Nadàr Solo @ Astoria [Torino, 27/Febbraio/2013]

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Che cosa hanno in comune Pier Ferdinando Casini, Matteo De Simone, Gianfranco Fini ed Andrea Appino? Sono tutti quanti fuori dal parlamento e a spasso per l’Italia? Ci siamo quasi, ma la verità è che sono vittime dell’endorsment. C’è chi è stato azzerato nel panorama politico da un burocrate bocconiano, c’è invece chi si affida e si fa supportare, vuoi nel suo debutto o vuoi nel raggiungere la propria affermazione, dalle due anime compositive di quella “gioiosa macchina da guerra” rock che è Il Teatro Degli Orrori. Nello specifico, Favero si è concretamente impegnato nella produzione del primo disco di Appino e lo supporterà sul palco nel tour che a breve partirà, portandosi con se dal Teatro il grande Franz Valente. Capovilla invece in questi giorni segue nei primi concerti in giro per l’Italia una sua scoperta, che è anche il vero e proprio argomento di cui dovrei parlare, l’emergente band torinese Nadàr Solo. Il gruppo è un potente terzetto basso, chitarra, batteria e sono in ordine: Matteo De Simone, Federico Putilli e Alessio Sanfilippo. Matteo è anche la voce del gruppo e quello che scrive la maggior parte dei testi, coadiuvato fugacemente dal Putilli, tutti e tre insieme firmano la musica. Capovilla entra nelle vite dei tre quando, per l’ultimo disco del Teatro, ‘Il mondo nuovo’, riprende tematiche e si fa assorbire dalle ambientazioni del libro ‘Denti Guasti’.
Ad un primo sguardo, i Nadàr sembrerebbero non entrarci in tutto questo ma così non è dato che l’autore del suddetto libro altri non è che il cantante del gruppo, che comincia così una amicizia col suo collega con il quale condividerà inizialmente il palco per alcuni recital, lo vorrà con se nel brano e poi video del primo singolo del nuovo album e, per finire lo porterà assieme nelle prime date del tour di lancio del loro terzo album ‘Diversamente, come?’.

Ha così inizio il tour, e da dove poteva partire se non dalla città che vide crescere i tre componenti ? E’ così è stato, per il 27 febbraio la scelta è ricaduta sul piccolo locale Astoria nel quartiere San Salvario di Torino, lo stesso che diede i natali anche all’illustre e fittiziamente laureato Oscar Giannino. Dicevamo che in quella data alle 22 era previsto il concerto, visto da fuori il locale non sembrava capace di poter ospitare un tale evento, date le fattezze da inequivocabile birreria, ma entrando si scorgeva un sottoscala che portava ad un oscura porta, anticamera della sala concerti. Pagato quel che si doveva e arraffata una copia del disco, ci si addentrava oltre la porta e quel che si scorgeva era un piccolo, oscuro e affollato sottoscala 12 metri per 5 che si sforzava di contenerci. 
Dato il ritardo nell’iniziare e la calura che sprigionavano quei corpi ammassati, ci si decise a riprendere fiato fuori e non ci si ha neanche il tempo di accendere una sigaretta che si scorge il caro Capovilla, un po’ in disparte a parlottare amabilmente con persone della sua età. Quale sollievo nel suo sguardo si intravede, nel non doversi divincolare tra ragazzine urlanti, e il non doversi sobbarcare tutte le attenzioni. Lui lì è solo un ospite e le persone che gli parlano e lo circondano altro non sono che i parenti e amici della band che lo ringraziano e lo intrattengono, ma non per molto, arriva il segnale che si sta per partire quindi tutti giù negli inferi sperando che questi tre diavoli ci sappiano intrattenere. 
Sono le 22 e 45 quando tutto ha inizio e fino a mezzanotte i tre si daranno un gran da fare nel portare sul palco tutto o quasi il nuovo album, una piccola valigia immaginaria contenente qualche vecchio pezzo e sul finire un omaggio al loro ospite con annessa esecuzione del singolo.
 Il gruppo fin da subito, cerca di dettare i tempi della serata, incalzando gli spettatori con un ritmo di esecuzione rapido e senza fronzoli, così le prime tre canzoni vengono bevute quasi tutte d’un fiato, per concluderle e incorniciarle con una breve jam in chiusura.
 La musica che i Nadàr Solo propongono non ha delle venature molto originali, specie se confrontati col panorama internazionale, ma inseriti nel contesto italico riescono a farsi notare e non solo per la penuria di formazioni rock in trio. Se volessimo inserirli in un panorama musicale e temporale, potremmo vederli bene sul finire degli anni ’90, con il loro personale post-math-rock senza vene blues ma con rapidi cambi di ritmo e riff abbastanza semplici e di facile presa. La voce e il modo cantare di De Simone è piuttosto singolare dato che è dotato di una voce molto alta e poco avvezza al cambio d’abito, ricorda un Ivan Graziani incazzato e fossilizzato negli anni ’00 e un Marco Cecioni del primo Balletto di Bronzo che ha ancora qualcosa da dire e voglia di farsi capire dalla sua generazione.
 Finita la jam il concerto continua seguendo non fedelemente le tracce del disco quindi ci lasciano ascoltare ‘Maggio giugno luglio’ , ‘Le ali’, ‘Tra le piume’ e per finire e chiudere il cerchio ci regalano una versione acustica di ‘Perso’ che si conclude col siparietto del cantante che manda gentilmente a fanculo il pubblico in risposta al simpatico: “VAI APPINOOOOO”.

Da questa chiusa si riparte con l’ingresso della special guest che, salendo nell’ombra, viene accolto dalle violente note di ‘This Man in Me’ dei One Dimensional Man, brano scelto dai ragazzi per omaggiare i trascorsi indie del suo ospite, dopo questi due minuti di violenza tutto tace e comincia l’arpeggio de ‘Il vento’ e da allora tutto “non soffia più, non muove niente”, i quattro si divertono a svelarci il loro singolo giocando un po’ con la coda della canzone, ma sono solo pochi minuti e il frontman del Teatro saluta tutti e va via.
 Da questo punto il concerto si avvia alla dirittura finale, tempo per altre due o tre canzoni e tra queste spicca certamente ‘I tuoi orecchini’ e il discorso introduttivo del suo autore che qui vi riporto: “Donne: nel lasciare il vostro fidanzato in tempo di crisi, non dimenticate di portar via con voi tutti i preziosi: anelli, collane, spillette della nonna, orecchini. Tenete presente che abbandonate un uomo dal reddito instabile in una città piena zeppa di ‘Compro Oro'”. 
Un’ultima canzone di commiato, con annesso smontamento della batteria in simil stile Shellac, e tutto si spegne tra i saluti, il loro pubblico li ringrazia per gli 80 minuti di concerto offerto e la band ringrazia i 187 paganti (vero record dato il locale mutuato dal garage micro-machine).
 Se serve una personale retrospettiva dell’evento non mi tiro indietro, i Nadàr Solo sono una buona realtà musicale, benchè siano al terzo album posseggono già una buona struttura testuale nei loro pezzi, tuttavia non ben supportata musicalmente dato che risultano ancora poco originali su quel versante. Lo stesso si può dire delle possibilità vocali di De Simone che poco variano, da canzone in canzone, e che o piacciono o ti lasciano indifferenti, la chitarra di Putilli è modestamente tagliente nelle parti effettate e troppo sporca ed imprecisa nelle versioni acustiche, la batteria di Sanfilippo regge invece bene l’urto e da spesso delle bordate di energia sullo stile Franz Valente ma con passaggi e scambi molto più semplici e ordinati. La band è quindi da tenere d’occhio dato che potrebbero sia sfornare il loro capolavoro (con ‘Diversamente come?’ ancora non ci siamo del tutto) sia tornare nel dimenticatoio, ma è qualcosa che non gli auguro e che a conti fatti, in un mondo di Marco Mengoni et similia, non meritano.

Gerri J. Iuvara

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