Roma, 18/Aprile/2009]

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Aver voglia di un posto caldo, di un caldo secco, non troppo lontano da casa. E poi partire comunque, nonostante la maggior parte dei nomi segnati tra i concerti dal vivo siano poco più che sconosciuti. Come i No More, tedeschi di Kiel etichettati alla voce post punk, un duo che ha alle spalle circa trent’anni di carriera, tra cui alcune separazioni. Nel rosso adombrato del locale però ad esordire è un altro duo: i romani Atmosphere, cantante e tastierista addetta al controllo di tutti gli strumenti in supporto elettronico. Il ritmo è martellante, ripetitivo, ma dolce, e tra gli astanti si diffonde un’ipnosi collettiva che riporta ai primi anni ’80. Nulla di originale, con la voce dell’interprete opportunamente incontrollabile tra salti e cupezze, con un suono tastieristico e un sottofondo ululante che ricorda – mi suggerisce il vicino –gli Human League, eppure l’illusione è perfettamente ricostruita e per una manciata di brani, trionfalistici o più stranianti, il territorio sonoro è abbastanza saturo e riscaldato per attendere la successiva esibizione.

Dopo il saluto di questa band segue una pausa lunga, forse troppo, e poi ecco salire i No More sul palco con il loro armamentario. A prima vista colpisce il contrasto estetico tra Andy Schwartz (voce, chitarra) e la partner Tina Sanudakura (tastiere ed “oltre”): lui slanciato, volto bruno, giacca di pelle vagamente rock and roll e incedere dinoccolato, lei tonda, bianchissima in volto, imperturbabile dietro un appoggio sul quale maneggia velocissima tastiere ed effetti. Colpisce, in particolare, la mollezza della sua mano che accarezza l’aria al di sopra di una misteriosa scatola rossa e produce un’estensione metallica che accompagna i brani rendendoli più interessanti, come se filtrati attraverso nuove dimensioni. E’ un gioco di rimandi continuo tra il tepore lento, sanguigno della chitarra di Schwartz e l’elettronica che crea di volta in volta universi spettrali e spilli sonori, un contrasto che tesse un concertare piacevole, a tratti pensoso. Il vocalist sembra uscito dalle serate fumose a Twin Peaks, ma a differenza di Chris Isaak a volte non guarda con fissità languente il pubblico, per concentrarsi spesso sul proprio strumento. Si affaccia spesso una durezza ed un’energia che riporta ai trascorsi del gruppo – la statuaria ‘Sucide Commando’ (1981), che indirizza nuovamente i movimenti di un pubblico addensatosi nella sala, da ondulatori a vagamente sussultori. Per una volta forse l’acustica del Sinister Noise, pur rispettando l’andamento energizzante delle canzoni, non rende con esattezza i vibrati e le sfumature del lato etereo, lunare che le caratterizza. Saluto e bis della band in fondo generoso, con una scia di “cose perdute” dietro il loro congedo

Chiara Federico

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