Nick Drake: in loving memory

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Nicholas Rodney Drake avrebbe 66 anni. Impensabile. Come morire a 26 anni. Il 25 novembre di 40 anni fa. Ma la sua anima non lo avrebbe permesso. Non avrebbe permesso un’esistenza più lunga. Troppo buio si era fatto il corridoio della depressione per quel ragazzo dal corpo magro e altissimo. Nick Drake è, oggi, uno degli artisti più venerati, apprezzati ed idolatrati dell’intero panorama musicale. Ma fino a dieci-quindici anni fa non era esattamente così. La fine prematura di una persona giustifica, quasi sempre, la sua riabilitazione post vitam. In termini di rispetto e di giudizio artistico. Un disco di merda può tramutarsi in un disco di culto, solo per il fatto che passa da essere un lavoro di un artista vivo, ad un lavoro di un artista deceduto. Soprattutto poi se il decesso è avvenuto in circostanze tragiche o casuali. Ma per Nick Drake non è così. Non è stato così. La sua considerazione tra la massa è cresciuta a poco a poco. E non è un segreto che ci è voluto uno spot della Volkswagen che nel 2000 utilizzava ‘Pink Moon’ per far aumentare quella quantità in una massa sempre più grande.

Eravamo già agli albori del nuovo millennio. Prima della commercializzazione e della moda di bagnarsi la bocca citandolo come preferenza assoluta, l’artista nato a Rangoon era stato dichiaratamente fonte d’ispirazione per una miriade di personaggi illuminati dalla sua opera senza tempo. Inutile citarli tutti… ma i nomi non sono un mistero: Belle And Sebastian, Badly Drawn Boy, Peter Buck, Lou Barlow, Graham Coxon, Elliott Smith, Aaron North, Norah Jones, Jack Johnson, Devendra Banhart, tutta la nuova America del folk tradizionale rivisto sotto la chiave “sciamana”, il new acoustic movement – che ha ragione d’esistere solo in funzione dei suoi tre capolavori impressi nel 1969, 1970 e 1972-, Lambchop, Mojave 3, Hope Sandoval (Mazzy Star), Beck eccetera eccetera. Un culto perpetrato per anni. Il culto di un ragazzo che sentiva, più di ogni altro, il peso dell’indifferenza nei confronti della sua musica (solo 5mila gli album venduti in vita). Per questo il suo modo schivo di presentarsi sul palco, con la faccia reclinata a guardarsi le scarpe, le sue giacce sempre di una taglia più corta e la sua aria malinconica lo avevano portato ad una decisione senza biglietto di ritorno.

Voleva ritirarsi, scrivere musica per gli altri, diventare magari un programmatore di computer. Pochi amici tra gli artisti. Il rapporto più intenso, più sincero con John Martyn, altro incommensurabile artista, che gli fu accanto sempre. Oltre a quello con Paul Wheeler, amico dai tempi di Cambridge, figura ben definita nella recente biografia “Remembered for a While” scritta da Cally Callomon e dalla sorella Gabrielle Drake. Il 25 novembre 1974 Drake fu ritrovato morto nel suo letto. Un libro di Camus e la cura antidepressiva sotto forma di Tryptizol a fargli da custodi. Suicidio o forse poca dimestichezza sulle dosi da prendere. Quella notte si alzò, non riuscendo a prendere sonno, mangiò una tazza di cereali e probabilmente mandò giù altre pillole pensando che potessero aiutarlo a dormire più serenamente. Ma sono dettagli di scarsa importanza di fronte ad una delle morti più dolorose che il mondo musicale abbia mai dovuto subire. ‘Five Leaves Left’, ‘Bryter Layter’ e ‘Pink Moon’ rimangono tre dischi senza tempo. Tre dischi che ancora oggi mantengono straordinaria freschezza e attualità, che sono di fatto, le caratteristiche che consegnano un’opera all’immortalità ed il suo autore alla storia. Drake è sepolto nel piccolo e malandato cimitero di Tanworth. Le parole sulla lapide riportano un passaggio di ‘From The Morning’ che fu l’ultima canzone composta: “And now we rise/And we are everywhere”. Per sempre nel cuore.

Emanuele Tamagnini

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