Nick Cave & The Bad Seeds @ Arena Stožice [Lubiana, 30/Ottobre/2017]

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Bum bum bum, atto secondo. Palazzoni alti e popolari. Un campetto da basket in cemento. Un parchetto tranquillo. Un signore di mezza età assopito su una panchina. Un’ampia e brulla spianata. Qualche ferro d’armatura che spunta uncinato. Due cessi chimici messi lì, quasi per caso. Ogni tanto una coppia che passeggia tenendosi per mano. Ogni tanto un cane al guinzaglio. Ogni tanto qualcuno che fa jogging. Nemmeno ci si crede che questo sera Nick Cave & The Bad Seeds suoneranno qui. Perché qui, sotto un sole di tardo ottobre che splende di primavera e l’eco di una strada importante che traffica a sicura distanza, c’è l’Arena Stožice. Sempre in città, fino a pochi giorni fa, era stata scelta la Dvorana Tivoli. Troppo piccola. Alla Stožice non si capisce bene dove entrare e non si capisce quando. Ma una volta dentro, tutto il mondo lasciato fuori naufraga allegramente lontanissimo. È assolutamente spaventoso e seducente attendere allo spettacolo di questo disco, questa band, questo tour che riesce a miscelare, vai a capire con quale artificio alchemico, un paesaggio emotivo fertile e ferale in dosi assolutamente equilibrate e sterminate. È come se non contassero quasi le canzoni, perché quel che si vede in realtà è una soglia lussureggiante, una porta sfolgorante, un colore cangiante. E tutto quello che devi fare è giusto quel passettino di là e… opplà! ti ritrovi dentro, sopra, sotto e al centro di un mandala fatto di nervi, luci, croci e pacificante, altissima bellezza. E di giorni a venire. Perché nelle parole e nei silenzi di queste storie, in come ci vengono raccontate, ci sono tutti i passati del mondo, tutti i pozzi del fondo, sì. Ma c’è anche il dopo e il domani. C’è anche un presente che fa di ogni istante non solo un’ombra di vissuto, ma una spora di futuro. E tutto gemma da principio, sovrano e completamente nuovo. Devo dire la scaletta? Serve realmente? Da tanto tempo, tantissime date è blindata e non si sposta di un soffio. E ci sono anche alcuni gesti scenici che ritornano. Ma il movimento fluttuante del respiro che muove ora dolce, ora debordante il mare che fa da tappeto ad ogni viaggio mosso insieme al capitano è del tutto peculiare.

Il cuore di Cave, il suo respiro, i movimenti del suo corpo fanno da mantice al vento di sopravvivenza e vittoria, il suo, che si intreccia ai fumi, le faville, le ossa aranciate e scarlatte di quelle braci di devozioni che siamo noi, dalla prima all’ultima fila. Re Inchiostro ci traghetta dove vuole. E certamente anche dove vale. i pezzi di ‘Skeleton Tree’, eseguito praticamente per intero, sono di un lirismo commovente, di una fierezza elegante, dignitosa, preziosissima. Il resto della selezione sbocconcella qua e là un repertorio sterminato, un catalogo talmente esaltante ed autorevole da essere libero di concedersi rinunce e amnesie che farebbero la gioia di qualunque menestrello, qualunque redenzione, qualunque apocalisse. Tre pezzi da ‘Push the sky away’. Due da ‘The good son’. Uno per album da ‘Tender prey’, ‘Let love in’, ‘Murder ballads’, ‘The boatman’s call’, ‘The firstborn is dead’, ‘From her to eternity’. Alcuni cannoneggiano, alcuni carezzano, altri sbranano, tutti elevano e indicano la strada più giusta, che mai come questa sera pare la meno battuta. Vedi quest’uomo di sessant’anni, forse ancor più luminescente di quando ne aveva la metà, che confida a qualche migliaio di persone, ogni sera, i segreti più fragili e belli e affilati della sua vita finita e ripartita e mai del tutto domata e dici ok, sta accedendo qualcosa di speciale. Ora. Qui. In mezzo a rose, asciugamani, pagine di asine che vedono angeli scarabocchiate e mille pipistrelli che volteggiano sopra e sotto le travi di questo soffitto. E una ragazzina con la maglietta dei Nirvana che ride, gonfia di felicità, mentre abbraccia questo Gesù piantato sul palco al centro perfetto del suo Getsemani di ossa e spinge, spinge, spinge il cielo altrove. Insieme a lui. E a me non va di scrivere altro. Perché tutto questo, e moltissimo altro, vale solo per chi c’era. E chi ci sarà ancora. Credimi. E vieni qui anche tu.

Giuseppe Righini

Foto dell’autore

2 COMMENTS

  1. È qualcosa che ti rimane dentro, un concerto. Ancora adesso a ripensarci, mi corrono brividi, credimi. Difficile aggiungere parole al tuo articolo, mille rimandi alle emozioni che tutti hanno vissuto lunedì sera. Troppe cose, intrecciate insieme. Un’energia latente, che si è sprigionata come da un vulcano. La mia prima volta per un suo concerto. Vorrei salire in auto, ora, per rivederlo stasera a Padova. Sarei ancora in tempo. Davvero , Troppa roba, credete alle parole di Giuseppe. Ti graffia, ti nutre, ti morde, ti libera, ti apre in mille pezzi, per poi ritrovarti alla FINE, tutti insieme… it’s all right Re Inchiostro! GRAZIE!!!

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