Murder By Death @ Lanificio 159 [Roma, 8/Maggio/2013]

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In una country house tradizionale nel più fitto mistero di un’indimenticabile “dinner murder”. Siamo nel 1976 ed il film di Robert Moore, ispirazione per la band di Bloomington, riunisce miracolosamente una serie di attori meravigliosi: da David Niven a Peter Falk, da Alec Guinness a Peter Sellers, da James Coco fino alla rara apparizione sul grande schermo di Truman Capote. Murder By Death. Una dozzina d’anni di attività, iniziata come spesso accade tra i giardini di un college e proseguita fino al primo EP con il nome Little Joe Gould, sei album realizzati a cavalcare la ruralità di un America profumata di liquore dal gusto acre, raccontata attraverso storie di grandi bevute, d’amori perduti e ritrovati, di polvere e west, di tragedie umane. Country ballad che partono per forza di cose da Johnny Cash e proseguono immerse nelle tinte forti della scrittura ormai classica dello sciamano Nick Cave, passando per il mondo di Calexico e The Decemberists (giusto per fare qualche nome che possa servire da semplice coordinata geomusicale). La serata spettrale fa da ideale contorno alla loro prima data italiana.

Con il fido e ritrovato Aguirre saremo tra i pochi coraggiosi astanti a presenziare all’esibizione del quintetto che da subito appare a proprio agio, simpatico, divertito e armonioso, amalgamato con estremo mestiere e tanta vitalità. Da un paio d’anni è arrivato il tastierista (multistrumentista comunque) Scott Brackett che qualcuno ricorderà negli Okkervil River e nel progetto correlato Shearwater, mentre il resto della band registra praticamente gli stessi effettivi dalla nascita. Alla fine saranno una quindicina i brani proposti per un concerto rutilante, senza un benchè minimo attimo di pausa, a confermare quanto avevamo pronosticato ascoltando il loro ultimo album – ‘Bitter Drink, Bitter Moon’ uscito nel settembre 2012 e issatosi con merito fino al numero 76 della chart di Billboard – e cioè che i Murder By Death oggi sono meno oscuri, meno impastati (oseremo dire meno “gotici” o meno “fetidi” se volete) se paragonati alla produzione passata. Non è certamente un male visto che nell’ora abbondante sul palco romano i nostri tirano fuori un set quasi “springsteeniano”, lasciando da parte convenzioni indie-alternative, ma galoppando invece nel nome del country rock viscerale, sudato, suonato come Dio comanda dal cielo. Oltre al frontman Adam Turla, che ricorda un giovane Buffalo Bill, i ragazzi della villetta a schiera accanto, portano agli onori della cronaca il gran drumming di Dagan Thogerson e l’efficacia fondamentale della graziosa e timida (violon)cellista Sarah Balliet. La scaletta tocca praticamente quasi tutti i dischi realizzati dal 2002 ad oggi, immancabile la traccia simbolo del collettivo dell’Indiana, quella ‘Brother’ che giunge roboante da quello che probabilmente è l’album più bello dei nostri: ‘In Bocca Al Lupo’. Tra stomping da saloon e grandi sorrisi si conclude una serata preziosa che avrà un piccolo epilogo al corner del merchandise ricco come uno stand culinario di una grande festa paesana. Ed in fondo l’anima dei Murder By Death rappresenta (benissimo) anche questo.

Emanuele Tamagnini