Neil Halstead @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 25/Marzo/2015]

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Maledetto Neil. Ho cercato di sfuggire in tutti i modi alla tua trappola. Ho fatto tardi a lavoro. Ho fatto scatenare la furia degli eventi sulla città. Ho rischiato di finire schiacciato sotto un lampione, divelto dal vento violentissimo e schiantatosi sul cofano di una macchina parcheggiata a due metri da me. Ho anche sbagliato strada, complice il tempo da tregenda, una lunga telefonata e il mio proverbiale senso dell’orientamento. Eppure sono riuscito ad arrivare in tempo. Senza più risorse, come ultima ratio ho tentato ingenuamente di mettermi il più lontano possibile dal palco, per sfuggire al tuo malvagio influsso. Ma niente, ci son cascato con tutte le scarpe fradice e, ipnotizzato da quegli accordi semplicissimi eppure infidi, si è aperto il vaso di Pandora e si è liberata una legione di spettri e fantasmagorie che ormai girano a piede libero nella mia mente, incuranti e sprezzanti di una ragione che tenta invano di tenerli a bada. Maledetto, adorabile Neil. La Chiesa Evangelica Metodista si conferma luogo di esorcismi di rara potenza. Mark Nelson a.k.a. Pan American (e già, soprattutto, Labradford), la rassegna C.H.O.R.D.E., Gravenhurst e, per le sessioni Unplugged in Monti, il signor Lee Ranaldo. Programma ricco e fitto, quindi, in un contesto sempre pieno di suggestioni e dall’atmosfera intima e raccolta com’è quello della chiesa in via Firenze. L’evento di stasera, a cura di Indie For Bunnies e con la collaborazione di Triste©, Opificio 33 e Cut Press, prosegue il ciclo di concerti unplugged sfoggiando personalità come Neil Halstead e Daniel Martin Moore. Al di là della surreale introduzione a questo articolo, mi spiace arrivare quando l’esibizione dell’headliner è già iniziata. Moore tiene egregiamente il polso della situazione con solo chitarra e voce e sfodera un carisma insospettabile in questo dinoccolato americano del Kentucky. D’altronde, se la Sub Pop l’ha messo sotto contratto dopo l’invio di una candidatura spontanea condita di quattro brani originali non sarà un caso. A un certo punto spiega di non veder l’ora di provare il piano disponibile sul palco e, pur dovendo uscire dalla vista di molti dei presenti (chiesa pienissima), regala un’esecuzione semplice ma intensa. Ciliegina sulla torta, il brano di commiato lo propone lontano dai microfoni, scendendo dal palco e mettendosi sullo stesso piano degli spettatori. Pane al pane, vino al vino. L’ultimo suo disco è ‘Archives Vol. I’, da (ri)scoprire.

E quindi, poco prima delle dieci (a proposito, complimenti per la svizzera puntualità) giunge l’ora del famoso Neil. Ho qualche conto in sospeso con il non più ex Slowdive e Mojave 3. Anzi, diciamo che ha proprio spinto a forza qualche scheletro nel mio armadio: non molti, ma quanto bastano per bussare forte. Non ho seguito molto, se non di recente, le sue sortite soliste, né ho scoperto gli Slowdive sufficientemente presto per innamorarmene perdutamente. E dunque è dai Mojave 3 che mi devo guardare stasera. Quei due, tre pezzi arrivano, ovviamente. ‘In Love With a View’ e ‘My Life In Art’ piombano implacabili come il vento di stasera, a scardinare ogni resistenza e divellere portando in superficie radici profonde. Picchi emotivi strani, che credevi assorbiti e metabolizzati, ma che invece si ripresentano come la peperonata. Pezzi ovviamente bellissimi qui dal vivo. Se avesse buttato nella mischia anche ‘Return To Sender’ sarebbe seguito il ricovero. Fortuna che queste canagliate durano poco e la scaletta si concentra sui pezzi dell’ultimo ‘Palindrome Hunches’, con qualche ripescaggio dai due album precedenti. ‘Digging Shelters’ e ‘Tied To You’ si impongono come tocchi da maestro nella discografia già ricca di perle del musicista di Reading. Se devo proprio scegliere uno dei brani nuovi in scaletta, direi senza dubbi ‘Hey Daydreamer’, invocata provvidenzialmente da un fan. In realtà, il pezzo è una costante delle scalette di Halstead, e si capisce: voce quasi in falsetto, ritmo allegro e accordi in maggiore ma con uno strascico malinconico, è una ninna nanna dai toni dolci e infantili, essenziale ma deliziosa. Si dice incredulo e grato di vedere tanta gente nonostante la bufera, e, come biasimarlo, sorpreso della pioggia romana, mentre ripropone qualcosa dal recente passato, come ‘Oh! Mighty Engine’. Peccato per la scarsa considerazione rivolta a ‘Sleeping On Roads’, primo album dai toni più eterei e shoegazy. Ma va bene così. Barba e capelli arruffati, voce flautata, modi sobri e molto inglesi, la sua indole si sposa alla perfezione con l’ambiente raccolto della chiesa; a malapena dei sospiri dalle panche concentrate e attente. Un’ora e mezza di musica umile e diretta, senza orpelli ma dritta al cuore. Rivolgo una rapida occhiata al banchetto dei CD e non trovo ‘Excuses For Travellers’. Prima o poi lo risentirò battere come una tavola di Jumanji.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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