Nathan Fake @ Auditorium [Roma, 9/Novembre/2007]

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Se ancora non l’avete fatto, provate ad ascoltare ‘The Sky Was Pink’ e ‘You Are Here’, ‘Sweet Harmony’, ‘Long Sunny’ e ancora ‘Grandfathered’ di Nathan Fake. Non sarà difficile ritrovare le suggestioni sintetiche e morbidissime della prima ‘Ventolin’, di ‘Milk Man’ e ‘Boy Girl Song’, di quell’Aphex Twin che già dieci anni fa coccolava i nostri neuroni con virtuosismi sintetici e dolcissimo ci accompagnava nella dimensione affascinante della psichedelia elettronica calda e melodica, prima che la Brain Dance la infettasse col suo germe stridulo, duro, spezzato e cerebrale. A chi non bastano più (ma a stento riuscirò a crederci!) Mùm, Orbital e Boards Of Canada, per chi non smetterà mai di ascoltare ‘Helicon’ dei Mogwai e la versione acustica di ‘A Forest’ dei Cure, le cover in bossa dei Nouvelle Vague e i tormentoni dei Led Zeppelin. Chi ha sempre bisogno di deliziare la materia grigia con un beat elettronico che vada diretto al cuore, probabilmente sarà stato al Parco della Musica per ascoltare il live set del 22enne Nathan Fake. Cresciuto a pane e Warp, questo giovanissimo inglese, prodotto da James Golden, proprietario della Border Community, è già un degno rappresentante della scena elettronica internazionale, melodica e non solo.

Sul palco del Meet In Town, Nathan si è presentato assennato e, armato di laptop e controller midi, ha portato di nuovo a Roma un po’ dei suoi loop “giocattolosi” e a volte drammatici, melodie stratificate, vibrazioni di ritmiche allungate, casse e controtempi sempre dosati, efficacemente equilibrati per non uscire mai da una linea ritmica già rodata. Per questo la performance di Nathan, è risultata a tratti piatta, nonostante il suo talento indiscutibile e la puntualità nell’usare il controller, nel legare la ritmica col synth, nell’interromperla e farla ripartire. L’esibizione live non ha reso giustizia al giovane inglesino, quantomeno a quanto c’è di speciale nella sua produzione. Molte delle atmosfere evocative sono rimaste intrappolate nelle memorie rigide del laptop, casse e piattini spesso stridenti hanno rivendicato la radice fredda e minimale della musica elettronica. Chi voleva ballare lo ha fatto, chi si aspettava un’immersione totale nelle calde suggestioni electro-indie che lo contraddistinguono continuerà a farlo, assumendo la sua musica direttamente dentro le orecchie, col volume a palla per non rischiare di disperdere nemmeno un po’ delle atmosfere suggestive che Nathan Fake con la sua musica riesce ad evocare.

Raffaella Bordini

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