Mumford & Sons @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Luglio/2010]

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Un paio di precisazioni: primo – giudizio di merito – pur essendo un aficionado di neo folk, alt folk etc., non mi ero mai posto il problema di considerare benevolmente la ditta Mumford (“Sono degli sfigati! The Tallest Man On Earth, quello ha talento vero”), e secondo – giudizio di necessità – già l’idea di quattro londinesi costretti a entrare a forza dentro camicie a quadri e scarpe da fattore era cosa troppo esilarante per considerare la possibilità, di norma seriosa e ben ponderata, di un ascolto. Se mia nonna e le sue compagne del tè si fossero vestite di fucsia e tirate su la cresta per gridare “Abbatti Montecitorio,Oi!Oi!”, sarei stato più interessato – si sarebbe trattato sempre di mia nonna. Ma è proprio quell’aura da ragazzi-di-città-che-vogliono-fare-i-contadini che mi turbava, quell’incoerenza di fondo e finzione evidente; a maggior ragione perché si è rivelata una scelta mediatica forte. E diciamo che, sotto sotto, ce l’avevo con loro per il contratto con la patinata Island e tutto il trantran che ne è seguito. I numeri parlano chiaro. Stasera un cartello fuori dal Circolo dà per esauriti i biglietti: lo noto subito quando arrivo, un po’ in ritardo per il Muro Torto inspiegabilmente chiuso al traffico, e scuoto la testa. Assistere a un’esibizione di un gruppo da rivalutare – perché è questo che sono venuto a fare – è una buona idea, ma non con una muraglia di cinquecento fan impazziti (sic!) davanti.

I quattro stanno già suonando, o meglio, cantando. Tutti e quattro con voci indelebili, calibrate, in una parola: belle. Questa la prima cosa che penso quando guadagno l’ingresso. Temevo lo sfacelo, ma non c’è stato assolutamente. E dire che sono la band col più alto tasso di “Your Heart”/strofa. E la canotta di Marcus Mumford stasera è così palesemente bianca di lavatrice. Invece il gruppo di wannabe contadini, pur non sapendo probabilmente reggere una zappa in spalla, sanno tenere bene gli strumenti. Sanno essere versatili e dare a tutta l’esibizione una carica inaspettata, una partecipazione absolutely non fiction, tanto che è una gioia starli a guardare. In tre si alternano alla batteria – che è assente comunque nella maggior parte dei brani, a parte una grancassa di oscura provenienza (sottopalco?bagno dietro ai camerini?quella ragazza ferma dietro al bancone con le braccia incrociate?) che batte i quarti. Si accendono di colpo, si piegano in avanti e il pubblico batte le mani a tempo. La chitarra resofonica è artefice del miracolo: sembra di sentire tutta una serie di nitriti di cavallo e rumori di fattoria, a tempo e dietro l’angolo. C’è il sosia del tipo dei Monotonix che si dimena in un rodeo improvvisato davanti al palchetto dei fonici. Anche il mio piede fatica a star fermo. E allora arriva l’illuminazione. Il vero problema dei Mumford sono proprio le canzoni: un buon 70% è da buttare, per noia, scontatezza e, appunto, tutti quei cuori allegorici e spaccati. Ci vorrebbe un’altra Laura Marling, possibilmente in camicia e barba, ad occuparsi del songwriting. Per il resto vanno alla grande, dategli un palco e un po’ d’attrezzatura e porteranno in scena una festa di paese con indubbia efficacia e carisma a iosa. Che in fondo è l’unica cosa che conta. Solo, per adesso, continuerò ad ascoltare gli Okkervil River. Non me ne voglia nessuno.

Filippo Bizzaglia