Nada + Joan As Police Woman @ Casa del Jazz [Roma, 5/Luglio/2011]

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Serata al femminile per terminare la cinque giorni del Soluzioni Semplici Festival. Per le tre delle cinque serate che ho avuto il piacere di testimoniare credo che il bilancio sia largamente positivo, la location è incantevole e si spera che il comune di Roma la conceda anche per altre manifestazioni extra-jazz e magari anche oltre mezzanotte visto che la prima abitazione è a chilometri di distanza dal palco. In questo martedì che sa d’erba bagnata dal temporale mattiniero, sullo sfondo campeggia gigante la Vamp che Nada ha dipinto sulla copertina del suo disco, mentre arriva a Roma Joan Wasser, ex musa di Jeff Buckey che, dopo aver suonato con una manciata di miti della musica, si è messa in “proprio” come Joan As Police Woman circa un lustro fa, e presenta per tutta l’Europa il terzo suadente lavoro ‘The Deep Field’. Sale sul palco alle 21.20 ed è, come gli altri due musicisti, completamente vestita di bianco (anche se i pantaloni di pelle non saranno una scelta saggia), accompagnata da una formazione essenziale con un giovane batterista e un giovane tastierista (che si destreggia tra un moog e un nord stage che suona molto Motown record). La resa live non è paragonabile a quella su disco, purtroppo, una produzione mainstream troppo patinata per essere riprodotta fedelmente con questi mezzi a disposizione, però la signora Wasser si fa apprezzare per la maturità dei suoi 40 anni, è sorridente e divertita passa (alle volte con piccoli problemi tecnologici che le creano un po’ di imbarazzo) dal tastierone nord stage alla chitarra elettrica Telecaster. Ha un asta con montati due microfoni (uno pulito e uno distorto) e su entrambi c’è una buona dose di vocoder a mischiare le carte in tavola, il vocoder viene usato anche dagli altri due bianco-vestiti, ed una piccola conferma al fatto che ultimamente in USA va di moda filtrare la voce. Le canzoni sono eleganti, a tratti anche lente, con l’andamento giusto per gli apertivi alla moda. Joan prova a dire qualche parola in uno stentatissimo italiano, dice che si sentono fortunatissimi a fare nove date in Italia nel mese di luglio, che questa le sembra una notte perfetta, che questa città è uno dei posti che preferisce al mondo: ruffiana! Finisce in crescendo con ‘Nervous’, termina la sua seconda tazza di thè in un’ora, tira ancora su un paio di volte col naso e esce sui suoi zatteroni argentati. Nonostante tutto bel concerto.

La Casa del Jazz si è popolata, e offre un discreto colpo d’occhio quando sul palco si presentano Andrea Appino (degli Zen Circus) e Nada Malanima. Chitarra lui, voce lei per la prima canzone: ‘Guardami negli occhi’, brano che la cantautrice toscana presentò a Sanremo nel 1999 e avviò questa nuova fase indipendente e matura della sua carriera. La gente per questo inizio di concerto è ancora seduta sull’erba, e nessuno ha il coraggio di alzarsi in piedi quando entra il resto della band, gli altri due Zen Circus – Ufo al basso e Karim alla batteria -, più un jolly in grado di fare la seconda chitarra e le tastiere come Francesco Motta (dei Criminal Jokers). I cinque toscani propongono come secondo brano ‘Tutto a posto’ e Nada sembra una bambina capricciosa che agita i pugni mentre ripete: “… su una tazza di caffè… su una tazza di caffè”. Alla terza canzone si comincia ad ascoltare il nuovo ‘Vamp’ con ‘Febbre della Sera’, il ritornello “Luna non andar via, luna amica mia” ci fa ricordare gli anni ’60 perché Nada si muove come i facevano i ragazzi del Piper (lo so perché vedo i documentari delle teche Rai, quelli in bianco e nero.) Il pulcino di Gabbro è coinvolgente, 58 anni cazzo, 42 dei quali passati su un palco, eppure prima che la gente si alzi e si scateni un po’ devono passare altre tre canzoni: ‘La canzone per dormire’, ‘Chiodi’ e, lanciata da un monologo in cui Nada da convincente prova d’attrice, ‘Piantagioni di ossa’. Si ricorre quindi, per dare una svolta al troppo educato pubblico romano all’evergreen: ‘Amore Disperato’ che in questa versione suona tipo la cover dei Super B. L’estate 1983, ma forse l’intera decade degli anni ’80, segnata per sempre da questi 3 minuti e mezzo che ancora oggi vengono ballati da almeno quattro generazioni, le stesse che si ritrovano a ballarla ora che viene “punkeggiata” live. Nada ringrazia la band per il bel tiro rock, dicendo: “GLI ZEN CIRCUS” con lo stesso piglio con cui si presenta la gente a Sanremo, Appino si avvicina al microfono sorride, e dice: “Tempo fa con Nada abbiamo scritto una canzone che fa cosi…” quindi parte ‘Vuoti a Perdere’ tratto dall’ultimo disco del trio pisano (‘Andate tutti affanculo’, a mio avviso uno dei migliori dischi italiani del 2009). Si torna alla promozione di ‘Vamp’ con ‘L’elettricità’ per poi prendere la macchina del tempo e tornare nell’anno millenovecentosessantanove quando Migliacci l’affiancò ai Rokes (già campioni d’incasso tre anni prima con ‘Ma che colpa abbiamo noi’) per ‘Ma che freddo fà’: “ci sono canzoni che ti rimangono addosso”, dice malinconica nel presentarla, “e anche se tu provi in tutti i modi a staccarti, loro restano li, e alla fine finisci anche col volergli bene”“Cos’è la vita senza l’amore? E’ solo un albero che foglie non ha più, e s’alza un vento, un vento freddo, come le foglie le speranze butta giù, cos’è la vita se manchi tu”. E’ un grido unisono di centinaia di persone, d’altronde (confessate!) la stavate cantando anche voi ora. Migliacci-Mattone le fanno guadagnare l’immortalità a 16 anni! (tranquilli… ‘Il cuore è uno zingaro’ non l’ha fatta stasera). Come si torna credibili dopo la canzonetta? Semplice, buttando sul piatto una tonnellata di malinconia; racconto della storia d’amore con “un uomo meraviglioso: un poeta”. La band esce, parte la base, non riesci a pensare sarcasticamente “ma-che-siamo-in-televisione-che-è-sta-base?” perché la poesia di Piero Ciampi è più grande del tuo becero sense of humor. Nada interpreta, seria seria, ‘Nel porto di Livorno’ canzone che come tutto il disco del 1973 ‘Ho scoperto che esisto anch’io’ Piero scrisse sul suo amore per Nada. Resta discutibile la “maschilizzazione” del protagonista della canzone visto che Ciampi cantava riferendosi a Nada: “Era la dolce figlia di un’uomo solitario…”, lei invece stasera canta “Era il dolce figlio di un’uomo solitario…” chissà perché.

Rientra la band per ‘Stagioni’ poi, stra-ballata, la marcetta ‘Il comandante perfetto’ per terminare con una carichissima versione di ‘Luna in piena’; Appino si muove come Joe Strummer, ha dei pantaloni strettissimi e sulla maglietta giallina la ragazza che fuma sulla copertina di ‘Green Mind’ dei Dinosaur Jr. Ma la scena, non c’è verso, è magnetizzata da Nada che fa “down down down down down down down down …” il suo gesticolare può rimandare sia a Nancy Sinatra, che a Kate Bush, però non si risparmia mai, per tutta l’ora di questo primo set di concerto, dà l’impressione di essere vera, sia quando è forte che quando si mostra vulnerabile, mi piace pensare che sia lei a 58 anni la versione spaghetti western dell’immortalità live di Iggy Pop (ovviamente con le dovute proporzioni come quelle che ci sono tra Detroit e Livorno). Rientra tra gli applausi, anche stavolta accompagnata solo dal chitarrista degli Zen Circus che si siede a terra sul palco a gambe incrociate, con una semiacustica, per accompagnarla nella sua Enjoy-the-silence ‘Senza un perché’ giustificata dice Nada “dall’amore per le persone che parlano poco”, nel finale di canzone entra anche il resto della band, che poi per finire in bellezza suona ‘Ti stringerò’ la prima per cui scrisse le parole, nel 1982, in pieno revival anni ’60 (l’arrangiamento e la melodia ricordano da vicino ‘Mai le dirò’ dei Giganti), basti pensare a Ivan Cattaneo che l’anno prima aveva spopolato con la sua versione di ‘Una zebra a pois’, questo finale è anche il pretesto per la band di fare del rock’n’roll con una chitarra rossa (usata solo in quest’ultima canzone) e un assolo ispirato a Chuck Berry che Appino regala nel finale. Gli Zen Circus in quest’ora e venti, sono apparsi più rilassati che nei loro concerti, anche ragionando sulla diversa velocità dei brani, ma anche perché questa signora della musica italiana, crediamo, gli starà insegnando alcune cose, sperando che anche loro tra 40 anni possano insegnarle a qualche nuova leva toscana.

Giovanni Cerro

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