Music for Solaris @ Auditorium [Roma, 20/Novembre/2016]

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“Solaris” è un celebre romanzo dello scrittore polacco Stanislav Lem pubblicato nel 1961, tradotto in più di trenta lingue e trasformato nel 1972 dal regista Andrej Arsen’evič Tarkovskij in un cult assoluto del cinema di fantascienza. Nel 2011 Ben Frost e Daniel Bjarnason, due artisti della Bedroom Community, ne scrivono una trasposizione musicale in cui stravolgono la colonna sonora originale del compositore moscovita Eduard Artemyev, mentre Brian Eno ed il regista Nick Robertson si occupano di manipolare e rielaborare le immagini della pellicola originale del cineasta russo. L’interazione tra le rielaborazioni audio e video prende il nome di “Music for Solaris”, nasce all’interno della “Mentor and Protégé Arts Initiative” della Rolex (dal 2002 un vero e proprio laboratorio di arte e creatività) e viene presentata nell’ottobre del 2012 all’Unsound Festival di Cracovia. Dopo aver calcato i palcoscenici dei più prestigiosi festival internazionali, l’atteso evento è giunto anche a Roma all’Auditorium Parco della Musica, all’interno della ricca programmazione del Romaeuropa Festival, in coproduzione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La sala per l’occasione offre una nutrita cornice di pubblico e alle 19.15 la performance ha inizio. I 26 elementi dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sono i veri protagonisti dell’esecuzione. Diretti con grande cura dallo stesso Bjarnason, caratterizzano gli accenti di una performance basata sui suoni ripetuti e lenti dei numerosi archi, in cui il piano preparato del compositore islandese e la chitarra effettata e l’elettronica del musicista australiano si fondono alla perfezione. Lunghi drones elettroacustici e qualche percussione profonda e marziale scandiscono il pathos. Sullo schermo il volto estrapolato dello psicologo Kris Kelvin, protagonista della narrazione, affonda nei contrasti della psiche umana e compie un viaggio quasi psichedelico all’interno della propria coscienza alla ricerca di una consapevolezza perduta. Visivamente questa interiorizzazione mostra salti spazio temporali sull’età e i luoghi del personaggio, caratterizzati da assolvenze e dissolvenze in slow motion, fino a giungere a distorsioni strutturali e cromatiche dal forte sapore simbolico, seppur a volte astratto in una componente ansiogena. Alle 20.00 lo spettacolo si conclude, le luci si accendono e la sala tributa un lunghissimo applauso agli artisti. Qualcosa però non convince e non solo perché la durata è molto inferiore ai 60 minuti dichiarati ufficialmente. Per quanto riguarda l’aspetto strumentale poco da dire, grande dinamica e bravissimi i musicisti, anche se Frost a tratti è sembrato un po’ ai margini dell’esecuzione. Maggiori invece le perplessità sulla parte visiva, almeno riguardo ai nomi tutelari del progetto. Doveva essere un unicum audio-video, eppure dei 45 minuti effettivi il video non ha superato i 30, essendo totalmente assente nei primi 10 e limitandosi ad una lenta successione di colori fissi negli ultimi 5. Questi 30 poi potremmo limitarli ancora visto l’uso ciclico fattone nella narrazione. Strano anche che le foto che hanno caratterizzato la promozione dell’evento testimoniavano immagini poi di fatto assenti ieri sera e questo potrebbe far pensare a qualche taglio. In conclusione sembra che Lem abbia ammesso di non avere mai veramente amato la trasposizione che Tarkovskij ha dato del suo romanzo, chissà se avesse potuto vedere questa cosa ne avrebbe pensato?

Cristiano Cervoni

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