Nick Cave @ Kulturpalast [Dresda, 22/Novembre/2006]

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Nick Cave è un artista incredibile. È un animale in cattività. Pronto ad esplodere, a rompere gli argini e sputare fuori tutta la sua energia. Il Solo Tour fa tappa anche a Dresda, cornice ideale per il suo concerto, con la sua eleganza barocca e l’aria da città maledetta, perennemente minacciata dai corvi che la sorvolano. Ma proprio solo solo non è, con lui ci sono infatti tre colleghi: Warren Ellis al violino e mandolino, Martin P. Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria. Tutti e tre attivi anche nei Bad Seeds (e presto nei Grinderman, ndr). Alle 20 in punto, come previsto dal programma, le luci si abbassano e i tre Bad Seeds prendono posto dietro i loro strumenti. L’inizio è qualcosa d’indescrivibile. Nick Cave fa il suo ingresso sul palco poco dopo, accompagnato dal boato della sala. Sembra uno sciamano in trance. Non un attimo di pausa, si muove, si dimena, non riesce a star seduto, suona pestando i tasti del pianoforte, in piedi. I presenti sono completamente rapiti nell’assistere a questa sorta di danza rituale. Lui continua alzando, di tanto in tanto, il braccio, teso, verso l’alto come a voler captare, raccogliere e racchiudere in sé tutta la tensione e l’energia che si respira nella sala. I suoi colleghi non sono da meno: Warren Ellis usa il violino a mo’ di chitarra e sembra danzare come un indiano intorno ad un enorme fuoco; Jim Sclavunos alla batteria è una forza della natura, pesta le pelli in maniera selvaggia e precisa; Martin P. Casey al basso è in apparenza il più tranquillo dei tre, ma le linee di basso che fuoriescono dalle casse confermano come si tratti solo di apparenza. Durante la serata, il signor Cave, ha modo di presentare brani tratti da tutto, o quasi, il suo percorso artistico. Da “Abattoir Blues” a “Tupelo”. Quando però si tratta di interpretare una delle sue ballate assassine, allora rivela la sua seconda faccia. Una faccia quasi angelica, contrapposta alla furia diabolica che lo possiede e lo domina durante l’esecuzione dei brani più energici. Una delle prime ballate in scaletta è “Babe You Turn Me On”, sulla quale invita i presenti a ballare con il proprio partner. Nick Cave si diverte a dialogare con il pubblico, e di lì a poco i presenti raccoglieranno l’invito di suggerirgli le canzoni da suonare. Seguiranno, richieste dal pubblico, “Red Right Hand”, “The Mercy Seat”, e “Love Letter”. Alcune canzoni vengono completamente stravolte nell’arrangiamento, come ad esempio “Deanna” e “Henry Lee”, quest’ultima trasformata in un pezzo quasi punk, che non conserva nulla della dolcezza originale (ma non per questo non c’è piaciuta, anzi…). Dopo un’ora e mezza di concerto i quattro abbandonano il palco, ma gli interminabili applausi costringono Nick e compagni a ritornare sul palco, dove “Lime Tree Arbour” apre la prima lunghissima serie di bis. Quaranta minuti, e Nick augura nuovamente a tutti la buonanotte, ringraziando di cuore, ma i presenti non permettono che se ne vada così, e, passati cinque minuti, ecco i quattro di nuovo sul palco, per una seconda serie di bis. Questa comprenderà le ultime quattro canzoni della serata: “Get Ready For Love”, The Lyre Of Orpheus”, “Right Out Of Your Hand”, “Lucy”. Non credo d’essere riuscito a descrivere in pieno quanto avvenuto ieri sera, ma non è impresa semplice descrivere un artista del genere. La sua miglior descrizione, forse, si trova nascosta proprio tra i versi di una delle sue canzoni: “… he’s a ghost, he’s a god, he’s a man…”. Immenso.

Emanuele Avvisati

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