Murcof @ Lanificio 159 [Roma, 3/Gennaio/2014]

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E si torna quindi all’accogliente e stimolante cornice del Lanificio 159. Dopo le belle esibizioni di Darkstar e Widowspeak dell’anno scorso, in questo inizio 2014 il locale di Via di Pietralata ci propone un gustoso dopocena a base di kosmische musik e algida elettronica a firma Fernando Corona, in arte Murcof. L’artista messicano, nato a Tijuana nel 1970, è assurto agli onori della cronaca grazie a una formula musicale molto personale che vede l’alternarsi di glitch, atmosfere tenebrose e lugubri (queste ultime preponderanti almeno nell’ultima fatica discografica) e campionamenti di archi e ottoni che aggiungono un’interessante componente barocca alle sue composizioni. Se si eccettua il progetto di accompagnamento sonoro per il festival ‘Le Grandes Eaux Nocturnes’ di Versailles, immortalato nel disco ‘The Versailles Sessions’, l’ultima uscita a nome Murcof rimane ‘Cosmos’, pubblicato nell’ormai lontano 2007. Ciò non attenua comunque la curiosità verso un artista che ha fatto e sta facendo parlare parecchio di sé negli ultimi anni e che è riuscito a valicare i confini e a suscitare interesse anche tra i non appassionati al genere. E una buona prova di questo la otteniamo non appena entrati all’interno della sala allestita per l’occasione. Lo spettacolo è appena iniziato e gli spazi disponibili sono pochi, col pubblico prevalentemente seduto e attento. Nella quasi totale oscurità non è facile riconoscere la struttura di quella che sembra essere una palestra, con un soppalco che copre quasi per metà il lato lungo della sala. Ci sistemiamo nelle retrovie procedendo a tentoni, per poi renderci conto di esserci fermati vicino a una panca che strazierà le articolazioni dei poveri malcapitati passanti. Il tempo di abituare la vista alla tenebra ed ecco ergersi dall’altro lato della sala Fernando Corona, in piedi su una piattaforma di poco più elevata del suolo, a smanettare su pc e strumentazione varia. Davanti all’occhialuto messicano, a metà tra un predicatore e un professore universitario, si agitano i corpi dei ragazzi che danno vita al progetto ‘Dance Out’, iniziativa volta a mettere in comunicazione la danza con altre forme di espressione artistica, in una sintesi che promuove la collaborazione tra artisti di comparti differenti. L’esibizione di danza accompagna la musica per una buona metà dello spettacolo, in maniera sicuramente interessante, benché si abbia l’impressione che i movimenti non siano sempre complementari e coerenti con gli ora sontuosi ora glaciali sample di Corona. Lui, dal canto suo, realizza un ottimo mix di frammenti sonori tratti dai suoi ultimi lavori, in primis ‘Cosmos’, così come dal già annunciato ‘Océano’. Difficile fare la cronaca di un concerto del genere: glitch filamentosi si inseguono nell’oscurità astrale della sala, come fossero scie di comete, che vengono spezzate dall’arrivo di più corposi banchi sonori a base di archi e ottoni, mentre colonne e sostegni iniziano a tremare. Qui e lì si fanno strada beat e ritmi sincopati e sintetici che cercano di trovare e dare una forma e una maggiore consistenza al tutto, riuscendovi solo in parte. Nella musica di Murcof i silenzi contano quanto e se non più dei suoni e dei rumori, in una proposta che fa della sospensione e del magmatico fluire la sua cifra stilistica. I temi (se di temi musicali si può parlare) vengono sapientemente e costantemente rimandati e, al contempo, una lenta e inesorabile tensione va sostanziandosi così che, quando finalmente si giunge al dunque, tutta la tensione viene rilasciata in un sublimarsi breve ma intenso. Più che da sottofondo, è un’arringa sonora che richiede grande concentrazione e fortunatamente, a parte pochi logorroici da concerto, l’attenzione e il silenzio sono massimi. La liquidità e l’eterea sostanza dei suoni necessitano di una certa pazienza prima di riuscire a coglierne il ruolo all’interno di un più vasto panorama. Peccato che, proprio quando si cominciava a prendere le misure dell’esibizione, lo spettacolo giunge al termine. L’intrecciarsi e l’avvolgersi dei corpi nervosi e convulsi dei ragazzi di ‘Dance Out’ ha dato un grande apporto a un’esibizione che, tuttavia, finisce troppo presto. Se è vero che non si tratta di un tipo di musica prona alla lunga durata, quarantacinque minuti mi sono sembrati fin troppo pochi. È quasi durata di più la birra post-concerto. Ad ogni modo, ne è valsa in fin dei conti la pena.

Eugenio Zazzara