My Blood Valentine: la nostra opinione

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Qualche giorno di riflessione per far passare la buriana e aver tempo di ascoltare ancora una volta ‘MBV’. In cuffia, nelle ore serali, in auto, al voltaggio casalingo consentito, attraverso l’ottusità acustica di un PC. Idealizzato, vagheggiato, leggendario quasi, atteso, manifestato, chiacchierato. Non poteva essere altrimenti. Evitiamo inutili giri di parole: ‘MBV’ è un disco enorme. Pura polvere di stelle come ha detto qualcuno. E dopotutto non ci volevano centocinquanta ascolti per arrivare a questo verdetto. La prima sensazione è sempre quella che definisce il giudizio finale. Quella scintilla che scatta dentro quando hai davanti la donna che sai diventerà tua per il resto dell’esistenza, quel flash che abbaglia allorquando stai per decidere che quella sarà la casa in cui vivrai per i prossimi 30 anni, quell’emozione che contorce qualcosa nello stomaco nel momento in cui assisti ad un evento eccezionale, unico ed irripetibile. La stessa scintilla che si è accesa dopo i primi trenta secondi dalla pressione sul tasto PLAY dello stereo. Un compagno fedele il mio Sony X222ES che raramente sbaglia nel trasmettere luci ed ombre, riflessi e scosse elettriche. ‘MBV’ è trascendenza totale. Reale proseguimento del discorso sapientemente interrotto dopo il seminale nuovo linguaggio introdotto da ‘Loveless’. Da dove provengano questi pezzi francamente non ce ne fotte un emerito cazzo. Se siano “tagli” di 22 anni fa, se siano nati durante queste due decadi, se siano stati creati l’altro ieri o durante un incubo digestivo di Kevin Shields, ma cosa diavolo importa? L’integrità è l’unica salvezza per un artista. Il lasciapassare per l’immortalità i My Bloody Valentine tanto lo avevano già guadagnato all’indomani del pionieristico ‘Isn’t Anything’ che squarciava selvaggiamente un’epoca che di lì a breve si sarebbe chinata a “guardare” le proprie scarpe. Probabilmente ‘MBV’, come tutti i capolavori alti e irraggiungibili, verrà capito fra qualche anno, quando Kevin Shields e compagni saranno ancora indicati come “faro”, come “esempio”, come “strada da seguire”.

Ciò che fa sorridere sono i commenti negativi letti alla rinfusa sul dorato mondo web-sociale. I gusti non si discutono ma ridurre i giudizi a cose del tipo “lagna mortale”, “due palle così”, “noia assoluta”… è come dire che la Gioconda è brutta o che i Girasoli di Van Gogh li avrebbe fatti anche mio nonno. C’è un errore alla radice, c’è dell’ignoranza alla base, c’è un gigantesco equivoco di partenza. Ricordo con simpatia un amico di scuola che durante una visita ad una mostra, davanti ad un capolavoro della pittura fiamminga, esclamò a gran voce: “ma che è ‘sta robba, pure mia madre è capace!”. L’ilarità generale in un attimo lascò spazio ad un sentimento di odio-disgusto, poi lenito dall’avvicendarsi di altre magnifiche opere. Qualche anno dopo ho scoperto che quel mio amico, dopo il diploma, aveva trovato lavoro come ambulante di biancheria intima. This Is Your Bloody Valentine.

Emanuele Tamagnini

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