Neil Young & Crazy Horse @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 26/Luglio/2013]

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Scrivere di Neil Young è impresa incredibilmente disagevole. Difficile stabilire un punto d’inizio, come altrettanto impegnativo è riassumere anche solo per grandi linee una vita da romanzo, una vita difficile (personale ed artistica) ma – grazie al buon Dio – lunga e ancora piena di sorprese, una vita irripetibile. Neil Young è il più americano degli artisti canadesi ma è anche il più canadese degli artisti “americani”. Canadese fin nel midollo. Unito come nessun altro alla famiglia e alle sue passioni. Ai figli (solo in apparenza sfortunati, certamente vittoriosi contro il destino crudele affrontato alla nascita), alla moglie Pegi, alla sua collezione di trenini Lionel, alle automobili, ai viaggi, alla musica, alle scommesse (sempre vinte). Considero Neil Young uno dei cinque artisti più influenti di tutti i tempi. Influente. Ecco cosa ho detto. Eccola la parola. Non importante, grande, fondamentale, essenziale, notevole, devastante. Influente. Per generazioni, generi, scene, per un’epoca intiera. Il tutto torna musicale vi condurrà a Lui da qualsiasi base partirete. Non ci sono dubbi. Dai dischi consumati di J.J. Cale (quella chitarra!) all’inevitabile Bob Dylan (uno che cambia la vita), alle Ronettes spectoriane (amore per sempre), al mai troppo incensato Roy Orbison (i semi di autentiche meraviglie), alle radici del rhythm & blues a cui continuiamo ad aggrapparci assetati. Radici nate da un unico conio non riproducibile. Neil Young è cultura. Storia. Paesaggi western. Dolore ed esorcismo del dolore. Lunghe cavalcate come solo in uno di quei film fondativi di John Ford. I Crazy Horse “la navicella per viaggiare verso aree cosmiche che sono incapace di attraversare con altri”. Dal 1969 un’istituzione, neanche fosse uno di quei marchi di workwear che hanno reso grande l’America, indistruttibili, e che ancora oggi accompagnano la nostra esistenza dopo aver preso per mano oltre mezzo secolo di storia della gente comune. Da un paio d’anni Neil Young ha smesso di bere e di fumare. Un “grande esperimento chimico” che all’inizio non ha fruttato canzoni. Poi in sequenza sono arrivati gli album numero 34 e numero 35, gli album del “ritorno” dei Crazy Horse, il ritorno della sua mandria, le praterie di ‘Americana’ e ‘Psychedelic Pill’. Una corsa tra polvere e passione che li ha condotti nuovamente in questa città 26 anni dopo, in una neanche troppo torrida serata d’estate.

“Quando scrivo una canzone, inizio da un’emozione. In testa o nel cuore sento qualcosa”. E per scrivere di Neil Young è proprio da un’emozione che bisogna partire, per poi farsi travolgere, e magari soccombere. E’ sulle emozioni che vive la musica. E’ di emozioni che ho sempre voglia di parlare quando mi trovo davanti a totem di cotanta fattura. Non c’è cosa peggiore di quei compitini intelligenti, perfettini, descrittivi fino alla nausea, che imperversano tra l’inchiostro scolorito di molti di quelli che si professano “giornalisti” con tanto ardore e senza tanto pudore, che non possono superare nessun limite della loro coscienza perchè intimiditi dal palo nel culo posizionato ad arte da qualche loro superiore ingrigito e ligio alle logiche di un mercato che non è mai esistito. E quandanche quel limite venga superato i risultati sono disgustosamente di maniera, ancorati a regole e standardizzazioni che non sono mai esistite (la ferita Cat Power sanguina ancora e sia sempre da esempio). Emozione. Che dal basso ventre, lentamente, si inerpica tra le pieghe del cuore, per proseguire graffiando le rughe della pelle, fino a stringere con veemenza le tempie, la testa. Di questo si vive. Di questo si muore. La luna e la foresta, la natura delle cose. La religione. Neil Young signori e signore: il Grande Spirito.

Non ce ne voglia il piacevole Devendra Banhart. Non ce ne voglia il suo nuovo corso estetico-artistico, i suoi piedi nudi, il discreto groove creato dalla sua band, la sua umiltà, la sua simpatia (saluti alla mamma compresi). Ma questa sera non può esserci altro. Sullo sfondo del palco campeggia il meraviglioso logo del “cavallo pazzo” che è riprodotto anche sulla batteria molto anni ’80 di Ralph Molina. Poco prima delle 22 gli eroi di un tempo che fu e che c’è ancora, compaiono accolti dal boato di uno squarcio generazionale-trasverasale di almeno quattro decadi, seguiti da un piccolo totem (lo spirito) che viene “installato” alla destra del palco. Da qui in poi avrei voglia di lasciare il “foglio” in bianco. Avrei voglia di disegnare un semplice punto al servizio dell’immaginazione. Avrei voglia di andare a letto solamente per fantasticare di questo concerto e goderne, ancora. Ma sarebbe profondamente ingiusto. Condividere un’emozione così tremenda è la miglior “cura” per sanare i tormenti del cuore, provato, sfinito, dilatato da 2 ore e 10 minuti di follia inenarrabile. Neil Young è vestito di nero. Cappello, maglietta “Radio Canada” e jeans. Nessuna parola proferita se non un “grazie” alla fine del set prima dell’encore. Questo è uno di quegli avvenimenti che nella vita capitano poche volte, e che con disarmante facilità la vita riescono a cambiarla, sconvolgerla. I sessantasette anni sono tutti conficcati tra le rughe e nell’oscurità dell’anima, il Neil Young “romano” è infatti un ragazzo senza età, con una freschezza, un’armonia, un’integrità, una vitalità, una poesia che sorprendono già dopo il primo accordo di ‘Love And Only Love’ (durante il quale il cappello cade lasciandolo capelli invasati al vento). Billy Talbot e le braccia forti di Frank Sampedro (maglietta bianca senza maniche con il faccione di Jimi Hendrix) si stringono sempre attorno al faro. Il trio non ha spie, non ha monitor, non ha auricolari, non ha un cazzo di fottuto niente. Vintage, vecchia scuola, stampi unici, rarità. L’impasto della chitarra è di quelli sui quali si sono eretti muri, palazzi, ponti, opere destinate all’eternità. Code reiterate che vengono tagliate da cori quasi gospel, cristallini, l’ebrezza della California in bianco e nero, come solo i giganti sanno raccontare. L’apocalisse diventa un’intro noise ad accogliere tra le braccia una commovente ‘Hole In The Sky’ quando ancora nella testa è rimasto il “fischio” destabilizzante di una pazzesca ‘Walk Like The Giant’ dal più recente ‘Psychedelic Pill’ (title track inserita come terzo pezzo della serata, ‘Ramada Inn’ incastrata verso il finale).

Il trittico centrale è la piccola parentesi solo armonica ed acustica. Un’ennesima dimostrazione di come anche in questa veste Young è in grado di rapire e ammaliare grazie ad un carisma, ad un fascino rimasti intatti seppur attraversati da oltre 45 anni. ‘Red Sun’, ‘Heart Of Gold’ e l’attesa ‘Blowin’ In The Wind’ sono il buio e la luce. Le ombre e il sogno. Ma non è finita. Perchè ad attenderlo c’è il vecchissimo pianoforte da saloon. Vederlo da vicino, da dietro, chino e con le scapole un po’ sporgenti, è un ulteriore tuffo al cuore, uno di quei ricordi che rimangono chiusi nel cassetto alla voce indelebili. Qui, in mezzo alle stagionature del legno, germoglia l’inarrivabile dolcezza di ‘Singer Without A Song’ (una recentissima aggiunta allo sterminato catalogo, da meno di un anno proposta in tour). Purezza di un genio senza eguali. Il Cavallo si rimette presto a correre. In una discesa che da questo momento non ammetterà più soste o frenate brusche. Nell’incandescente finale da tramandare, è bello ascoltare ‘Surfer Joe and Moe the Sleaze’ catapultata a noi da un album sottovalutato come ‘Re-ac-tor’, quello che agli albori degli anni ’80, in casa Young per la prima volta apriva le porte al Synclavier (e non sarebbe rimasta l’ultima). Stasera però di sintetizzatori non vi è traccia. Rock duro come il manifesto dei manifesti: ‘Rockin’ In The Free World’. L’inno che di fatto diventava l’anthem per la generazione che aveva appena destituito il comunismo e abbattuto i suoi muri (siamo nel 1989). Un altro culmine. Il brano viene “lasciato” e “ripreso” tre volte tra il tripudio e il coro della gente. Ovunque io lanci lo sguardo vedo solo persone stupite, compiaciute, gaudenti, completamente imprigionate dall’alchimia dei quattro pards, che hanno il passo e l’agilità musicale di una band di ventenni. E poi quella voce, uguale a tutte le migliaia di volte che l’ho ascoltata nella mia solitudine, quando fuori da quella benedetta finestra c’era ancora poco da intravedere, c’era ancora tanto da aspettare. La luce della luna nella sua quasi interezza, le intermittenze volanti degli aerei destinati all’adiacente riposo, la leggera brezza che s’infrange sull’enorme telone, sull’enorme Crazy Horse, rendono le sagome dei protagonisti quasi irreali. Non può essere altrimenti. Cento minuti di incredulità.

Vengono richiamati. Inevitabile. Ed è in questo preciso istante che gli occhi diventano lucidi. Dopo aver ringraziato a mani giunte ed imbracciato la fedelissima chitarra, Neil Young “attacca” quello che avrei sempre voluto sentire tra le pagine della mia esistenza, prima dello spegnersi della luce, avrei sempre desiderato almeno una volta ascoltare ‘Zuma’. Il disco arrivato dopo la celebre “Ditch trilogy”, gli album non “commerciali”, gli album terapeutici concepiti a tequila ed erba, gli album segnati dalla scomparsa tragica di Danny Whitten. Ebbene ‘Zuma’. Un colosso. Nato sulla spiaggia di Malibu, dentro la casa di Sea Level Drive, il primo disco col nuovo membro Sampedro (siamo nel 1975), il ritorno alla “normalità”, l’hard rock, le due chitarre. Ed il momento monstre di ‘Zuma’, l’assoluto epicentro, è proprio ‘Cortez The Killer’, uno dei pezzi più amati dal popolo youngiano, con quell’intro di tre minuti che avvolge senza possibilità di riparo, senza possibilità di scampo. Dal suono di questa chitarra c’è il germe di una vita. Di tanto, di molto, di quasi tutto. Gli occhi semichiusi, la smorfia della bocca, la postura laterale, semi-sbilenca, il cercare il contatto quasi fisico con gli altri due compagni, sono una fotografia da lasciare ai propri figli. Ed è quello che farò io. Statene certi. Il vagito primordiale dei Crazy Horse con Neil Young – ‘Cinnamon Girl’ – viene giustamente presentato alla fine. Un salto temporale che dal 2013 proietta i quattro cavalieri ad un 1969 rimasto miracolosamente intatto, rimasto qui. La chiusura è epocale. Abbracciati come le grandi band delle “arene”, al centro del palco, a prendersi tutto d’un fiato anche l’ultimo applauso, l’ovazione totale. L’esperienza più grande. L’emozione più grande. Neil Young. “Quando ero giovane, non ho mai sognato questo. Fra le altre cose, sognavo colori e che cadevo”.

Emanuele Tamagnini

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