Neil Young @ Nelson Mandela Forum [Firenze, 22/Giugno/2008]

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Non è esaurito il Mandela Forum per questa calata italica del grande rocker canadese: la concomitanza con la partita Italia-Spagna degli europei e la vicinanza con la (molto più costosa) data di Febbraio a Milano hanno lasciato qualche posto vuoto nel palazzetto fiorentino, ma la risposta dei fan di Neil Young è stata comunque buona. La serata è aperta dai toscani Esterina, da Massarosa (LU), davvero poca cosa: pop-rock cantato in italiano, con qualche tentativo di venatura post rock, ma soprattutto arrangiamenti sempre uguali, e canzoni davvero poco memorabili. Se pensiamo a chi ha aperto la serata successiva a Verona, i Verdena, non possiamo non avere qualche rimpianto. (Da notare che Neil Young ha chiesto espressamente ai promoter italiani di avere una opening band italiana). Arriva il momento dell’unico e solo protagonista della serata. Il palco è disseminato di strumenti: oltre a batteria, basso e chitarre varie, tra cui una lap steel, ci sono un pump organ, un hammond, un vibrafono e un pianoforte a coda. La scenografia è curiosa e francamente non ce la siamo spiegata: sullo sfondo vediamo delle lettere luminose a cui però non riusciamo a dare alcun senso. Ma ciò che importa è la musica: si parte con ‘Love And Only Love’ da ‘Ragged Glory’ (1990), una lunghissima cavalcata rock di 15 minuti e più in cui su un semplicissimo accompagnamento di due accordi Neil non si risparmia e si dedica ad assoli lunghissimi in un stile unico che è solamente suo, e nonostante i 62 anni suonati non sta un attimo fermo e mostra un’incredibile voglia di suonare. Si prosegue con “Dirty Old Man” e “Spirit Road” dall’ultimo ‘Chrome Dreams II’ (2007). Siamo sulla stessa lunghezza d’onda della canzone di apertura e di tutta la serata: sono brani rock d’impatto, fatti di pochi accordi, strutture semplici, e un gran gusto per la melodia, che Neil ancora oggi non ha perso. Il primo tuffo nel passato lo facciamo con “Powderfinger” e “Hey Hey, My My (Into The Black)”, splendidi episodi da ‘Rust Never Sleeps’ (1979). Il pubblico impazzisce completamente: sentire quel suono di chitarra aprire “Hey Hey, My My” e un’emozione che prende allo stomaco. Dopo “Too Far Gone”, tratta da ‘Freedom’ (1989), l’album della rinascita dopo la crisi creativa degli anni ’80, Neil imbraccia l’acustica, e dato che il Neil Young acustico per chi scrive (e, a giudicare dalla reazione del pubblico, non solo) è quello più emozionante, la trepidazione è tanta. Non assistiamo ad un vero e proprio set acustico come quello eseguito nella data milanese di febbraio, ma dal cilindro del capolavoro ‘After The Gold Rush’ (1970) viene estratta la bellissima e struggente “Oh, Lonesome Me”, che Neil canta con la stessa meravigliosa voce di quasi quarant’anni fa. Neil Young non ha perso un filo di voce, al contrario di molti della sua generazione. Abbiamo un sussulto quando Neil Young sembra abbandonare il palco dopo così poco tempo, ma si sta solo arrampicando dietro la batteria dove è situato il pump organ, con cui esegue la bellissima “Mother Earth”, da ‘Ragged Glory’, che vede Pegi Young, moglie di Neil, al vibrafono. Con il ritorno all’acustica ci vengono regalate due perle da ‘Harvest’ (1972): “The Needle And The Damage Done” e “Old Man”, per il sottoscritto la canzone più attesa, riproposta nell’arrangiamento originale con banjo e lap steel. Semplicemente meraviglioso. “Winterlong”, pubblicata per la prima volta nella raccolta ‘Decade’ (1977), è dedicata allo storico chitarrista dei Crazy Horse, scomparso nel 1972, mentre la chiusura del concerto è analoga all’apertura: “No Hidden Path”, ancora dall’ultimo ‘Chrome Dreams II’, è lunghissima, addirittura intorno ai venticinque minuti, e Neil si produce ancora in assoli mai noiosi, mai ripetitivi, che lasciano gli spettatori con occhi e orecchie incollati al palco. Neil continua instancabile quando sembra che persino la sua band non ce la faccia più a stargli dietro. Straordinario, ci lascia senza parole. Ovviamente non è finita e i bis ci regalano altri due momenti magnifici: un tributo a Bob Dylan con “All Along The Watchtower”, e “Rockin’ In The Free World”, ancora da ‘Freedom’, cantata a voce piena da tutto il Mandela Forum, e alla fine della quale, con una mossa che ancora tentiamo di spiegarci, Neil rompe tutte insieme le sei corde della sua Les Paul. Non potevamo sperare in una chiusura migliore. Un ultima nota sulla band, non i leggendari Crazy Horse (purtroppo), ma la comunque ottima Chrome Dreams Band: perfetta la sezione ritmica formata da Rick Rosas e Chad Cromwell, bravi anche a capire le indicazioni che Neil Young dava loro sul momento. Bravo Ben Keith, alla lap steel e all’hammond, ma soprattutto chitarrista ritmico spesso costretto a suonare anche per decine di minuti gli stessi due accordi, durante i lunghissimi assoli di Neil. Bravi, ma forse se ne poteva anche fare a meno, i due coristi. Poco importa, in ogni caso, di fronte ad un Neil Young talmente superlativo. Forse avremmo voluto qualche brano in più da ‘After The Gold Rush’, o qualcosa da ‘Everybody Knows This Is Nowhere’, ma dopo una serata del genere non c’è modo di non essere soddisfatti. Pochi come Neil Young sono ancora oggi in grado di rappresentare quella che sembra essere la vera essenza del rock: diretto, con pochi fronzoli, eppure incredibilmente profondo ed emozionante.

Andrea Carletti

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