Neil Halstead @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Aprile/2014]

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1. Gli Slowdive, band shoegaze di Neil Halstead, freschi di reunion dopo uno hiatus ventennale, sono uno dei nomi più attesi dell’edizione 2014 del Primavera Sound.
2. I JunkFood, opening act di serata, sono una delle tre band italiane che si esibiranno all’interno di quella stessa manifestazione.

Partendo da questi presupposti, la serata, organizzata da Radical Pop, non poteva che essere all’insegna del Primavera: dalle 21 infatti, nella sala rossa del Circolo, resa quasi irriconoscibile da un allestimento con tavolini e divani, si terrà un incontro di presentazione dello storico festival, con una piacevole tavola rotonda, o meglio, una divanata rettangolare, in cui una selezione di giornalisti musicali italiani racconterà le proprie esperienze connesse all’evento stesso. Fiore all’occhiello sarà la presenza di Alfonso Lanza Garcia, co-direttore artistico del festival che risponderà alle domande dei giornalisti seduti vicino a lui e svelerà curiosi dettagli a quelli in platea: così potremo scoprire che il nucleo che lavora a tempo pieno al Primavera è composto da sole 6 persone, che le prime 8 edizioni si sono chiuse tutte con il bilancio in passivo e che l’ossessione degli organizzatori è quella di avere David Bowie sul palco, ma che nonostante abbiano provato ad inserirlo in tutte e 14 le line up finora presentate, non gli è stato ancora possibile ingaggiarlo. Garcia sosterrà però di essere sicuro che quando il Duca Bianco tornerà a suonare, lo farà proprio su quel palco. E noi immaginiamo l’offerta che avrà ricevuto, con il più classico degli assegni in bianco. Si discuterà molto dell’esportabilità del festival e l’ospite spagnolo dirà che il format, dopo essersi sdoppiato raggiungendo il Portogallo, potrebbe aggiungere una terza tappa in Italia, magari proprio a Roma. Questa frase verrà accompagnata da un sorriso sornione da uomo che sa come far parlare di sé e di ciò che è venuto a promuovere. Dobbiamo credergli? Probabilmente no, ma la speranza di vedere riunito un cast al livello di quello del Rock in Roma, in un solo weekend, a cifre nettamente inferiori, ma soprattutto con un’organizzazione diversa da quella all’italiana che siamo abituati a vedere all’Ippodromo delle Capannelle non ci dispiacerebbe affatto, anzi ci regalerebbe un sogno.

Neanche il tempo di pensarlo che sul palco della sala principale iniziano ad esibirsi i JunkFood, band jazz che si è composta sui banchi del conservatorio di Bologna. Trovarci catapultati davanti a loro, arrivando dalle atmosfere soft della presentazione, probabilmente non aiuta e purtroppo l’unica sensazione che ci rimane del loro live strumentale è quella di un gran caos. Il contrasto sarà notevole anche rispetto a quello che arriverà dopo, il progetto solista, con coordinate folk, di Neil Halstead. Il 43enne musicista di Luton, impegnato in molte band (oltre alla già citata reunion degli Slowdive, qualche concerto con i Mojave 3 e la novità Black Hearted Brother) ha prodotto finora tre album a suo nome, pubblicati nella decade tra il 2002 e il 2012. Il più recente, il bellissimo ‘Palindrome Hunches’, è diventato un vero e proprio cult per gli appassionati del genere, ma anche gli altri due non scherzano in quanto a qualità. La sua dotazione base, composta da zuccotto di lana (ma lana di quella pesante, in aprile ed al chiuso) e barba lunga gli farà ottenere più di un apprezzamento estetico da parte del pubblico femminile presente in sala, in netta maggioranza tra i circa 150 presenti all’evento. Il folk, tornato di moda, ha in Halstead uno dei suoi maggiori interpreti contemporanei e l’artista riporterà la musica alla sua essenza: chitarra, voce e qualche occasionale inserimento dell’armonica. Nel corso dei primi tre brani resteremo sorpresi dall’atmosfera: un silenzio totale e rispettoso accompagnerà l’inizio del set e ci darà l’impressione di essere in un bosco, dove un vasto gruppo di scout ascolta attentamente qualche storia di fantasmi. Resterà tutto immutato fino a quando, dal quarto brano, Halstead deciderà di interagire con i suoi fan, facendoli sciogliere con qualche risata. Da lì in poi il live prenderà un’altra piega, molto più rilassata. Diciamo che da scout ci si trasforma in una combriccola di amici in cui il più estroverso racconta storie da drugs addicted, come quando prima di eseguire ‘Elevenses’ spiegherà che quel brano gli venne richiesto per fare da accompagnamento ad uno spot pubblicitario americano e lui rispose che forse non era adatto, visto che parlava di droga e che quando l’aveva scritta era strafatto di cocaina. Per la cronaca, i suoi interlocutori pensarono a uno scherzo e lo usarono lo stesso. Come di consueto, il musicista compilerà la scaletta, o almeno proverà a farlo, chiedendo al suo pubblico cosa gli piacerebbe ascoltare. Ci riuscirà con ‘Trying To Reach You’, ma non sempre il tentativo andrà a buon fine: più di una volta dirà infatti di non poter eseguire questo o quel brano, semplicemente perchè non se lo ricorda. Stempererà l’atmosfera affermando che se ci aspettavamo un live professionale, abbiamo sbagliato a scegliere il suo. Più che perdonabile però, se pensiamo al fatto che lavori in contemporanea a molti progetti, peraltro molto diversi tra loro, e se quando non riesce a ricordarsi le canzoni che gli vengono chieste tira fuori brani come la splendida ‘My Life In Art’, presa dal repertorio dei Mojave 3, così come la successiva ‘Prayer for the Paranoid’. È buffo mentre parla, con la bocca coperta dalla folta barba ed il tono di voce adattato ai decibel in uso nella sua Gran Bretagna, ovvero prossimi allo zero, ma nel corso delle 15 canzoni eseguite non ci sarà mai modo di annoiarsi, ma soltanto di aumentare il gradimento nei confronti di questo suo progetto. In chiusura ci sarà spazio per ‘Alison’, l’epico brano di apertura di ‘Souvlaki’, seminale disco degli Slowdive. Poi avremo la possibilità di incontrarlo, rilassato e disponibile, nella sala rossa, tornata alla sua usuale funzione di vendita del merchandising. Ci sarà tempo per i complimenti di rito, una foto e un appuntamento: ci vediamo al Primavera, Neil. Eravamo già convinti, ma la conferenza di inizio serata ed il suo live hanno dato il colpo di grazia alle nostre residue resistenze.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore.