My Honey Night @ Traffic [Roma, 11/Gennaio/2008]

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Era iniziato tutto nel pomeriggio. Tra l’umidità delle vie ciancianti che conducono al cuore del “corso”. In una di quelle traverse meno rumorose. Un lungo corridoio anticamera di un punto vendita Subdued. La Via Laurina delle gallerie d’arte. Dell’edicola della Madonna di Campo Marzio. Di un negozio ritrovo giovanile. All’interno della calda sala attutita acusticamente dall’abbigliamento d’inverno. Tra disponibili commesse e pile di confortevoli maglioni. Tra riflessi di lunghi specchi e mobilio pastello. In questo ambiente familiare è previsto il “Tea Time” a base di showcase acustico dei ferraresi The Calorifer Is Very Hot! e di assortite, coloratissime, prelibatezze handmade realizzate dall’ingegno acuto e rigorosamente pop dei ragazzi di Lenti Eventi. La solita mirabile cura dei dettagli. Quasi contemporaneamente alla Città dell’altra economia, allo Spazio Boario di Testaccio, si tiene la conferenza stampa dell’etichetta protagonista – My Honey Records – con l’esibizione minimale della piccola, paffuta norvegese Soda Fountain Rag. Un ideale anello di congiunzione per un lavoro di comunicazione stratificato a livelli chiuso dall’intervista radiofonica dei quattro Nastro negli studi tiburtini di Radio Città Aperta.

Era iniziato, così, tutto nel pomeriggio. Tra il traffico da nevrosi congestionato del Lungo Tevere e i varchi non attivi della Roma testaccina. Tra una sintonizzazione ed un sorriso. Tra l’argento plasticato dell’adesivo tagliato in sei lettere ed il sapore dolciastro infuso nell’aria circostante. Tra amplificatori e strumenti accatastati alla meglio e involucri termici di forma quadrotta per mantenere fragrante pizza alla pala di natura varia. Ed il Traffic è luogo ideale per una serata siffatta. Lo sanno anche le persone che a poco a poco riempiranno il club, compresa una folta rappresentanza nerdica in formazione finale ad ottetto, tutte curiose e spinte da questo nuovo evento che raccoglie, avvicina, scalda e diverte. La sala underground è pronta. Un telo bianco fa da sfondo per le spassosissime proiezioni animate che accompagneranno gli artisti My Honey, un paio di tavolini testimoniano l’allegria dei dolci di cui sopra, un altro sostiente l’esposizione del merchaindising discografico dell’etichetta bresciana, mentre i Nastro attendono solo l’arrivo del cantante. Quando la sala è ormai piena e notiamo con piacere la folta presenza di “nuove” facce mischiate a qualche solita e a qualche insolita, le luci si spengono e virano verso il quartetto romano.

I Nastro si portano appresso un importante passaparola. Poche esibizioni in un anno circa di vita hanno costituito, loro malgrado, un’aura tutt’attorno di mistica curiosità. Molta della gente convenuta lo sa. Prendete allora alcuni ingredienti fondamentali per poter comprendere il coinvolgente sound della band. Vi serviranno: la giacca grigia con il bavero alzato di James Chance, la maschera irriverente del suo volto, il contagioso incedere del punk funk dei Liquid Liquid, l’elettronica depravata dei Suicide, i colori eccessivi del synthpop anni ’80, una cartolina d’insieme rubata alla follia dei Gaznevada. Una volta frullato tutto ciò non rimarrete delusi. Garantito. Ed è proprio l’alchimia perfetta che fa si che i Nastro possano, a breve, diventare una delle attrazioni più “pesanti” dell’underground romano. A tratti folgoranti. A tratti cerebrali. Circoletto rosso.

C’è bella gente. Molta del “settore”. Molte ragazze. Alcune sorprendentemente danzanti. C’è un calcio balilla al piano superiore che aspetta solo che la squadra nerdica prenda possesso del territorio circostante. C’è sete. C’è stato il pericolo di un rombo per due. C’è ancora un attimo prima che la piccola norvegese Soda Fountain Rag (all’anagrafe di Bergen Ragnhild Hogstad Jordahl) salga sul palco sistemandosi in piedi dietro alla batteria. Accompagnata da una bassista (Nickolai Nilsen) e da un chitarrista (Anders Kaasen, anche produttore) sistemati ai suoi lati. A supporto l’album ‘Sometimes I Wonder If You Have A Heart’ e il recente EP I Love You che avranno un discreto successo di vendite all’interno della serata. In fondo è power pop. Vivacissimo set con chiarissimi richiami al twee pop britannico della seconda metà degli anni ’80 (avete presente le armonie dei Talulah Gosh?). Edulcorato dall’atmosfera casalinga registrata su disco ottico (meglio), più diretto (meglio ancora), senza fronzoli e ghirigori (meglissimo). La gente applaude. Si muove. China il capo in avanti e poi subito all’indietro. Prima che la brunetta termini lo show ci sono già alcuni avventori pronti a sposare la causa My Honey acquistando la coppia di dischi (si staglia nel buio anche una chioma biondastra che verrà identificata in seguito come quella del nostro Natale tutto l’anno). In bocca qualche dolcetto pomeridiano spiralato di arancione e una breve risalita per bagnarsi la gola con una bibita scura gassatissima a cui piace baciare uno spicchio di limone.

La conclusione di una giornata che fa bene al cuore e alla testa è destinata al duo di Ferrara (e non di Rovigo come è stato spacciato fin dalla comparsa discografica!). The Calorifer Is Very Hot! sorprendono. Ribaltano di fatto il suono blisterato all’interno del loro album d’esordio assai giocattoloso (Marzipan In Zurich). Batteria scarna. Chitarra alternata all’organo. Melodie ultra. Pop percussivo dai larghi connotati garage. Si balla. Si sorride mentre scorrono gli strambi disegni animati proiettati sul fondo. Uno show tirato. Volutamente spinto. Una piacevole corsa su un prato verde. Tra profumi intensi. Un bacio con i piedi a mollo nella rugiada. Spensieratamente con il naso all’insù. Sensazioni diffuse in una serata attutita dall’abbigliamento d’inverno. Il calore di un’impagabile voglia d’amicizia. Una notte. Un altro piccolo grande miracolo.

Emanuele Tamagnini

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