Neil Young & The Promise of the Real @ Terme di Caracalla [Roma, 15/Luglio/2016]

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Venticinque brani il giorno prima a Padova, tre in più questa sera a Roma, probabilmente media che verrà confermata anche a Lucca e Milano. Le fermate che riportano nei libri di storia il Neil Young “italiano”. Erano anni, non so più neanche quanti, che non vedevo questo colosso dal vivo e l’occasione di incastonarlo in uno scenario imperiale come le Terme di Caracalla non poteva non essere sfruttata. Sono le mie vacanze romane che coincidono anche con la rentrée (o ricomparsa se preferite) della sottoscritta sulle sempre stimolanti pagine di Nerds Attack! Nella capitale ha soffiato per quasi tutto il giorno un vento fastidioso che non ha però inficiato la magia sprigionatasi nell’aria dopo la prima nota di ‘After The Gold Rush’. Così infatti è iniziato (in acustico) il concerto dell’influentissimo artista canadese accompagnato dai Promise of the Real che come tutti ormai sapranno sono capeggiati dal figlio d’arte Lukas Nelson, fatto con lo stampo dal leggendario papà, se è vero che a metà esibizione la sua voce (identica a quella del vecchio Willie) risuonerà melodiosa ad omaggiare ‘Nel Blu Dipinto di Blu’. Una sorpresa a introdurne una ancora più grande: Willie Nelson in persona. L’83enne outlaw country hero texano fa scattare l’ovazione e i due successivi ‘Are There Any More Real Cowboys?’ (ricordate la loro collaborazione su ‘Old Ways’ del 1985?) e ‘On the Road Again’ (ricordate il film “Honeysuckle Rose” del 1980?) fanno già parte del personalissimo album dei ricordi più belli vissuti sotto un palco. Prima c’era stata la poesia, tutta una vita sfilata davanti come impressa su una pellicola, c’era stata ‘Hold Back The Tears’ che provoca ancora sentimenti devastanti in termini di commozione, c’era stato il Neil Young di ‘Out On The Weekend’ (uno dei brani ai quali sono più emozionalmente legata), le luci a riflettere la bellezza immortale di una città unica (seppur martoriata e abusata da chi probabilmente non ha messo mai piede dentro questa meraviglia), c’era stata la storia irripetibile di un uomo che, cappellino rovesciato e camiciona a scacchi, è ancora anni luce più in forma, integro e determinante di tutti (quelli che cercano chitarra alla mano di rinverdire tradizioni e situazioni). La seconda parte è elettricità allo stato puro. Gli “anni di Monsanto” che si fondono con le corse sfrenate dei mai dimenticati Crazy Horse, classici su classici (Buffalo Springfield compresi) sparati al massimo da un collettivo perfettamente in sintonia. Un’orgia di suoni e colori, di profumi e squarci di luna, che si conclude (sarebbe il bis) con l’impastata ‘Hey Hey, My My (Into the Black)’. Un gigante di nome Neil Young a cui auguriamo vita eterna, esattamente come la Roma più bella.

Silvia Testa

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