New York Dolls @ HMV Forum [Londra, 4/Dicembre/2009]

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Mi butto a letto alle tre del mattino con qualche birra di troppo in circolo. Non c’é problema, Valentina sa che alle cinque ci dobbiamo alzare. Suona la sveglia ed io blatero qualcosa che apparentemente decreta il mio risveglio. Ma non è così, passa un’ora ed io sono ancora a letto. Non sono un carrarmatorock, non oggi perlomeno. In dieci secondi di lucidità adrenalinica raccatto le mie cose, faccio chiamare un taxi e siamo in viaggio verso Linate. Il tassista è in gamba e non ci chiede un occhio della testa. Rispetto assoluto! Check in veloce, colazione obbligatoria e senza attese siamo sull’aereo Alitalia in direzione Londra. Avere i minuti contati ha anche i suoi vantaggi. Non vado a Londra dal 1995 ma mi rifiuto di girare con una mappa o indicazioni precise. Poche risibili informazioni su un foglio stropicciato e radar mentale in modalità on. Non è infallibile ma trovo tutto quello che c’è da trovare senza grossi patemi d’animo, come se mi trovassi nella mia piccola Lugano. Bisogna seguire le tradizioni locali e quindi alle 18 sono in modalità off in un pub vicino all’HMV Forum per qualche pinta d’ordinanza. Pian piano il locale si riempie di fan attempati e una vecchia TV passa il sorteggio mondiale, inglesi e italiani gioiscono, mentre io già mi immagino le sberle che prenderemo dagli spagnoli. Poco male, dagli ottavi, massimo quarti, tiferò Italia come al solito. Salutiamo il barista che ci lascia con il classico humor inglese su ciò che rimane dei Dolls.

Alle 19 spaccate le porte del Forum si aprono e non fatichiamo a raggiungere la prima fila. Il Forum è un vecchio cinema art deco che può contenere sulle duemila persone. Posti così noi poveracci terzomondisti nemmeno riusciamo a sognarceli. Aprono il concerto i locali The Urban Voodoo Machine e sono in tantissimi, dieci per la precisione. Partono le note de “Il Padrino“ e loro si presentano sul palco come se stessero partecipando al corteo funebre di qualche boss mafioso. Spicca per stravaganza uno dei due batteristi, un incrocio tra un Captain Spaulding di Rob Zombiana memoria e Hulk, che per tutto il concerto manterrà un sorriso marcio stampato in faccia. Chitarre, contrabbasso, violino, armonica, sax, tromba, banjo, batterie, percussioni varie e chi più ne ha più ne metta. Una sorta di incrocio tra Gogol Bordello e Danko Jones. Un oscuro e gogliardico incontro tra rockabilly, folk est-europeo e rock’n’roll fangoso. Presenza scenica che cattura tutti i presenti ed un tiro invidiabile. Per le nottate di sbronza inglese sono sicuramente un must e a parer mio avrebbero un discreto successo anche da noi. Nota di merito ai soli due addetti alla sicurezza posizionati davanti al palco: ti alleggeriscono di giacche e borse, passano regolarmente con dell’acqua e senza nemmno chiederlo ti donano plettri e scalette. Che qualcuno lo faccia sapere a chi si occupa di sicurezza in Italia, io più di mazzate e rozzezza gratuita generalmente non vedo.

Cambio palco velocissimo e siamo tutti pronti per i New York Dolls, o perlomeno per quel che ne rimane. Palco minimale ben lontano da quell’eclettismo che Malcolm Mclaren aveva inculcato nella band che da lì a breve si sarebbe autodistrutta. C’è aria di nostalgia e reverenza, d’altronde con soli due album la band proto-punk newyorkese ha messo delle solide fondamenta al punk, a diversi sottogeneri glam e molto altro ancora. Da NY a LA, passando per Londra, le band che pagano pegno ai Dolls non si contano. Ed oggi siamo qui riuniti a tributare i sopravvissuti di quello che è stato un vero e proprio tsunami musicale. Con ‘Looking For A Kiss’ partono dal passato ed è assolutamente giusto così, non che gli album post reunion siano male, ma il pubblico chiede e reagisce soprattutto alle gemme del passato. Johansen è invecchiato tanto, forse anche maluccio, ma la sua boccaccia rimane tale e quale e più volte se la ride stupefatto, quasi a non aspettarsi tanto calore. Sylvain invece è un nano in formissima che si spara una posa dopo l’altra e lancia continuamente il plettro in aria come se fosse la cosa più difficile del mondo. Steve Conte all’altra chitarra e Sami Yaffa (dai leggendari finnici Hanoi Rocks) al basso sono due classici glam rocker, il primo tutto pose per le ragazzine urlanti e qualche mamma, il secondo più freddo e distante ma ugualmente magnetico, chiedere alla mia ragazza per delucidazioni in merito. Brian Delaney invece picchia duro sulla batteria come è giusto che sia.

Come detto i pezzi nuovi scorrono piacevoli ma nulla più, ma forse fra una decina di anni li ricoderemo con affetto come dice il profetico titolo della rimpatriata ‘One Day It Will Please Us To Remember Even This’. Nel frattempo il giudizio però è chiaro, isterismo e sing along per la già citata ‘Looking For A Kiss’, ‘Private World’, ‘Subway Train’ e ‘Bad Girl’ e compostezza tipicamente anglosassone per il resto. La cosa che mi stupisce di più è che ‘Too Much Too Soon’ viene completamente ignorato nella sua interezza, un bel mistero per una band che in fin dei conti ha soli quattro album all’attivo. E questa è l’unica pecca di quella che rimane comunque una brillante esebizione. Verso metà il commovente omaggio a Thunders con ‘You Can’t Put Your Arms Around A Memory’ che va poi trasformandosi in ‘Lonely Planet Boy’. Tristezza assoluta anche per uno gelido come me. Per un attimo Thunders, ma anche Murcia, Nolan e Kane sembrano far parte di questa rimpatriata. Commovente. Da qui in avanti è un crescendo pazzesco e per tenere a bada una ragazzina dietro di me, con la complicità del mio vicino, devo rispondere a dei gomiti nelle costole con un comportamento unpolitically correct. Urla, salti, sorrisi e pianti si susseguono su ‘Pills’ – cover della celebre canzone di Bo Diddley, in omaggio al quale parte il ritornello di ‘Hey, Bo Diddley’ – e su una ‘Trash’ che colpevolmente si tramuta nella versione dell’ultimo album. C’è pure tempo per una solitaria invasione di palco che viene gestita con nonchalance da sicurezza, gruppo e pubblico. Prima della fine ci gustiamo  gli hand-clapping di quella che forse è la mia canzone preferita, ‘Jet Boy’, e quel capolavoro debosciato, nonché inno generazionale, che è ‘Personality Crisis’. La band saluta incredula il proprio calorosissimo pubblico e si dilegua tra abbracci e pacche sulle spalle. Il merch è preso d’assalto e tra la folla vedo numerosi genitori con figli al seguito, per quello che è un doveroso passaggio di testimone. Io riattivo il mio personalissimo radar in modalità on e ci dirigiamo verso l’afterparty tenuto da Sami Yaffa in un tamarrissimo locale in zona Soho.

Chris Bamert