Napalm Death @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Maggio/2008]

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E anche questa è fatta. Ripenso a quel giorno di 20 anni fa quando, seduto sul water in casa del mio migliore amico a Vienna, appena uscito gli chiesi perché mandasse sempre avanti il disco e non ascoltasse le canzoni fino alla fine. Attraverso la porta di un bagno austroungarico, mentre mi liberavo probabilmente dei cataboliti di una sacher o di una padellata di crauti, era la prima volta che ascoltavo ‘Scum’. In quanto bambino metallaro mi venne da ridere e giudicai i Napalm Death inascoltabili, ma c’era qualcosa che non me li faceva detestare del tutto e ogni tanto la cassettina la mettevo, magari di nascosto. Ed eccoci qua, alla soglia dei miei primi e ultimi 40 anni, ancora a muovere il piedino o la testolina ormai pelata a tempo di tripla cassa. Se la regola del recensore è scrivere il report mentre le orecchie ancora fischiano, ho scoperto oggi di essere fortunato, perché il sibilo provocato da concerti come quello di ieri durano almeno fino al giorno dopo e così ho più tempo degli altri. Vediamo il film della serata. Le scene girate in esterno seguono il solito copione: ingoiare birra e osservare la sfilata delle maschere di carnevale. Alle dieci così poca gente? Macché, sta tutta dentro a sentire i gruppetti che aprono il concerto. Saranno bravi? Boh, mi dispiace per loro ma devo risparmiare le orecchie e le ghiandole sudoripare per dopo, meglio restare fuori. “Ehi ma questi sono i Suffocation!”, entriamo va’. Anche questa sera l’odore di metallaro è inconfondibile: il solito mélange di cuoio o finta pelle, ascella salmistrata e cuoio capelluto seborroico (cuoio è la parola più bella da scrivere con la tastiera). Ma me lo dimentico subito o mi ci abituo, perché sul palco è scoppiata la guerra. Se vi siete chiesti cos’è il brutal death metal non potrete mai più saperlo se ieri avete preferito restare a casa a vedere “Capri” su Raiuno, perché i Suffocation sono la sua essenza e mi dispiace ma ve li siete persi. La sala è strapiena e fa il solito caldo infernale del Circolo. Un’ora di devastazione pura, precisione tecnica e suono impeccabile. Il nerissimo afroamericano e il capellone bianco grattugiano centinaia di riffoni di chitarra e ti sembra di stare fra due ringo boys che si danno il cinque con la tua faccia in mezzo. Carine le armonizzazioni. Senti le due grancasse, quasi indistinguibili per la velocità, che ti fanno vibrare anche il midollo osseo. E che bello sentire così tanti tempi dispari anche dagli ultrametallari. Davvero mostruoso. Ah, è nero anche lui, del resto… hanno il ritmo nel sangue. Ma perché il metal non è un genere tipicamente multietnico? Boh. Il cantante è un simpatico nano pelato con le braccia tatuate. Ma che c’entra ‘sto tipo col brutal? Poi inizia a dispensare grugniti dal profondo dell’esofago e gli chiedo scusa per aver avuto il dubbio. Il basso è suonato come una viola da gamba ma solo per la posizione. Poveri muri di tufo, non reggeranno a lungo. Ecco è finita, usciamo fuori.

Rientriamo che ora cominciano i Napalm Death. C’è più gente di prima, sarà uscita dai tombini. Si scatena il delirio. Il gruppo è davvero brutto da guardare. Però che allegria, che ironia, che coinvolgimento, che anarchia. Sì, suonano benino e si sentono bene, ma diciamo che la precisione tecnica non è prioritaria nel grindcore. Però trascinano eccome questi giovincelli di Birmingham. A proposito, sapete cos’è il grindcore? Allora, prima abbiamo visto un gruppo di metallari, ora no. Il grind deriva dal punk. L’impatto sonoro comune è solo un fenomeno di convergenza evolutiva, ma l’orecchio attento li distingue bene. Insomma, dalla violenza pura si passa alla violenza politica. Violenza per modo di dire, solo in senso strettamente artistico. Ma nei temi affrontati i Napalm Death non perdono occasione da più di 20 anni per scagliarsi a favore dell’ambiente, contro l’imperialismo, contro le guerre ecc. Ammetto di non seguire i loro dischi da tempo, ma ogni tanto riconosco i pezzi presi dai primi due, sia per i titoli che per la durata: si alternano brani nuovi e vecchi. ‘It’s A M.A.N.S World’, ‘From Enslavement To Obliteration’, ‘Scum’, ‘Siege Of Power’, alcune delle quali “mai suonate prima” a detta del cantante. Immancabile il capolavoro ‘You Suffer’, la canzone più corta del mondo, un secondo e 316 millesimi. Per finire, bis con quattro pezzi, fra cui ‘Nazi Punks Fuck Off’ dei Dead Kennedys quasi irriconoscibile, annunciata con un rabbioso “Nazi, fuck off!” del buon Barney. Simpatica la partecipazione del vocalist dei Suffocation ricomparso sul palco per regalare due ruggiti anche ai Napalm Death durante la loro esibizione. Veramente difficile stare fermi, ho invidiato chi stava sotto al palco. Fa sempre piacere sorridere e muoversi a un concerto. E’ valsa la pena, le vecchie glorie a volte non deludono. Solo a volte però.

Simone Serra

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