My Bloody Valentine @ Hammersmith Apollo [Londra, 12/Marzo/2013]

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C’è sempre una prima volta nella vita. E questo martedì di marzo personalmente di “prime volte” ne ha registrate tante. La prima volta a Londra durante un periodo lavorativo, la prima volta qui ad Hammersmith, la prima volta all’Apollo che in vent’anni avrà cambiato nome cinque-sei volte almeno, la prima volta rapita dai My Bloody Valentine, la prima volta per Nerds Attack! Io con questa musica ci sono praticamente cresciuta, ho consumato quei dischi pieni d’emozione chiusa dentro la cameretta, dopo aver studiato quelle odiose antologie di letteratura, giusto per riprendermi e abbandonarmi totalmente alla penombra della sera. Non avrei certo mai pensato di ritrovare in carne e ossa Kevin Shields, Debbie Goodge, Colm Ó Cíosóig e Bilinda Butcher nel pieno della mia maturità esistenziale. Un sogno era ed un sogno rimane ancora adesso. L’interno dell’Hammersmith Apollo da fuori te lo immagini “diverso”, quella costruzione bianchiccia somiglia più a qualcosa di newyorchese che non a qualcosa di radicato in territorio inglese, mentre una volta entrati il “teatro” appare bellissimo (scopro ora che ha una capacità di 5mila persone in piedi) molto vicino ad una sala dell’Auditorium romano. Sono in una posizione favorevole, ma non so quanto possa contare avere questo tipo di privilegio ad un concerto dei MBV, così mi metto ad osservare assieme alla mia amica Cristina, il fluire della gente sperando magari di incrociare, in questa prima di due serate londinesi, qualche conoscente (forse).

Uno dei primi ricordi di questa notte speciale è ovviamente la presenza di cartelli che riportano testualmente: “Earplugs are available everywhere! Just ask a member of staff”. Ma non ci voglio neanche pensare, credere, mentre la mia compagna non si fa pregare due volte, spaventata da chissà quale imminente apocalisse. Intanto con curiosità tutta femminile mi appresto ad assistere al concerto de Le Volume Courbe, creatura personale della francese Charlotte Marionneau, che già nel 2008 aveva supportato gli allora ristabiliti My Bloody Valentine (nell’album di debutto del 2005 figurano come ospiti sia Shields che Ó Cíosóig, oltre a David Roback e Hope Sandoval, ndr). Capelli neri raccolti con una coda ed un ciuffo adagiato sulla guancia che la rende affascinante chanteuse, non solo per la musica presentata, che affonda le radici nel folk (il violino c’è) ma anche per quella somiglianza neanche troppo lontana con la Hope Sandoval dei Mazzy Star. Non sono poi male ma qualche linea di noia devo ammettere che mi è salita verso la metà dell’esibizione. Terminata la quale ho il tempo di parlare un po’ con la mia amica. Abbattuta seduta sul proprio posto.

Ma non c’è più tempo. Si spengono le luci, il suono lancinante della chitarra apre ‘I Only Said’ e le luci ad intermittenza scorgono la sagoma imponente dell’inconfondibile papà Shields (permettetemi di considerarlo tale, vista la mia adolescenza trascorsa con i suoi “insegnamenti”), con i soliti capelli arruffati, incolti sembra quasi, la chitarra bianca e la voce che si perde dentro il reiterare ipnotico di un brano che rappresenta la metà esatta di ‘Loveless’. Sono tuffi al cuore. Da senza respiro. Se è vero che in sequenza eccoli presentare anche ‘When You Sleep’ mentre il “faro” di luce verde pulsa alle spalle di Bilinda sempre deliziosa nella sua elegantissima gonna corta. Vicino a me scorgo eccitazione e coinvolgimento anche quando la scaletta prevede ‘New You’ primo dei nuovi brani direttamente dall’omonimo azzurrognolo terzo disco. Bilinda riesce ad ammaliarmi e lo strascico di feedback si fonde a meraviglia con l’eterea rappresentazione vocale. Da oggi sarà lei la mia nuova “sorellina”. Riconosco la provenienza di ‘You Never Should’ e accanto a me Cristy mi guarda come se fossi una marziana, solo con un paio di occhiali firmati a fare la differenza (più o meno). Devo essere sincera, non mi aspettavo che i quattro irish boys attingessero anche dai numerosi EP, effettivamente autentica fonte di tesori e beltà, dunque rimango sorpresa come una bamboletta quando a metà concerto partono ‘Honey Power’ e ‘Cigarette In Your Bed’. I primi anni ’90. L’emozione e il viaggio continuano a correre sicuri.

Alla fine saranno solo tre (spero di non sbagliarmi) i pezzi del nuovo ‘MBV’, segno che probabilmente devono essere ancora “provati”, “rodati”, “testati”, o forse perchè solo tre saranno sempre selezionati. Se ci si distrae un attimo l’esperienza psichedelica e shoegaze riesce a sopraffarti, tiro una gomitata alla smaniosa che ho accanto, giurando a me stessa che con lei continuerò da domani solo a condividere shopping in Oxford Street. ‘Only Tomorrow’ comincia ad assestare colpi alla tenuta sensoriale, colpi che ancora non sono di grazia, mantengo infatti un discreto equilibrio, anche quando alla fine di ogni pezzo si alza liberatorio e di gioia l’urlo della gente. Shields è impassibile. Vestito come appare nelle poche foto (le solite) che trovate facendo una semplice ricerca sul web. Colm e Debbie rimangono una praticamente accanto all’altra e non sembra che la bassista (l’altra mia sorellona) abbia ormai superato il mezzo secolo (della band è infatti la più “anziana”). ‘Only Shallow’ riesce a farmi quasi commuovere. L’urto è imponente come il delirio sonico manifestato dentro ‘Nothing Much To Lose’ con le luci più “bianche” del solito che riescono a farci vedere un pochino più nitidamente Shields e i suoi chiletti di troppo. L’Apollo si tinge di feedback. Da questo momento entra in scena il punto di non ritorno. Il magma multicolore che si muove alle spalle dei quattro influisce sulla percezione, sulle famose porte (spalancate) della percezione. ‘To Here Knows When’ culla per un attimo l’intero teatro. Dondolio di rara bellezza. Alle prime note di ‘Soon’ il pubblico ha la forza di accoglierla con un boato. Altro tassello di un’epoca irripetibile chiuso ancora dentro la mia cameretta. Quando finiva ‘Loveless’ finiva così. Era terminata un’altra giornata. Il rosso porpora pulsa come il cuore ormai a mille. ‘Feed Me With Your Kiss’ è il pezzo più devastato, noise, aggressivo, sessuale. La mia eccitazione si sta lasciando andare sulle corde dei freni inibitori. C’è spazio per un paio di brani prima della fine. Il volume e il tenore rimangono sugli stessi livelli perchè ‘You Made Me Realise’ è l’orgia che tutti aspettavamo. Forse sarà durata un quarto d’ora, subito saturata da Shields ai limiti del white noise, l’esperienza nell’esperienza. Che si protrae con la conclusiva ‘Wonder 2’ letteralmente lanciata in orbita da manipolazioni e oscillazioni. Quando le luci tornano ad accendersi i volti della gente appaiono certamente stravolti, strafatti penserei se li vedessi così a caso in strada, ma sicuramente con una grande felicità esplosa dentro. Prendo per mano Cristy che nel frattempo ha attaccato bottone con un ragazzo dagli occhi azzurri ma dalla pancia davvero troppo alcolica. Lei capisce e lo saluta. Ci sarà ancora una prima volta. Promesso.

Silvia Testa

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