Nashville Pussy + Bionic + Turbo Ac's @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Maggio/2003]

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Li ho contati: 320 BPM, 9 facce sporche e un angelo. Hanno preso tutto, tutto quello che c’era da arraffare e se ne sono andati senza un cenno di saluto. L’hanno sempre voluto ed ora ne godono, finche possono e reggono, come bimbi in un calderone di magia e potere caldo, materno e per questo malvagio. Chi vi scrive ammette colpevole di aver fatto in tempo a perdere i primi banditi sul palco. Mi rifaccio subito raccontandovi però che i Turbo AC’s valgono lo scorno del sottoscritto e l’ultimo ‘Automatic’ non può mancare per nessuna ragione sul vostro pick-up d’ordinanza. Non c’è tempo o non ce n’è mai abbastanza tra voi e l’aggressione visivamente eccessiva, kitsch e scriteriata dell’urlo blasfemo della barba fulvia di Jonathan Cummins (ex Doughboys).

Si accanisce sullo strumento come un mastino sull’osso… mi avevano avvertito: sono i Bionic! Un’ora piena di musica crivellata di note al vetriolo mentre il silenzio appare così lontano da sembrare blasfemo e l’eccitazione da palco non si arresta neanche dopo il primo coito chiamato ‘Turn You Out’ in cui il rantolo urlato del singer crepita rabbia e furore quasi adolescenziale dalle viscere alcoliche e fumose del suo Io. Li ho visti guidare un pubblico dai bollori lenti e tiepidini alla vista del loro modo di disgregare le regole del rock per farne ciò che più li aggrada ed eccita perdutamente. Erano vestiti come dopo una giornata di lavoro in un mall di Montreal o una serata passata ad ubriacarsi di noia e tragedie quotidiane, mentre una sei corde ululava modulando note alla Kyuss e l’altra sommergeva una batteria nervosa e un basso essenziale con una piena di attriti distorti ma quadrati. Hanno proseguito contenti con ‘Nobody To Blame’ e ‘Little Mistake’ (sempre dall’ultimo, ottimo ‘Deliverance’) prima di abbracciare un simpatico nerd in prima fila, dedicare una canzone all’uomo della security e mostrare gagliardi il tatuaggio di un apribottiglie sul braccio. Acclamati in patria come discepoli di AC/DC e ZZ Top (forse qualcuno dovrebbe andare a vederli e sentirli i concerti invece di guardare le foto su internet) sono piuttosto la rielaborazione dei Motörhead, Gaza Strippers e certo punk scandinavo (Refused su tutti) non anestetizzato. Lasciano il palco forse un minuto prima di stancare anche senza scatenare malinconie immediate per ciò che è stato da poco; ma come pretendere altrimenti se on stage stanno per salire i Nashville Pussy. Come fare a macinare sesso e suonare musica allo stesso modo? solo avendo sul palco una tranquilla mogliettina come Ruyter Suys e un repertorio immensamente rock ‘n roll come quello che gocciola da dischi come ‘High As Hell’.

Chissà come brucia essere un Nashville Pussy; quando sei parte integrante di un circo Barnum e porti avanti il tuo ruolo con decisione anche quando vorresti lasciarti andare a qualcosa di più genuino. C’è la domatrice di leoni (che però mangia gli uomini) inguainata fino a scoppiare, la lolita angelica e perversa che gioca col fuoco (ok, non empiricamente come la sua predecessora Corey Parks), il grasso Direttore della baracca e l’oscuro quanto indispensabile operaio che batte il tempo sul tamburo. Tutto deve andare alla perfezione e, cascasse il mondo, ci va eccome! È più di un lustro che il luna park viaggia per il mondo e da altrettanto tempo i numeri si succedono l’un l’altro nello stesso identico ordine e modo. C’è la fellatio alla bottiglia di birra, la t-shirt alzata a metà concerto e c’è pure lo spogliarello della domatrice di uomini; così rassicurante da restare davvero delusi se per una sera si fosse costretti a doverne fare a meno. Tutto molto bello e gustoso, perfetto e grottesco, eccessivo e grandioso. In una parola: americano. Siamo nella “vecchia” Europa nell’anno del Signore 2003 e certe trovate le può trovare eccessive lo zio Tom; qui da noi hanno solo il gusto dell’esotico e del finto proibito esattamente come quei filmetti americani finto erotici di venti e passa anni fa. Musicalmente lo psychobilly estremo proposto è efficace quanto adrenalinico e ci si perde nell’atmosfera grandguignolesca del gioco alla provocazione alla Rev. Horton Heat alla quale viene sommata una cospicua dose di sensualità donata dalla nuova bassista Katielyn Campbell e dall’eccesso schizoide della proprietaria del circo. A farla da padrone è, come previsto, l’ottimo ‘Say Something Nasty’ da cui estrapolano ‘You Give Drugs A Bad Name’ e ‘Keep On Fuckin’, titoli che da soli esprimono l’ambito giocoso di cui sopra. Su tutti svetta una impressionante Ruyter Suys il cui chitarrismo sporco e maschio aleggia una spanna sul resto dell’allegra comitiva con le sue pennellate crude e ruvide di blues ubriaco e ostile. A tratti sembra di sentire quella faccia d’America tratteggiataci dalle L7 con qualche innesto di Rob Zombie e Ramones in acido. Insomma, roba per palati fini e feste parrocchiali. ‘Go Motherfucker Go’ sembra essere stata scritta per sfogare antichi istinti mentre ‘Shot Down In Flames’ riporta tutto al proprio posto con la celebrazione dell’eterno combo australiano che tutti conoscono (AC/DC per i ritardatari). Inutile negarlo: laddove il songwriting langue spicca la presenza scenica indiavolata della band anche se fa un certo effetto sapere di una Suys in lacrime subito dopo il concerto di Firenze di qualche giorno prima quando un tizio un po’ focoso le ha quasi strappato le mutandine. Qui se ne va ancora su di giri; compie il suo lavoro, si denuda quel poco che basta da farci capire che l’età avanza per tutti e se ne va infilandosi di nuovo gli stivali. Li hanno visti mentre lasciavano il locale, in silenzio salivano sull’enorme tour bus bianco e senza dire niente a nessuno catturavano il sonno dei giusti in attesa di riaprire gli occhi un po’ più a nord nell’emisfero per un’altra giornata da rockers. Stesso spettacolo, stessi trucchi e stesse trovate confezionate con professionalità e un senso di politically correct anche nel mostrare pose lascive uguali in tutto il mondo. Arrivederci a quando avremo voglia di conferme; ora come ora ne abbiamo già troppe e tendiamo a scoprirne di nuove. It’s only rock ‘n roll but I like it. Or not?

Alex Franquelli

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