Muse @ Stadio Olimpico [Roma, 6/Luglio/2013]

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Tronfi. Eccessivi. Barocchi. Esagerati. Autoreferenziali. Kitsch. Ma, soprattutto: commerciali. Sui Muse le critiche degli haters ormai si sprecano, visto il grandissimo successo di pubblico riscosso ed un percorso stilistico che li vede decisamente cambiati rispetto agli esordi di ‘Showbiz’ ed al meraviglioso (e a mio parere mai davvero eguagliato) ‘Origin Of Symmetry’. L’ultimo disco ‘The 2nd Law’, poi, è stata la vera e propria pietra dello scandalo, con un nutrito gruppo di fan della prima ora pronti ad unirsi alla schiera di chi non li aveva mai davvero digeriti. Tutte critiche che, in fondo, potrebbero essere contestualizzate. Resta il fatto, però, che dal vivo la band di Matthew Bellamy offre uno spettacolo completo, ambizioso, coinvolgente, godibile, collaudato in ogni sua forma. In una sola parola: pop.

L’Olimpico di Roma si offre maestoso e gremitissimo dinanzi all’arrivo dei tre inglesi, i quali hanno scelto proprio il concerto nella Capitale per filmare il DVD che documenterà il “The Unsustainable Tour” che li ha visti girare gli stadi per promuovere l’ultimo disco. La scenografia non bada a spese: un palco immenso con pedana verso il centro del parterre e ben sei ciminiere in vetta a sputare vampate di fuoco il cui calore è percettibile persino dalla Curva Nord. La visione kitsch e pomposa del mondo post-industriale. Dopo un pomeriggio odisseico tra temporali improvvisi e metro A prima rallentata e poi ferma (Roma “mamma e puttana” non si smentisce mai) riusciamo a prender posto nello stadio giusto in tempo per l’inizio del concerto dei We Are The Ocean, la prima delle due band spalla. Li avevo visti nel 2011 al Blackout, a supporto dei Funeral For A Friend, e sinceramente la scelta di una band come questa, inizialmente dedita ad un post-hardcore ordinario e decisamente tendente al power-pop, mi aveva lasciato sorpreso. Svelato subito l’arcano: il gruppo, messo da parte lo screamer Dan Brown (relegato con sua buona pace al ruolo di manager), è stato folgorato sulla via dei Foo Fighters e si è tramutato in un’autentica macchina da pezzi di alternative rock molto standard e dai ritornelli iper-catchy, che più volte mi ha ricordato i conterranei Snow Patrol (no, non è un complimento). Riescono a scaldare la platea, carini al punto giusto per accontentare tutti senza pretese ma, conoscendone il percorso musicale, l’impressione che si tratti di una band artefatta non me la toglie nessuno. Dopo il quartetto dell’Essex tocca agli Arcane Roots, trio inglese che rientra tra i favoriti di Kerrang! ed altre riviste musicali inglesi (un’arma a doppio taglio, questa). Freschi del debutto ‘Blood & Chemistry’, la band offre al pubblico trepidante il suo mix di indie, math rock e timidi richiami prog che ricorda talora eccessivamente gli At The Drive-In (e quindi ovviamente i The Mars Volta) e i Coheed & Cambria. La proposta è certamente più elaborata e interessante di quella dei “nuovi” We Are The Ocean, ma tendenzialmente monocorde sulla distanza. Da rivedere in un contesto più consono e con meno Cedric Bixler Zavala nelle loro orecchie. Il sunto? È andata meglio a chi, nella seconda data torinese, si è beccato come spalla Biffy Clyro e Calibro 35.

I 60mila dell’Olimpico si dedicano a un’ola infinita ed è un boato quando le prime note di ‘The 2nd Law: Unsustainable’ introducono la band sul palco, con tanto di esplosione al centro della passerella. Il concerto comincia con il riff di ‘Supremacy’, esattamente come l’ultimo album. Gli occhi sono tutti puntati su Matthew Bellamy, un frontman magnetico, una voce più che all’altezza in sede live. I suoni non sono ancora equalizzati al meglio, così come da costante negli stadi, ma con il proseguimento dello spettacolo andranno migliorando sensibilmente (e meno male). ‘Panic Station’ fa ballare il pubblico festante con il suo mix di funky e disco-dance letteralmente saccheggiato ad ‘Another One Bites The Dust’ e al pop degli anni ’80, mentre sullo sfondo Obama, Putin, la Merkel, Cameron e un Papa Francesco molto più somigliante a Wojtyla danzano in formato cartoon a ritmo di musica. Anche questo è uno show dei Muse, che vuole ammantarsi di politica riuscendo (per quanto ancora, però, non è dato saperlo) a non scadere nello stucchevole e nel pretenzioso. ‘Plug in baby’ è il primo dei momenti più alti del concerto: con ‘Origin Of Symmetry’ è facile vincere, peccato che la band ripeschi da quel disco soltanto il brano in questione e l’ottima cover ‘Feeling Good’. Su quest’ultima un’attrice nelle veci di una broker in carriera si fa una doccia da una pompa di benzina installata in fondo alla pedana. Ampio spazio, come prevedibile, a ‘The 2nd Law’: in ordine sparso ‘Animals’ (con un banchiere intento a lanciare banconote personalizzate-Muse verso il pubblico a mo’ di coriandoli), l’ultimo singolo ‘Follow Me’ (dedicata al figlio di Matthew – Bingham Hawn nato dall’unione con Kate Hudson ex di Chris Robinson dei Black Crowes, ndr), ‘Liquid State, ‘Madness’. L’esecuzione di ‘Knights Of Cydonia’, introdotta da una quanto mai calzante ‘Man with the Harmonica’ di Ennio Morricone, è di incredibile intensità, con un Olimpico calato interamente in un western cybernetico.

La band non manca di tributare altri artisti, ora con la cover di ‘Dracula Mountain’ dei Lightning Bolt ad appannaggio del bassista Chris Wolstenholme e del batterista Dominic Howard, ora con sapienti citazioni en passant quali l’intramontabile ‘The House Of The Rising Sun’ ad introdurre la meravigliosa ‘Time Is Running Out’ o la chiusura della dirompente ‘Stockholm Syndrome’ che riprende ‘Freedom’ dei Rage Against The Machine (non a caso, vista la grande stima artistica che Matt nutre per Tom Morello). Sull’ottima ‘Hysteria’, dritta dritta da ‘Absolution’ del 2003, Chris corre lungo la pedana emulando il suo frontman e sciorinando un riff di basso che fa pogare il parterre (lì dove i/le bimbiminkia assortiti non lo impediscono). Ci si sposta alla punta della passerella con ‘Unintended’ e ‘Guiding Light’, per il vero coup de theâtre: un enorme pallone aerostatico a forma di lampadina sorvola la platea e libra nell’aria una ballerina le cui movenze accompagnano l’esecuzione dei brani. È il tripudio pop. Chapeau. Un robot sale sul palco e, nel tempo di una canzone, i Muse si tramutano in Skrillex per poi recuperare dal recentissimo passato i singoloni ‘Supermassive Black Hole’ e ‘Uprising’. Si chiude con ‘Starlight’, dopo due ore intensissime. Certo, i fan della prima ora (nonché il sottoscritto) avrebbero a ragione preferito una ‘New Born’ alla stucchevole ‘Survival’. Così come l’ultimo disco, per quanto abbia degli spunti interessanti ed azzardati nell’ottica della discografia dei Muse, risulta fuori fuoco in più punti. Ciò non toglie che i Muse siano ormai una macchina da show capace di far breccia tra un pubblico vastissimo senza rinunciare alla qualità (generale, quantomeno) dei brani proposti. I nuovi Queen? I nuovi U2? Sicuramente ne condividono l’approccio megalomaniaco, la sovrabbondanza di trovate sceniche, la capacità di far da ponte tra stili diversi riuscendo ad unire nell’ascolto il metallaro e il pubblico delle charts. Ma, in fondo, i Muse sono semplicemente i Muse, con pregi e difetti. Nel dubbio, io il DVD me lo comprerò.

Livio Ghilardi

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