Nada Surf @ Teatro Quirinetta [Roma, 30/Ottobre/2016]

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Nella nostra educazione musicale ci sono band che hanno vissuto un ruolo fondamentale, accompagnato più di altre le nostre giornate, ci hanno fatto sentire cool per essere tra i pochi possessori di un segreto ben custodito. Nell’ondata di artisti che ci hanno fatto passare dall’essere meri consumatori di musica da banco ad assetati indagatori di quella di nicchia, ci sono un manipolo di gruppi che, prima o dopo, siamo riusciti a sentire live, donando il giusto tributo a chi tanta compagnia ci ha fatto nel traffico, in camera, durante la lettura di un libro, un viaggio in solitaria, persino nella Cripta dei Frati Cappuccini di Via Veneto, dove, una volta entrati, la nostra accompagnatrice ci mise gli auricolari per farci ascoltare dal suo iPod ‘See These Bones’, brano che proprio i Nada Surf composero dopo aver visitato il museo che per due giorni ci ha tolto la fame e per due notti il sonno. Dopo esserci ripresi dallo shock di vedere che nel cuore di Roma, sulla via della Dolce Vita e dei Grand Hotel, c’era un posto in cui i teschi dei frati venivano usati come meri ornamenti, ci è rimasto nel cuore il gesto di quella ragazza e la fissa per quella canzone, che oltre ad essere suggestiva, era anche molto orecchiabile. I Nada Surf li conoscevamo già dai tempi di ‘Let Go’, quando un amico approfittò di un nostro viaggio in terra d’Albione per spedirci un sms con una lista di dischi che voleva tanto possedere, ma che in Italia non riusciva a trovare. Praticamente ogni nome di quella lista è poi entrato, se già non c’era, nelle nostre grazie, e, come detto, è poi arrivato il momento in cui si è assistito a un concerto di tutti quegli artisti, o quasi. Questa band newyorkese a Roma proprio non voleva venire a suonare, ed era ironico che avessero composto una canzone dedicata a un museo della nostra città senza averci mai suonato. Si trattava solo di attendere con pazienza, seduti sulla sponda del fiume, che i corpi dei nostri amici apparissero dinanzi a noi, e cogliere l’occasione di andarli a salutare senza velleità di vendetta, ma riservandogli i meritati onori.

L’errata comunicazione, sui canali ufficiali, dell’orario d’inizio del live del fu teatro, ora sala concerti, porta molte persone ad arrivare in forte ritardo, visto lo scarso appeal dell’opening act e del fatto che se a Roma si dice che una band salirà sul palco alle 23, nel migliore dei casi inizierà a suonare dieci minuti dopo, non di certo alle 22.41, orario in cui la band americana apre con ‘Hi-Speed Soul’. La fortuna vuole che per puro caso ci troviamo davanti al Quirinetta con un anticipo tale da decidere di scendere le scale molto prima rispetto alle nostre abitudini, ma amici e sconosciuti non crederanno ai loro occhi, una volta giunti nella sala concerti. Nonostante una vita (felina) passata in trio, i Nada Surf hanno deciso di aprirsi all’esterno, con l’innesto di un quarto elemento, il secondo chitarrista Doug Gillard, che ha partecipato alle registrazione del nuovo album, uscito proprio quest’anno, il delizioso, come da condivisa recensione de Il Giudice Talebano, ’You Know Who You Are’. Sul palco non c’è però traccia di questo nuovo membro, ma solo dello storico trio composto dalla guida, cantante e compositore Matthew Caws, il bassista Daniel Lorca, coi suoi rasta contrapposti ad un volto da impiegato del catasto e il batterista Ira Elliot, un nome che fa pensare alla rabbia o all’ esercito repubblicano irlandese, ma che in realtà è semplicemente in uso tra chi è di origine ebraica. Il gruppo indie rock propone, dichiarandolo, una scaletta in equilibrio tra pezzi vecchi e nuovi, ma a differenza delle altre band cult dalle quali si attendono solo i classici e si passa la durata dei brani più recenti ad allacciarsi le scarpe, andare in bagno, vedere su Livescore quanto sta facendo chi gioca nel posticipo serale del campionato, qui l’attenzione riesce a mantenersi alta, così come il coinvolgimento. Nonostante la proverbiale tristezza delle liriche, il sound resta catchy e fa scuotere le teste ai presenti per la quasi totalità della scaletta. Un gruppetto di fan che si assesta nella parte centrale delle prime file è così coinvolto da esprimere il proprio tumulto interiore saltando e pogando, persino durante i pezzi più lenti. Lo stesso Caws, nel mezzo di un suo racconto viene interrotto da qualcuno che verso metà concerto gli urla di tornare presto a Roma. Ci torna in mente la frase di Dente ‘Mi manchi quando sei con me’, per esprimere il sentimento che attanaglia chi non sa godersi quello che sta vivendo per paura di non averlo mai più. ‘Cold To See Clear’ e ‘Believe You’re Mine’ sono i brani nuovi di pacca che si ergono a futuri classici, mentre i più apprezzati dai presenti, tra quelli del passato, saranno gli estratti da ‘Let Go’, album che in molti acquisteranno a fine live o si faranno autografare dal disponibile Matthew Caws, un po’ distante sul palco, ma gentile e per nulla frettoloso a margine del concerto. C’è molto entusiasmo, e nonostante la sala sia piena solo per metà, quei pochi si godono l’evento atteso per anni. Il primo encore, durato quattro brani, avrà la sua vetta nel primo successo ‘Popular’, tratto dall’esordio sulla lunga distanza ‘High/Low’ e risalente al 1995. È una presa in giro degli adolescenti, sui quali ha fatto breccia, in maniera del tutto ovvia. La chiusura dell’intero live è affidata al secondo e ultimo encore, un solo brano, la versione acustica, cantata senza microfoni, di ‘Blizzard of ’77’, primo brano di ‘Let Go’, il disco che li ha portati ad essere conosciuti se non presso il grande pubblico, almeno da quella nicchia che si sarebbe affezionata a loro e non li avrebbe traditi con l’avanzare degli anni, visto che stempiature, chieriche e capelli bianchi sono in vista su buona parte dei presenti, poco disposti a indietreggiare davanti alla propria passione, così come la band che continuano a tenere su un palmo e che finalmente non avrà più la macchia di essere assente ingiustificata sui palchi di una città che gli ha ispirato uno dei suoi pezzi più significativi.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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