Nebula @ Nel Nome Del Rock [Palestrina, 1/Luglio/2006]

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Nel Nome Del Rock giorno secondo.
L’ormai consueto appuntamento con il festival alle porte prenestine di Roma ha raggiunto l’anno domini 17. E’ un sabato allegro, caldo ed eccitato. La truppa Nerds si muove alla volta del parco della cittadina in modo sparpagliato. Ma compatto. Ci sono i Nebula. Uno degli ultimi baluardi heavy psych in circolazione. Qui dove passarano i QOTSA (tragico anno quello del 1999) lasciano l’impronta indelebile anche i tre californiani. L’atmosfera è quella divertente di un’autentica sagra paesana. Alto numero di rappresentanti del metallo. I più sfigati esteticamente ostentano shirt dei Dream Theater. Popolazione vociante ma scanzonata. Colorata e assolutamente variegata. Come un misto creme con cialdone senza panna. Ragazze imbellettate. Quadrupedi frastornati. Panini salsicciati e hamburger all’amarena. Stand e collanine. Splendide shirt for women dei Nebula e odori dimenticati. Quando scendo i gradini della muraglia stanno portando avanti un’operazione di spacca meningi gli spagnoli Amon Ra (prima di loro i romani Sweet Sick). Musicalmente peggio di noi sta solo la Spagna. E si sente. La voglia di scrollarsi di dosso Ibiza, Sabrina Salerno e Sandy Marton è tanta, ma questi uomini in nero, sono degli pseudo ambasciatori del metallo made in Lemmy. Per fortuna c’è Aguirre che pasteggia un misto fritto blisterato in salsa paraflu. Quando gli iberici rovinano completamente “Ace Of Spades” dei Motorhead è la fine. Che viene salutata con corna al cielo e rutto amplificato.

L’aria si fa elettrica. Eddie Glass sembra uscito dalla celluloide di “Quasi Famosi”. Passa tranquillo nel parco diretto verso il backstage. L’ex Fu Manchu raggiunge il batterista Ruben Romano amico di sempre proprio in quella deflagrante formazione del sud della California. Il terzo uomo è Tom Davies che sembra il sosia di Ron Asheton degli Stooges per via del look che non ammette repliche. C’è leggermente meno gente rispetto a quei penisolani del cazzo. Evidentemente tira più un pelo di metallo che un power trio come pochi altri ce ne sono sul globo terracqueo. ATTENZIONE: Questa non è un’esagerazione giornalistica ad effetto! Quello che leggerete è la pura verità che racconta cosa è successo nelle seguenti due ore di assoluto dominio sonoro da parte del combo americano. Chiaro no? Supportano il nuovo lavoro “Apollo” nato sotto la produzione di Daniel Rey (Ramones, Misfits) e masterizzato da un volpone come Howie Weinberg (The Mars Volta, Franz Ferdinand). Dettagli. Quando salgono sul palco si ha la sensazione giusta. Il colpo alla testa che stordisce prima ancora di iniziare. Ti aspetti il massimo. Riceverai l’assoluto. Da tempo persi i Monster Magnet nella galassia stupefacente del non ritorno, sbiadito il ricordo dei desertici Kyuss, soprattutto grazie alla nuova vita di Josh Homme, inciampati nella non curanza discografica gli stoner gods Fu Manchu (ma sembra che stiano per tornare a cazzo dritto), essiccati al DIO sole della scarsa qualità gli Atomic Bitchwax e mai iniziati a carburare (di fatto) i progetti di John Garcia (Unida-Slo Burn-Hermano)… ecco che non è difficile affermare come i NEBULA siano – al momento – gli dei dell’Olimpo heavy psych stoner. La professionalità potremmo lasciarla come argomento per futuri dibattitti. Ma non possiamo sorvolare l’estremo impegno, la magia profusa e la maestria di un set che ha sbalordito. Per potenza e padronanza. In un piccolo paese, con gli odori della festa, davanti ad un pubblico mooolto mixato e con un nugulo di heavy metallers mai domi e danzanti sotto il palco per tutto lo show. Con questa scenografia hanno scritto il loro testamento musicale, il loro credo, un lascito per noi poveri ignoranti. Vengono saccheggiati tutti gli album della stellata carriera. Un crescendo di flutti psichedelici e wah wah spaziali. Romano è un basettone nella sala macchine. Un mostro di potenza che detta i tempi ai voli pindarici di un autentico fenomeno stoner: Eddie Glass. Bello, alto, magro, baffetto alla Dave Wyndorf ed un continuo amplesso di watt con la sua compagna d’armi. Non poteva mancare l’omaggio agli Stooges: “I Need Somebody” è la prima di tre cover che arricchiranno un set infinito che squarcia l’afa e la notte avanzante. “Jumpin’ Jack Flash” sembra uscita dalla loro penna e, quasi alla fine, la genuflessione con la stardustiana “Suffragette City” (nel 1971 fu offerta ai Mott The Hoople una versione demo con la quale Bowie cercava di risollevare le casse della grande band britannica… ci riuscì in seguito…, nda). Dopo oltre due ore escono anche per un bis chiamato da una voce oltretombale “NEBUUUUULAAAA”. Così si suona solo al cospetto di ZEUS. E’ tutto. Davvero tutto.

Emanuele Tamagnini

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