Muse @ Rock in Roma [Roma, 18/Luglio/2015]

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Muse. The Great Alternative Rock Swindle. (trad: La grande truffa dell’alternative rock). Ero indeciso se scriverlo all’inizio o in chiusura ma chissà quanto mi dilungherò, magari i più neanche ci arriveranno alla fine dell’articolo, tanto vale spararla subito. A mente fredda credo che sia questa la definizione che meglio descriva la parabola dei Muse, band che ho amato più di qualsiasi altra e alla quale continuo a voler bene in memoria dei tempi che furono, ma che ora non riconosco più e che mi sono ormai stancato di giustificare (a me stesso fondamentalmente). Più che una definizione sarebbe il caso di parlare di epitaffio, sotto ad una foto sbiadita di loro una dozzina di anni fa, come mi piace ricordarli. Premetto che se sto scrivendo in prima persona e raccontando del mio rapporto personale con i Muse, non è per Megalomania (gran canzone tra l’altro, una delle mie preferite) ma perché in mezzo a tutte le parole spese sul trio di Teignmouth, divise tra le marchette delle testate (al muro) giornalistiche nazionali e le sentenze già scritte dai fondamentalisti alternativi, ho ritenuto che il modo migliore per distinguermi fosse quello di dare le mie credenziali, a partire dal fatto che sabato scorso era la ventunesima volta che li vedevo in concerto. Sotto la lapide su cui è apposto il sopracitato epitaffio giacciono insieme (come nei casi delle più ingrate fosse comuni) la loro ispirazione e la loro imprevedibilità, uccise da un’overdose di mestieranza e fama ottenuta a carissimo prezzo, scaturendo in hit a buon mercato.

Ne avevo già dato annuncio in forma anonima dal pulpito della rubrica Il Giudice Talebano, quando per sottrarmi dall’onere di firmare un’impietosa (nonostante le invocazioni di ‘Mercy’) e sanguinosa recensione dell’ultima “fatica” (!) ‘Drones’, optai per quel rapido e meno doloroso “voto: 2 – Rigormortis”. La performance dell’unica data italiana è stata ordinaria, perché il mio idolo di adolescenza Matthew Bellamy e i suoi 2 soci (con l’aggiunta di Morgan Nichols, ex-The Street, nei live) sanno come portare a casa gli show. Ecco il perché delle tre stelline su cinque, dovute anche al fatto che mi trovavo nel pit sotto al palco e potevo sentire bene, ma da quanto letto in giro pare che dietro si sentisse poco e male, cosa inaccettabile per un concerto i cui tagliandi si vendevano a 70 euro. L’esibizione parte con quel “sapiente mash up” (o “accozzaglia di plagi” se preferite) di ‘Psycho’, primo singolo di ‘Drones’ che fa la sua “porca” figura, per quanto di originale non abbia pressoché nulla, trattandosi sostanzialmente del riff di ‘Personal Jesus’ dei Depeche Mode (sì, che Matthew suona da più di 10 anni ma che tale resta) e la strofa con il giro standard di ‘Roadhouse Blues’ dei Doors e che richiama anche un po’ di ‘Elephant’ dei Tame Impala. Segue ‘Supermassive Blackhole’, “princeana” e godibile, ormai un classico dei Muse datato 2006, che appena uscita mi aveva lasciato perplesso e che poi con il tempo ho a imparato ad accettare. Un po’ come la nuova ‘The Handler’ in un certo senso, che quando fu estratta come anticipazione pre-album mi lasciò sostanzialmente indifferente in quanto bollata come minestra riscaldata e che poi alla fine si è rivelata a mio gusto la migliore (!) dell’intero disco. Il vero classico arriva poco dopo con ‘Plug In Baby’, ma l’idillio dura poco, spazzato via dal deplorevole singolo ‘Dead Inside’, col suo giro di basso copiato da ‘Radio Gaga’ dei Queen. I Muse sul palco fanno il loro, le mosse sono sempre quelle, mi direte “Ovvio, li hai visti 21 volte…”, sì, ma ho anche visto più volte gente come gli Ac/Dc o Ben Harper, che a loro volta hanno dei cliché e dei momenti fissi nelle loro performance, dal passetto di Angus Young che è più paragonabile ad un rito (sarebbe come contestare il segno della croce ad un cristiano), al momento in cui Harper invece canta senza microfono, che ormai è prassi, ma eseguita con un trasporto ed un coinvolgimento collettivo tale da renderla sempre capace di far venire i brividi. Ac/Dc che vengono evocati con un riff di ‘Back In Black’ (che seguiva quello di ‘Heartbreaker’ dei Led Zeppelin) nella coda di chiusura di ‘Hysteria’.

L’unico vero sussulto della serata (almeno per me) è ‘Citizen Eraserd’, finalmente una gioia da questa scaletta avida di chicche, che è comunque di gran lunga migliore di quella dell’ultima apparizione dei Muse in Italia, sempre a Roma ma all’Olimpico due anni fa. Piacevole riascoltare anche ‘Apocalypse Please’ (da ‘Absolution’, 2003) anche se a dirla tutta sarebbe stato di gran lunga migliore imbattersi in ‘Fury’, ‘Dead Star’ o ‘Uno’, suonate in altri paesi, quelli con una fan-base evidentemente più meritevole, perché qui a parte me e pochi altri a cui che hanno goduto senza freni sulle note della traccia numero 6 di ‘Origin Of Symmetry’, la reazione più diffusa è stata una sostanziale indifferenza, come mi raccontavano amici fidati sparsi qui e là tra i 30mila e anche più presenti nel parterre di Rock In Roma. Andiamo verso la fine e dopo ‘Supremacy’ arriva il momento delle celeberrime e cantatissime ‘Starlight’ e ‘Time Is Running Out’, seguite dalla nuova ‘Reapers’, nella quale Bellamy sfodera velleità da “guitar-hero” fatte di tapping e assolo pseudo-epico, all’interno di questo brano/surrogato di ‘Assassin’, che già a sua volta era la figlioccia di ‘Stockholm Syndrome’, due pezzi che comunque non avrebbero fatto un soldo di danno se fossero stati inclusi nella scaletta. Anche perché il mio concerto finirà esattamente qui, avendo avuto la “fortuna” di sbirciare anzitempo l’intera setlist sapevo cosa mi aspettava dopo, così la prospettiva di evitare di morire di caldo e vecchiaia incastrato nel traffico hanno avuto la meglio sul tris finale composto da: ‘Madness’ (per carità), ‘Mercy’ (mai titolo fu più azzeccato) e ‘Knights Of Cydonia’ (con l’intro di Morricone), che mi dispiace aver perso, ma che da sola non compensava la vergognosa accoppiata che le anticipava.

Alla fine cosa resta? Niente. Ho bevuto (molto) e mi sono pure divertito, anche perché se avessi voluto rattristarmi magari sarei andato in chiesa, cosa che hanno fatto i Muse il giorno successivo, tra l’altro pare che i 3 inglesi volessero addirittura farsi ricevere dal Papa. Chissà, magari volevano farsi benedire e ci scappava il miracolo. Poi come molti sanno domenica Bellamy è stato avvistato all’interno del Colosseo, dove sarebbe dovuto incorrere in un imperiale pollice verso, anziché in quelli all’insù dei like sui social network che invece collezioneranno i selfie scattati con i suoi nuovi fan, perlopiù ragazzini con le scritte addosso ed il cellulare perennemente in mano ai concerti, che anziché pogare hanno crisi isteriche se qualcuno gli passa avanti. Quello che attualmente meritano evidentemente, mentre io mi chiedo come facciano a suonare prima ‘Citizen Erased’ e poco dopo ‘Mercy’. C’è ancora anche qualche irriducibile ed inguaribile ottimista della vecchia guardia, come me, che spera che questa band possa un giorno risorgere come Lazzaro, ma pronunciando questo nome l’unica cosa che mi viene in mente è Lazzaretto, uno dei tanti simboli di come si possa arrivare al top, essere anche mainstream, delle superstar e dei punti di riferimento, ma allo stesso tempo mantenersi ricercati, innovativi e rivoluzionari, così come lo è oggi Jack White ad esempio, ma potrei chiamare in causa anche i Queens Of The Stone Age, per dire. Gente che non si sputtana insomma… anche se a spuntarla poi sono l’empatia e l’affetto per questa band, che ha saputo essere importante per molte persone, ma che ormai sembra sempre più difficile che possa tornare a certi livelli qualitativi.

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

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2 COMMENTS

  1. Non credo di passare la fase di giustificazione, non l’ho mai fatto neanche con artisti che ho amato molto più dei Muse, e sono convinto che sia la cosa peggiore che si possa prospettare ad un artista di qualsiasi tipo. Il punto è che quando valuto un album o un live cerco sempre di distaccarmi da quello che è stato, il concetto di “il disco è carino ma quello prima era super allora mi aspettavo di più” non l’ho mai veramente compreso, capisco che non si possa staccare la storia di un artista da quello che fa in quel momento, ma mi piace sempre valutare in modo più distaccato. Voglio arrivare solo a una cosa molto semplice: come ti ho detto T2L e Drones non sono al livello di Absolution e Origin, ma c’è anche da dire che se questi due dischi li avesse fatti una band che non si chiama Muse probabilmente staremo parlando di due ottimi album, il che mi fa pensare che comunque qualcosa di buono c’è.

    Detto questo: mi piace molto il tuo spirito critico, è molto educato e non è da tutti, complimenti. Se non ti dispiace esporti: cosa ne pensi del gruppo spalla? Inizialmente li ho trovati un po’troppo Muse senza fare canzoni dei Muse, poi piano piano ho cominciato a gradire sempre di più, ho avuto la sensazione che per i Muse stessi potesse essere un problema avere dei gruppi spalla così similari nel modo di fare musica e anche così validi da un punto di vista musicale. Sinceramente è la prima volta che ho notato fra il pubblico così tanto gradimento per un opening act, è stata una cosa veramente insolita! grazie 😉

  2. bellissima recensione7 riflessione ma permettimi di dire anche da fan dei muse che accostare Ben Harper ai Muse è una vera e propria bestemmia . Ben ed i criminali innocenti tutta la vita!!

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