Neneh Cherry @ Andrea Doria [Roma, 11/Luglio/2015]

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“A soli 70km dal centro, dopo un comodo sterrato!”. Impossibile non ricordare lo spot della megaditta tuttofare Novembrini in un bello sketch dei Broncoviz, nel viaggio per raggiungere l’Andrea Doria. Bisogna rimettersi alla clemenza del GPS e al quinto senso e mezzo per imbroccare la deviazione che, da Via Tor Di Quinto, porta in Via del Baiardo. A questo punto, non c’è uno sterrato, beninteso, ma un rustico budello che tanto mi ricorda certe strade di campagna del natio Abruzzo. Fuor d’ironia, le serate dell’Andrea Doria sono una rinfrescante e gradita novità nella torrida estate romana anche se, complice forse l’ancora poca esperienza, il locale ha il suo da fare nel segnalarsi e valorizzarsi. Resta fuor di dubbio che la programmazione è molto valida: prima Squarepusher, ieri Tricky e oggi Neneh Cherry. ‘Blanck Project’, l’ultimo album della figlia d’arte svedese, è stato un fulmine a ciel sereno nel 2014 ed ha, con qualche ritardo, conquistato tanti. Quattro album in ventisei anni d’attività solista, ma nel mezzo tantissima (bella) roba: dai cameo in punk band quali The Cherries e The Slits, alla seminale esperienza con i Rip Rig + Panic alla collaborazione della consacrazione con Youssou N’Dour. A 51 anni, la Cherry appare in gran forma, se è vero che ha consegnato ai cuori e agli archivi uno dei suoi album più riusciti, se non il migliore. È quindi uno dei live più attesi. Dopo una sgroppata in campetto per ritirare gli ingressi, ci si para dinanzi il palco dell’Andrea Doria, cui fa il paio come uno specchio d’acqua la platea di non enormi dimensioni. Alle 23, ahimè, l’affluenza è ancora ridotta e l’attesa ricresce come il pane. A ingannarla accorre The Formation, giovane quintetto inglese dal sud di Londra. Richiama subito l’attenzione la mise elegante del cantante: un fuscello mingherlino ma col fisico asciutto, da pugile; e del boxeur vuole effettivamente dare l’idea, a torso nudo e con dei boxer a pois terribili. Intorno a lui, basso, batteria e due ragazzi a synth/tastiere. Uno dei due sembra il sosia del pugilista, e infatti scopro poi che la band dal fantasioso nome è guidata dai fratelli gemelli Will e Matt Ritson. Devo dire che, nonostante la giovanissima età che dimostrano, colgono in pieno l’occasione dell’opening band, complice il buon impianto del locale. Il loro è un synth-funk che ricorda tanto gli !!! così come padrini del genere quali gli Chic e finanche Jamiroquai, il tutto ammantato di un sapore indie à la Bloc Party. In un concetto, assolvono perfettamente il compito che immagino si siano prefissati all’atto di fondazione della band: “far muovere i culi”.

Tocca aspettare quasi la mezzanotte per l’arrivo della protagonista. A causa di qualche intoppo durante il soundcheck della batteria, le operazioni di cambio palco prendono più tempo del previsto. Ma finalmente ci siamo. Entrano sul palco prima i RocketNumberNine, al secolo Ben e Tom Page (synth e batteria), già musicisti nell’album ‘Blanck Project’. E dunque, senza particolari celebrazioni, in sordina, emerge dalle tenebre anche lei, Neneh Cherry. Si percepisce subito un cambio d’atmosfera. Un silenzio reverenziale si impossessa dei presenti. Siamo tutti in trepidante attesa: di una parola, di un cenno, di un gesto. La cantante catalizza l’attenzione e sfida le leggi della fisica elettromagnetica. Solo un modesto saluto prima che lo scossone del synth di Page I dia inizio ad ‘Across The Water’, quindi a ‘Blanck Project’ e a un concerto che si preannuncia subito magico, speciale. La voce esile ma carismatica della Cherry rivela qualche ruga segnata dal tempo, ed eppure rimane unica e riconoscibilissima. Il set semplice e ridotto, non inficia, anzi, valorizza uno spettacolo coinvolgente: synth e batteria dialogano nei sotterranei, sulle note basse, missili terra-terra che sconquassano le fondamenta e scuotono nel profondo. Con ‘Blanck Project’ e ‘ Weightless’ si raggiungono vette ineguagliabili. Un trip-hop scuro e ipnotico sul quale la Cherry balla, si contorce e storce la bocca in preda a spasmi ritmici implacabili. Brani che rileggono la lezione di Massive Attack e Portishead aggiornandola al verbo della performer ricciuta. Neneh è di un’allegria contagiosa, è radiosa e trasmette entusiasmo e dinamismo nelle sue evoluzioni. Basterebbe questo a dare il segno più al live. Anche quando perde il filo e, durante l’esecuzione di ‘Out Of The Black’, imita un rewind e fa segno ai ragazzi di ricominciare non perde un grammo del suo carisma. In un’altra occasione, saranno i fratelli Page a impappinarsi e a dover ricominciare daccapo. Eppure, nonostante e forse anche grazie agli errori, l’esibizione rimane sincera e di altissimo livello. Ad arricchirla anche uno schermo sullo sfondo che trasmette varie immagini, come spezzoni di notiziari e telegiornali durante l’esecuzione di ‘Bullshit’. Trovano spazio in scaletta anche vecchi successi come ‘Manchild’, nel cui video compariva anche la figlia Tyson McVey (e Neneh ci ricorda, non senza orgoglio, di essere già nonna) e, tra i bis, anche ‘Buffalo Stance’, dove la Cherry rispolvera la sua mai sopita vena rap e, in bilico a ridosso del pubblico, si mostrerà coi capelli avvolti in un asciugamano a mo’ di turbante, dettaglio in cui i più poetici vedranno una voodoo lady e i più prosaici una mise post-abluzioni. Anche i citati momenti d’imbarazzo si dissolvono in un vortice di energia e positività, che Neneh Cherry elargisce naturalmente ai presenti. Un live dei più belli goduti finora, una “nonna” che farebbe impallidire tante colleghe sciacquette e un ritorno imponente. Onnicomprensiva.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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