Nick Cave & The Bad Seeds @ Max-Schmeling-Halle [Berlino, 22/Ottobre/2017]

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Bum bum bum. C’è una banda di gangster sul palco. Pronta a rapire, scassinare, rapinare ogni cuore fatto tabernacolo. E al momento della fuga, alla fine di tutto, senza scomporsi, si aggiusteranno appena un poco la giacca. Accenneranno un saluto voltati di tre quarti. Si allontaneranno piano. E si porteranno via sottobraccio tutto il malloppo. Senza lasciarci una briciola che sia una nei sogni, negli occhi, nel piatto. Lo sanno loro lassù, sagome sempre più indistinte ad ogni passo che muovono altrove. Lo sappiamo noi qui. Ma prima del fuoco dai fulmini, delle polveri dalle pistole, delle ombre spiritate, arriverà il cielo. Con le sue nubi sottili e le stelle perfette. Andrà così, sì. E allora dai, abbandoniamo al suo stratosferico destino questa vacua gravità fatta di cirri, palloni gonfi di elio, diamanti e barbagli spaziali e torniamo giù, in prima fila, in udienza privata del Papa Buio. Che non si sta male nemmeno lì, stasera. A trenta centimetri dalla punta delle sue scarpe nere e le calze viola. ‘Here comes the Devil’. E la cosa più miracolosa e surreale è che il primo trittico in scaletta, ‘Antrocene’ / ‘Jesus alone’ / ‘Magneto’, inchioda senza la minima fatica a un silenzio riverente l’intera  Max Schmeling Halle, imbottita fino al tetto giusto da qualche migliaio di anime devote e mesmerizzate. Tipo che il Club Silencio di Lynch, a confronto, sembra robetta. E il Club Silencio di Lynch, lo sappiamo, è tutto tranne che robetta. Davvero fratelli, davvero: siamo nella camera delle meraviglie. E per ognuno dei presenti più prossimi, lo so, sembrerà che in quel confessionale ci sia posto solo per due.

Le antenne sono dritte come spilli. Posso sentire la raffica di clic dei fotografi che galleggiano tra gli accordi dilatati che si sgretolano, si sfaldano, evaporano, mentre le parole delle canzoni scendono tra le crepe dei sensi calde, calme, profondissime. E gli argini sono già ampiamente, inesorabilmente tracimati. Appena un attimo di quiete e poi, senza la minima misericordia, arrivano gli alberi incendiati di ‘Higgs Boson blues’ con tutto il codazzo di gatti mummificati, scarpe gialle nella fossa e savane africane. E allora who cares, who cares what the future brings? A me ad esempio, in questo preciso istante senza spazio e senza tempo, del futuro non me ne può fregar di meno amici. Il finale di ‘From her to eternity’, dopo la detonazione della sua favola sulfurea, si fa piccolo e luccicante come uno stiletto, ‘Tupelo’ pulsa come l’armageddon dal libro di Aronne mentre ‘Jubilee Street’, maestosa e iconoclasta, vabbè, fa volare microfoni lanciati da una parte all’altra del palco come granate. ‘The Ship Song’ e ‘Into my arms’, dedicata al compleanno di Sclavunos, intrecciato nuovamente tutto alle mani giunte sul petto dei fedeli, mani giunte che si spalancheranno poi con i palmi rivolti alla luna per accogliere la pioggia di petali bruni che scenderà su ‘Girl in amber’ e ‘I need you’. Amen. Martin P. Casey immobile e invincibile come una statua di cera. Thomas Wydler appena uscito da un film anni trenta. Jim Sclavunos con la camicia più audace della storia. George Vjestica a luccicante difesa del confine occidentale. E Warren Ellis che esplode come una nebula gemella del capobranco. Manca Conway Savage, purtroppo malato, sostituito temporaneamente da un turnista che pare un bavarese infiocchettato. Arriva ‘Red right hand’, e Mefistofele è oramai una quercia grandiosa. Arriva ‘The mercy seat’, e il Principe ci confida di averla scritta in una stanzetta del quartiere turco della città e di averci messo del tempo, un anno o giù di lì, perché all’epoca ne perdeva tanto, di tempo, scarabocchiano cerchi e spirali sulle pagine bruciate dalle anfetamine. ‘Distant sky’ e ‘Skeleton tree’ seguono a ruota, colpi bassi e sublimi che scivolano verso l’ultima curva del sentiero. Un’altra triade di canzoni, ‘The weeping song’ / ‘Stagger Lee’ / ‘Push the sky away’, chiude definitivamente le danze. Nella prima Cave si spingerà nella fitta selva della folla fino a metà platea. Nella seconda si allungherà spietato come un pescecane sugli spettatori sopra e sotto il palco. Nell’ultima tornerà e si congederà da profeta benedicente in mezzo al giardino di apostoli e ladroni sbocciato tra spettatori e musicisti. Ma questo, probabilmente, lo sapevamo già tutti. Fine. Berlino è vinta. Ancora. Batto in ritirata. Meravigliosamente annichilito. E mi prendo pure una maglietta, bianca come una bandiera. Ci sono solo un disegnino e una scritta. Exploit your imperfections. There the only thing of interest you’ve got.

Giuseppe Righini

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