Nick Cave & The Bad Seeds @ Kioene Arena [Padova, 4/Novembre/2017]

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Bum bum bum, epilogo. Perché alla fine arriva anche il terzo proiettile. Quello definitivo. Quello trasparente, fatto di ghiaccio, che buca lo sterno e poi si scioglie nel cuore, goccia a goccia. Avvelenando, innamorando senza lasciar traccia. Che poi, magari, passerà pure Javier Bardem per farne un gioiello, di quel cuore. Hai visto mai. Parlano tutti, di questa data a Padova. Ci sono tutti, a questa data di Padova. Ci siamo anche noi. Alexa. Daniela. Marco. Mauro, già fido sodale a Lubiana e Berlino. E ci sono ancora io. Incollato alla solita sbarra. In fila per l’ennesima comunione. Pronto per il corpo di Mefisto (Madonna che palle stì ammiratori invasati, poco ragionieri e molto barricaderi, più devoti e supini dei baciapile di campagna!). E sti gran cazzi mi permetto, piccolo globo ghettacqueo e miscredente. Chetati un poco e starnazza di meno, che in chiesa si parla sottovoce. Oppure si scaglia ogni parola, ogni sacramento alto e fluorescente fino alla volta affrescata del cielo con responsabilità e dignità di casacca. Ma ci vuole la stoffa. Ci vuole il coraggio di incendiare i ponti per impedire ripieghi sul sentiero dei ripensamenti. Perché qui facciamo un poco di storia, piccola mia. Anche stasera. Sto ancora svolazzando lassù, lo so. E allora, giusto per far le cose a modino, proviamo a concentrarci sui fatti. Proviamo. Ma chi voglio prendere in giro. I ricordi fioccano e pungono, ipersupervividi, e sulla pelle non lasciano lividi ma brividi siderali bianchi di latte e polvere. E allora, via con le montagne russe. E chi ci vorrà salire, forse, chi si fiderà e abbandonerà, saprà sentire. Non si capisce nulla di quello che sto scrivendo? Dici? A me pare tutto così chiaro invece. Come un lago senza fango. Così limpido come un cielo d’estate sempre blu. Tipo il sound check pomeridiano con ‘Tupelo’ fatta alla Nina Simone e una cover storpiata di Bowie. Ah, Warren: ti scotenno se lo rifai. E comunque ‘Tower of song’ era meglio Nick. Oppure il secondo instagrammotherfuckeraward di fila personalmente vinto dal sottoscritto dopo quello sloveno. Tì adocchia, ti sceglie, ti incorona e ti minchiona. Ti fotte pure il cellulare se gli va. E tu magari gli avevi pure regalato una rosa rossa, la volta prima. Lo spilungone è fatto così. E poi le mani intrecciate ai fedeli assetati, perché Lui è Dio, Uomo, Fantasma e Guru, si sa. Le pioggie di c’mon c’mon c’mon c’mon cadute sottovoce. Gli yeah sparati dritti negli occhi. Gli indici puntati che ti inchiodano come a una croce. Gli autografi di rapina su libri, le scalette strappate, le stoffe stampate di Loverman che ti scippa per asciugarsi il sudore, Aronne docet. I miracoli di Giotto. Un filo di terra sul viso, che da vicino si vede bene bene. Il graffio sul dorso, non lontano dal polso. L’anello papale e la fede nuziale nello stesso dito. Il catenone da pappone con la mano talismano in oro. La camicia sempre da pappone spalancata sul torace glabro. I capelli radi e tinti che manco Clark Kent. L’andatura a metà strada tra un certo Elwood Blues e lo stesso Aronne di prima. Le braccia spalancate del Cristo di Rio, perché anche stasera il ragazzo è il Redentore e la platea la baia di Rio. La scocca perfetta del terzo fratello Vega, quello segreto, Tarantino prendi nota. Ellis che sembra una specie di Rasputin gitano, e lo sembrerebbe anche se non suonasse il violino. Sclavunos che di profilo suona lo shaker come potrebbe un ballerino cortigiano, un tiratore di scherma. Tutti gli altri che sembrano pastori anglicani, suonatori di maracas messicani, bambolotti tirolesi, attempati agenti segreti britannici. Le canzoni che vorticano, sciolgono, frantumano, coccolano, trapassano. Le parole che vabbè, se non lo intuisci anche da te senza le mie, di parole, sei senza speranza fratello, abbastanza distratto quanto meno. E poi la trincea abbandonata. Le facce della gente dal palco. I baci e gli abbracci grandi. La lima per le unghie del barbone con l’orecchino. E la danza con i piedi infilati negli stivali di un certo Stagger Lee, in mezzo ai suoi compari, tutti insieme. A prendere a colpi di sperone la polvere. Per stasera può bastare. E per ogni domani, mi è arrivato tutto quel che mi doveva arrivare.

Conclusioni razionali finali (che poi non si dica in giro che sto tutto il tempo con il cervello a bighellonare sulla nuvola numero nove): ho visto i Bad Seeds in diverse epoche e formazioni. La prima volta ai tempi di ‘No more shall we part’. ‘Skeleton Tree’, come il disco, è un tour molto speciale, senza dubbio alcuno tra le tappe di eccellenza di una luminosissima carriera quarantennale. Cave è oggi in uno stato di grazia prezioso, raffinato e viscerale, apice nella fase collaborativa dell’era Ellis. La coppia è la chiave. E il modus operandi del nostro, partendo da Rowland S. Howard e passando per Mick Harvey e Blixa Bargeld, non muta nel tempo, così come  l’indiscussa sovranità della sua visione alla guida. Abbiamo seguito alcune tappe del tour Europeo. Siamo tornati carichi di energia sacerdotale e con più feticci di una groupie. Tutto quello che ho scritto in queste recensioni, qualunque cosa lasci intravedere, è solo una minima parte di quello che si è mosso in me, intorno a me, e certamente per me. E io sono felice e fortunato e grato di aver cercato, trovato, accolto e meritato quel luogo. Dovunque sia. E so per certo di non essere l’unico inquilino. James Newell Osterberg Jr., nel 1999, disse: “I listen to his records and go to his concerts. That’s the greatest compliment I can pay an artist”. Anche io la penso così. E la chiudo qui.

Giuseppe Righini

Foto dell’autore

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