Nick Cave & The Bad Seeds @ Auditorium [Roma, 27/Novembre/2013]

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Nick Cave è un artista che non ha certamente bisogno di presentazioni. Prima frontman dei seminali e mai troppo incensati The Birthday Party, quindi artefice di una lunga carriera solista affiancato dai suoi Bad Seeds disseminata di piccoli e grandi capolavori, più recentemente capitano della formazione garage rock Grinderman: un personaggio versatile, dalla magnifica voce baritonale, australiano di nascita ma vero e proprio cittadino nel mondo (Londra, New York, Berlino, San Paolo le città della sua vita), cantore irreprensibile delle storie dell’universo umano. Cantautore? Poeta? Crooner? Rockstar? Nick Cave è tutto questo elevato ad infinito, incastonato in profondi occhi e avvolto in una fluente chioma corvina. Senza dubbio una delle figure più importanti e affascinanti che la fine dello scorso Millennio ci ha regalato e una delle poche ancora autorevoli della quale possiamo godere in questo decennio incerto. Non un caso, quindi, che l’Auditorium Parco Della Musica si presenti sold-out da lungo tempo per il ritorno capitolino del cantante di Melbourne. In una gelida notte di fine novembre, persone dalle età più disparate accorrono nella Sala Santa Cecilia (la più grande tra quelle del complesso architettonico di Renzo Piano) per assistere allo spettacolo di uno degli ultimi grandi miti del Novecento meno lontano. Casus belli l’uscita a febbraio scorso dell’ultimo lavoro in studio ‘Push The Sky Away’, il primo senza il commilitone Mick Harvey ma con il ritorno di Barry Adamson. Prendiamo posizione nella galleria centrale della magnifica sala mentre in contemporanea fa ingresso sul palco Shilpa Ray, spalla di Cave in questo tour. Accompagnata semplicemente da un armonium indiano da lei suonato, la cantante si esibisce per mezz’ora in alcuni dei brani del repertorio che fa capo a lei e/o alla sua band Her Happy Hookers. Una voce rocciosa e bluesy che deve tanto alla lezione di Patti Smith, Blondie, The Cramps ma che sa mostrarsi personale e qualitativamente impeccabile seppur su uno spartito volutamente povero e alla lunga ripetitivo per quanto d’atmosfera. Sicuramente un’artista da approfondire, ma in un contesto più consono e con un “headliner” meno ingombrante.

Alle 21.40, quando l’Auditorium è ormai al completo in ogni ordine di fila, le luci finalmente si abbassano e, in vestito nero lucido, Nick Cave sale sul palco accompagnato dai sei Bad Seeds. È subito un tripudio di applausi mentre un paio di presenti in prima fila si alza per stringergli la mano, cosa alla quale l’artista si concede con piacere. Cave si mostra subito meravigliato e quasi deluso dal fatto che tutto il pubblico sia seduto, ma bando alle ciance dà il via allo show con ‘We No Who U R’, opener e primo singolo dell’ultimo album ‘Push The Sky Away’, cupa, contemplativa e pacata introduzione all’universo del Re Inchiostro. Subito Cave comincia a muoversi ossessivamente e a percorrere in lungo e in largo il palcoscenico, come un leone pronto a scagliarsi sulla preda, ondeggiando sui due piedi a mo’ di pugile che studia il suo avversario in attesa di sferrargli i primi colpi ben assestati di un lungo match. Sugli scudi l’istrionico Warren Ellis e i suoi apprezzabili interventi col flauto, saltuariamente impiegato su alcuni brani in alternativa all’imperante violino. Gli occhi sono tutti su Cave, il quale saluta Roma e presenta al pubblico il secondo brano, ‘Jubilee Street’, ancora una bellissima ballata dall’ultimo disco. I movimenti si fanno incessanti e, verso la seconda metà del pezzo, con scatto felino il cantante si tuffa nella platea, come un implacabile tornado. È un attimo e il pubblico scatta in piedi e gli va incontro, chi cercando di abbracciarlo, chi sostenendolo con le mani mentre lui, incurante, scatena il putiferio tra i sedili di velluto dell’Auditorium. Finito il brano, Cave torna sul palco e incita gli astanti ad avvicinarsi abbandonando le sedie, con somma invidia di chi si trovava nelle gallerie. È il momento di ‘Tupelo’, tempestosa elegia rock per il Re Elvis Presley. Cave stringe le mani, cerca continuamente il contatto con le prime file sputando le sue liriche in faccia al pubblico che, incurante del sudore, acclama con piglio fideistico il messianico artista. Il labirintico basso di Adamson si fa asfissiante e forsennato mentre Nick scende nuovamente tra la folla e sale su una delle sedie di velluto, cantando posseduto senza sosta. Altro che Benigni.

Ritornato on stage, da ‘Let Love In’ viene estratta l’invettiva ‘Red Right Hand’, durante la quale Cave strappa dalle mani di una ragazza uno dei tantissimi cellulari intenti a far video, foto et similia. Deo gratias! Su ‘Mermaids’, sempre dall’ultimo disco, una fan raggiunge il cantante sul palco per abbracciarlo. Di tutta risposta, Cave attacca a cantare il brano non sciogliendo l’abbraccio, tra gli applausi del pubblico. Tocca quindi a ‘The Weeping Song’, uno dei pezzi più amati tra quelli nel repertorio dei Bad Seeds, risalente ai primi anni ’90 in cui l’artista era di stanza in Brasile. Una ipnotica bossanova apocalittica, sulla quale Jim Sclavunos si dedica allo xilofono. Tempo di tornare agli esordi da solista datati 1984 con ‘From Her To Eternity’, lugubre e claustrofobica, su cui alla batteria di Thomas Wydler si affianca quella di Sclavunos. Chapeau. Una ‘West Country Girl’ accolta abbastanza tiepidamente cede il passo a uno dei momenti più alti del concerto, quello in cui Nick Cave si siede al piano e concede un’intensa, gospeliana ‘People Ain’t No Good’, da quel ‘The Boatman’s Call’ che, dopo l’overdose noir di ‘Murder Ballads’, rappresentò un primo approccio per Cave verso la redenzione cristiana, con uno stile affine a Leonard Cohen. Si continua con brividi a fior di pelle grazie alla meravigliosa e decadente ‘Sad Waters’, dopo un siparietto in cui l’artista chiede al pubblico “what do you wanna hear?”, con un relativamente finto spirito democratico: tanto è lui che decide. Il trittico al piano si chiude con la stupenda ‘Into my arms’, ancora da ‘The Boatman’s Call’. Cave si rialza e pesca dall’ultimo album l’ottima ‘Higgs Boson Blues’, intensi otto minuti in cui Robert Johnson e Miley Cyrus, il diavolo e Luther King volteggiano tempestosi nella stentorea voce baritonale dell’australiano. Il trascinante crescendo della gemma ‘The Mercy Seat’ e dei suoi condannati a morte, nuovamente sostenuta da una doppia batteria, ci conduce verso la fine del set, che si chiude con una magistrale ‘Stagger Lee’ su cui il pubblico è invitato a cantare e con la sussurrata litania di ‘Push The Sky Away’. Nick Cave e i suoi Bad Seeds escono di scena, ma le luci restano basse e i presenti li reclamano a gran voce sul palco. Nick si accomoda al piano e, con dedica al decaduto Silvio Berlusconi, si esibisce in ‘God Is In The House’, durante la quale non riuscirà a resistere seduto e si tufferà nuovamente verso il pubblico, incurante del cavo troppo corto del microfono sul pianoforte. Non pago, vengono eseguite la garage-rock ‘Deanna’ e l’immarcescibile ‘Papa Won’t Leave You Henry’, su cui una nuova esponente del gentil sesso tra i presenti raggiunge Cave sullo stage. ‘We Real Cool’ rappresenta quindi la degna chiusura del concerto, con il flauto di Ellis nuovamente all’opera e sul palco un ragazzo del pubblico totalmente spaesato e probabilmente nemmeno troppo a suo agio, come se fosse piombato lì casualmente da chissà dove, a cui il cantante resta abbracciato per l’intera esecuzione del pezzo. Le fortune della vita. Cala il sipario su un concerto di rara intensità di uno degli artisti più grandi del nostro tempo. Nicholas Edward Cave santo subito.

Livio Ghilardi

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