Mumford & Sons @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Luglio/2010]

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Un paio di precisazioni: primo – giudizio di merito – pur essendo un aficionado di neo folk, alt folk etc., non mi ero mai posto il problema di considerare benevolmente la ditta Mumford (“Sono degli sfigati! The Tallest Man On Earth, quello ha talento vero”), e secondo – giudizio di necessità – già l’idea di quattro londinesi costretti a entrare a forza dentro camicie a quadri e scarpe da fattore era cosa troppo esilarante per considerare la possibilità, di norma seriosa e ben ponderata, di un ascolto. Se mia nonna e le sue compagne del tè si fossero vestite di fucsia e tirate su la cresta per gridare “Abbatti Montecitorio,Oi!Oi!”, sarei stato più interessato – si sarebbe trattato sempre di mia nonna. Ma è proprio quell’aura da ragazzi-di-città-che-vogliono-fare-i-contadini che mi turbava, quell’incoerenza di fondo e finzione evidente; a maggior ragione perché si è rivelata una scelta mediatica forte. E diciamo che, sotto sotto, ce l’avevo con loro per il contratto con la patinata Island e tutto il trantran che ne è seguito. I numeri parlano chiaro. Stasera un cartello fuori dal Circolo dà per esauriti i biglietti: lo noto subito quando arrivo, un po’ in ritardo per il Muro Torto inspiegabilmente chiuso al traffico, e scuoto la testa. Assistere a un’esibizione di un gruppo da rivalutare – perché è questo che sono venuto a fare – è una buona idea, ma non con una muraglia di cinquecento fan impazziti (sic!) davanti.

I quattro stanno già suonando, o meglio, cantando. Tutti e quattro con voci indelebili, calibrate, in una parola: belle. Questa la prima cosa che penso quando guadagno l’ingresso. Temevo lo sfacelo, ma non c’è stato assolutamente. E dire che sono la band col più alto tasso di “Your Heart”/strofa. E la canotta di Marcus Mumford stasera è così palesemente bianca di lavatrice. Invece il gruppo di wannabe contadini, pur non sapendo probabilmente reggere una zappa in spalla, sanno tenere bene gli strumenti. Sanno essere versatili e dare a tutta l’esibizione una carica inaspettata, una partecipazione absolutely non fiction, tanto che è una gioia starli a guardare. In tre si alternano alla batteria – che è assente comunque nella maggior parte dei brani, a parte una grancassa di oscura provenienza (sottopalco?bagno dietro ai camerini?quella ragazza ferma dietro al bancone con le braccia incrociate?) che batte i quarti. Si accendono di colpo, si piegano in avanti e il pubblico batte le mani a tempo. La chitarra resofonica è artefice del miracolo: sembra di sentire tutta una serie di nitriti di cavallo e rumori di fattoria, a tempo e dietro l’angolo. C’è il sosia del tipo dei Monotonix che si dimena in un rodeo improvvisato davanti al palchetto dei fonici. Anche il mio piede fatica a star fermo. E allora arriva l’illuminazione. Il vero problema dei Mumford sono proprio le canzoni: un buon 70% è da buttare, per noia, scontatezza e, appunto, tutti quei cuori allegorici e spaccati. Ci vorrebbe un’altra Laura Marling, possibilmente in camicia e barba, ad occuparsi del songwriting. Per il resto vanno alla grande, dategli un palco e un po’ d’attrezzatura e porteranno in scena una festa di paese con indubbia efficacia e carisma a iosa. Che in fondo è l’unica cosa che conta. Solo, per adesso, continuerò ad ascoltare gli Okkervil River. Non me ne voglia nessuno.

Filippo Bizzaglia

26 COMMENTS

  1. Mi permetto di fare delle riflessioni da semplice fan quale sono.

    #1. “I testi sono smielati”. Forse invece meritano più attenzione. Oltre ai vari “heart” e “love” ci sono moltissimi riferimenti letterari, ad esempio a Steinbeck e Camus, tanto per citarne un paio. L’amore di cui si parla, poi, non è sempre necessariamente “boy meets girl”. C’è umanesimo e c’è spiritualità. E a mio parere, momenti di alta poesia. Non faccio citazioni per non appesantie. Ma forse sono anche io una inguaribile romantica.
    #2. “Non hanno le canzoni”. Cos’è una canzone? Per me, una canzone è una combinazione organica e significativa di testo e musica, con un carattere proprio e un ritornello forte. Se i Mumford non hanno canzoni, chi ne ha, Bjork?
    #3. “Ragazzi di città che fanno il folk” A parte che non è Folk puro. E’ un misto di folk, rock, bluegrass e altro. E comunque, non credo che sia necessario coltivare patate per fare folk. In base a questo principio Flaubert avrebbe dovuto cambiar sesso per scrivere Madame Bovary e Michelangelo morire per dipingere il Giudizio Universale. Ma so che i Mumford, nella loro umiltà, non accetterebbero tali paragoni, frutto della mente annebbiata di una fan. Diciamo allora più semplicemente: che ad esempio per fare rocknroll bisognerebbe essere americani. Noi, ad esempio, possiamo suonare solo la tarantella? Non so.
    #4. “Dove sarà mai la cassa?”. Marcus non ha un problema motorio alla gamba destra: la gambetta che va su e giù suona la grancassa. Bastava alzarsi in punta di piedi (o guardare un video su Youtube) per scoprire l’arcano. O voleva essere una battuta? Annebbiata, ho perso anche il senso dell’umorismo? Non importa, per fortuna loro, i Mumford, ne hanno a bizzeffe.

  2. la cassa di oscura provenienza la suonava Marcus Mumford.
    Prima di recensire qualcosa comunque è bene informarsi…

  3. Te soffri proprio di sindrome da indie snob!!
    Nonostante il tuo piede batta il tempo e vorresti lasciarti trascinare dal sound, ti trattieni a denti stretti e cerchi a tutti i costi elementi per smontare il gruppo del momento.

    Questo post è una cozzaglia di frasi fatte e luoghi comuni.
    Probabilmente se ti fosse toccato di recensire i Beatles a suo tempo avresti detto che erano un fenomeno Pop!
    Bravo, continua così, hai un futuro, come megafono di Pitchfork!
    Non volermene, eh, ma l’atteggiamento che usi, al di là di quello che dici (una serie di cose che non stanno né in cielo né in terra), è davvero irritante!

    Ultima cosa: come fate voialtri a idolatrare la tanto impegnata Laura Marling?
    Se vale il discorso della non autenticità dei Mumfords, per citarti “quell’incoerenza di fondo e finzione evidente”, allora a maggior ragione dovrebbe valere per Miss NeoSesantottina nata però nel lontano… 1990!
    Dai, su su.
    Un po’ di coerenza.

  4. Inizio con tre citazioni da http://indiesnobism.wordpress.com/

    Ieri sera concerto della vita. Eravamo in sei.
    E’ morto Mark Linkous. Non posso sopportare l’idea che adesso gli Sparklehorse diventeranno mainstream.
    Ho scoperto che la loro casa discografica è stata comprata dalla EMI, quindi non sono più indie.

    Ti ci riconosci, vero? Anche tu ascolti gruppi che ancora non esistono? Sei anche tu uno di quelli che ai concerti stanno in ultima fila, le mani in tasca, l’aria intellettuale e concentrata, pensando al modo migliore di demolire la band sul palco?
    Ah, poi le critiche che ti stiamo facendo, lo so, lo so, danno ancora più risalto al tuo ego da indiesnob ferito, ma consapevole, uno, uno solo tra i molti, che riesce a vedere oltre la patina commerciale delle cose, che dietro ad ogni pezzo riuscito riconosce la progettualità economica, la pianificazione di musica ed immagine.
    Cazzo, bravo!
    Fammi indovinare: i Pink Floyd di Ummagumma si, perché fa figo anche se non riesci ad ascoltarlo (diciamocelo, a meno che tu non sia strafatto non se po’ sentì), mentre The dark side of the Moon no, ha venduto troppo. Il White Album si, Help no. Kid-A si, Pablo Honey no. Se vuoi posso continuare.
    Poi le camicie a quadrettoni non vanno bene, mentre la banana di Elvis, quella non centrava nulla con l’immaginario rock’n’roll.
    Ti masturbi leggendo Pitchfork?
    Ora le critiche costruttive.
    1- Non si capisce bene se tu sia più interessato alla musica dei Mumford & Sons o alle loro camicie/canottiere bianche di lavatrice (a mio avviso un dato davvero poco interessante, anche se confortante. Almeno si lavano. Forse con la canotta sporca sarebbero stati più indie…). Sembri davvero ossessionato dalla loro immagine, al punto di ammettere, e cito, che “già l’idea di quattro londinesi costretti a entrare a forza dentro camicie a quadri e scarpe da fattore era cosa troppo esilarante per considerare la possibilità, di norma seriosa e ben ponderata, di un ascolto.” Bah…
    2- Il contratto con la Island. I ragazzi hanno suonato qualcosa come 240 live in un anno, in praticamente tutti i pub di Londra, prima di entrare in contatto con la casa discografica. I pezzi erano già pronti da molto, ed è stato grazie al passaparola dopo le loro esibizioni che sono arrivati dove sono ora.
    3- Laura Marling è una palla, eccheccazzo. La struttura dei loro brani sarà anche ripetitiva, potrei essere d’accordo. Inizio lento, cavalcata, cori, ma lo fanno talmente bene che gli Okkervil River (pur non essendo un indie snob li ascolto anch’io) in confronto, fanno addormentare gli insonni. E’ un album con almeno otto singoli. Davvero non capisco come tu faccia a dire che hanno il problema del songwriting. E quello che mi infastidisce ulteriormente è che suggerisci la Marling, per quel ruolo. Ma l’hai mai ascoltata o l’hai solo sentita dire? Il primo album possiamo anche salvarlo dal baratro, ma il resto, dai, seriamente, dai…(sto assumendo il tono di voce di Giulio Tremonti…), è una lagna e ti sfido a canticchiare anche solo una sua canzone. Non le ricorda nemmeno lei.
    4- La tua ignoranza in materia musicale si palesa con la cassa di Marcus Mumford. I problemi sono 2!!
    Innanzitutto il piedino di Marcus faceva evidentemente suonare la grancassa che aveva davanti. Meraviglia delle meraviglie non era solo coreografica.
    Infine, e qui subentra l’ignoranza o la mancanza di ascolto, in quasi tutti i brani c’era una base di batteria elettronica, se non te ne fossi accorto, ma pensavo che nel 2010 questo non costituisse reato alcuno.
    Scusa, dimenticavo che per gli indiesnob potrebbe essere materia da diritto penale…

    Marco

  5. Io avevo capito che il concerto non gli era piaciuto. Poi ho letto la recensione ed ho visto che era positiva e ho pensato che il prosecco di prima mattina non devo più berlo perchè c’era qualcosa che non quadrava. Allora ho riletto e ho avuto la conferma che davvero ne parlava bene. Pensa se ne parlava male. Fatevi una doccia fresca perchè siete dei disperati.

  6. Evidentemente molti di voi,probabilmente quasi nessuno,conosce i contenuti del nostro sito. Da sempre,chi scrive, osteggia aspramente una certa parte di critica specializzata che prende come unico spunto, come unica fonte di notizie(da copia e incollare), come unica voce custode di verita’ il più’ volte citato pitchfork. Nessuno ha poi mai incensato la Marling (???).
    A nerds non esiste nessuna linea editoriale. Lo ripetiamo per l’ennesima volta. Se cosi fosse il precedente concerto della band non sarebbe stato reportato in maniera cosi positiva. Molto spesso non mi trovo in accordo con alcuni dei giudizi dati da alcuni dei collaboratori a certi artisti, ma e’ questo il bello di avere una testata libera, varia e per questo di successo.
    Le opinioni altrui, i giudizi, vanno sempre rispettati, discussi ma rispettati. Eppure esiste ancora una frangia dura a morire, di persone che seguono la musica come seguirebbero una squadra di calcio: con il veleno del tifo. Che obnubila, annebbia, fa perdere la ragione, l’obiettivita’ e il rispetto verso il prossimo. Ed e’ qui che termina la nostra tolleranza.
    La nostra pazienza. Costretti ad essere testimoni dell’ennesima sommossa adolescenziale. Dell’ennesimo delirio. Non sara’ certo una critica negativa (ma quella di bizzaglia lo e’ davvero?) A far perdere l’amore che abbiamo nei confronti del nostro artista del cuore no? Da domani cambierete idea? Ascolterete solo free jazz? Non crediamo.
    Ecco perche’ siamo molto tristi nell’assistere a queste puerili ed infantili manifestazioni di incivile ed ignorante protesta. Ma domani saremo ancora più convinti, forti e decisi nel continuare il nostro lavoro. Libero da pressioni, libero da schemi precostruiti, libero dal dover apparire prima che essere, libero da modelli fasulli e deteriori. Libero dall’invidia.
    Potremmo continuare a discutere su un gruppo e su un disco all’infinito ma in termini “adulti” e non certo in questi cosi incredibilmente puerili.

    ET

  7. “Sanno essere versatili e dare a tutta l’esibizione una carica inaspettata, una partecipazione absolutely non fiction, tanto che è una gioia starli a guardare. In tre si alternano alla batteria – che è assente comunque nella maggior parte dei brani, a parte una grancassa di oscura provenienza (sottopalco?bagno dietro ai camerini?quella ragazza ferma dietro al bancone con le braccia incrociate?) che batte i quarti. Si accendono di colpo, si piegano in avanti e il pubblico batte le mani a tempo. La chitarra resofonica è artefice del miracolo: sembra di sentire tutta una serie di nitriti di cavallo e rumori di fattoria, a tempo e dietro l’angolo”

    sarebbe una recensione negativa Marco? Non hai mai letto le mie.

  8. Rispondo in modo altrettanto “adulto”. Quello che mi ha infastidito non è stata la recensione in sè, quanto l’atteggiamenti dichiarato sin dall’inizio. Se vogliamo discutere di MUSICA sono ben felice. Se, al contrario, il pre/giudizio all’ascolto di un gruppo è il modo in cui si vestono i componenti, o l’etichetta che li produce allora non posso non farlo notare e trovarmi in disaccordo con qualunque cosa venga scritta in seguito. Il giudizio su un’esibizione o su un album deve riguardare, per professionalità, l’esibizione o l’album stesso, non la canottiera del cantante. Della canotta del cantante non dovrebbe importarti nulla. Ho dato ragione a Filippo Bizzaglia sul fatto che la struttura delle canzoni è ripetitiva, ma d’altronde non lo è tutto il rock’n’roll, tutto il blues, l’hard rock ecc…? Non è forse più importante la resa? Ho sempre il sospetto che chi, come voi, si riferisce ad un pubblico ‘colto’ (colto inteso come attento, appassionato, ecc.) musicalmente corra sempre il rischio di diventare snob, di evitare prodotti di successo, non perché commerciali (a quel punto vi darei ragione), ma perché vincenti. L’atteggiamento da losers, che la roba buona la capiamo in pochi, e, nel caso ci sia un riscontro di pubblico eccessivo, evidentemente qualcosa di sbagliato, di finto, ecc., di deve per forza essere.
    Credo, con tutto l’amore per la musica, che questo atteggiamento faccia male, e non bene, che releghi la buona musica negli scaffali di pochi, e che quei pochi, in fondo, siano anche soddisfatti nell’essere eterna minoranza. Io, in quell’eterna minoranza, ci sono purtroppo dentro (non sto qui ad elencarvi i miei ascolti o i miei vinili), ma con rammarico.

    Marco

  9. “puerili ed infantili manifestazioni di incivile ed ignorante protesta”

    è evidente che da queste parti non avete idea di cosa sia un libero scambio di opinioni in merito ad una certa questione, che, invito a rileggere, non è mai sfociata nell’inciviltà.
    Semmai i vostri “puerili/infantili” e “ignoranti” suonano abbastanza offensivi, dato che non avete idea di chi, dall’altra parte, stia scrivendo.
    Chissà come mai, altrove, queste cose non succedono mai.

    Bizzaglia ha detto la sua e, come gli è stato fatto notare, ha vagliato più aspetti superficiali di marketing e look piuttosto che attenersi a questioni strettamente musicali per sentenziare sul gruppo in questione.
    Non un attacco personale , una critica rivolta ad un atteggiamento, un modo di porsi.
    Negli stessi termini usati da lui stesso per recensire i M&S.

    E, molto semplicemente, questo gli è stato fatto notare, indipendentemente dal fatto che si trattasse dei Mumford&sons. Sarebbe stato identico se la stessa sorte fosse toccata, che so io, ai BRMC, che, ad esempio, la sottoscritta detesta.
    Un po’ polemicamente si è voluto porre l’accento su un modo antipatico e, ahinoi, molto diffuso di ascoltare musica: informarsi prima via internet sul gruppo in questione, sapere quale look sfoggi, andare a vedere quanti sold-out e dischi possa vantare.

    Bene, nel 2009, quando casualmente mi è capitato sotto “orecchie” Sign No More, non avevo idea di chi fossero costoro, che facce avessero, da dove venissero, se fossero più o meno indie.
    Semplicemente ho scoperto un disco sin dal primo ascolto capace di sorprendermi.
    Ho conosciuto le loro facce mesi e mesi dopo al Covo di Bologna, con le quali ho poi avuto il piacere di trascorrere l’intera serata post concerto, a parlare di Londra e tortellini, venendo solo allora a conoscenza di chi fossero e quanti anni avessero.

    Quel che voglio dire è che non si tratta di stabilire quanto siano Indie o meno i Mumford o la Marling, oppure quanto io o quell’altro siamo”fan” che si indispettiscono nel leggere le minime critiche.
    Si tratta di ascoltare musica, magari da un disco fisicamente nelle nostre mani, e di spegnere internet, lasciar perdere i post, farci martellare il cervello e le orecchie da questa o quell’altra opinione.
    Perché Pitchfork, che tutti leggiamo, serve a farci conoscere musica, non a farcela risalire dallo stomaco.
    O più semplicemente si tratta di essere liberi. Musicalmente e di pensiero.

    Ciao e grazie della discussione.

    Francesca, fotografa, da Bologna.

  10. No, non riusciamo proprio a comprenderci.
    Sarà la mancanza di aria buona, come dici tu, ma io che la scuola l’ho finita da un pezzo, vi lascio a bearvi dei vostri voti.

    I sottili virtuosismi da blogger non fanno per me.
    À Bientôt.

  11. Non ci siamo capiti, credo. Io non sto dando nessuna colpa né a Bizzaglia né a te che stai rispondendo. Non sto mettendo in discussione i gusti personali. Per quanto mi riguarda potresti ascoltare Tiziano Ferro o Sabrina Salerno che il discorso sarebbe lo stesso. Non mi permetterei di contestare le inclinazioni musicali di nessuno (o quasi…siamo sinceri). Non è mia intenzione nemmeno criticare il lavoro che fate nel vostro sito, dal momento che ne svolgo uno analogo, se pur saltuariamente. La mia è, invece, una critica formale/professionale. Pitchfork ha stroncato i Mumford portando motivazioni “musicali” che io non condivido. A dir la verità raramente condivido le loro ragioni. Ma, in ogni caso, hanno parlato di MUSICA, non di abiti e case discografiche.
    Ipotizziamo che tu fossi un fan di Tiziano Ferro, tanto per continuare l’esempio di prima. Io non mi permetterei di dirti che mi fa sorridere l’idea di ascoltarlo perché porta dei pantaloni rosa. Ti spiegherei perché non mi piace, ammettendo, tra le altre cose, che nel suo lavoro è pure bravo.
    Se il mio problema sono i pantaloni rosa dovrei stroncare pure i Radiohead (continuo con l’esempio, evidentemente) se Thom York ne indossasseun paio nel prossimo tour. In questo senso ho percepito dello snobismo. Poi, se a Bizzaglia non sono piaciuti, è liberissimo di scriverlo, ci mancherebbe. Parlasse, però, di musica.
    p.s. per Dante. Forse non hai colto il leggerissimo sottotesto ironico della citazione che hai riportato. Non erano complimenti, quelli…

  12. ma che hai scritto?
    dare una ricontrollatina prima di pubblicare recensioni concerti.
    manco te sei accorto che sonava la grancassa il chitarrista.
    E’bene prima informarsi e poi scrivere.
    The tallest è talento vero e perchè che fa?
    se usassi il tuo metodo potrei dire che è uno sfigato che copia dylan 40 anni dopo.
    nelle recensioni dei concerti invece di fare i filosofi si parla delle canzoni che hanno suonato come le hanno suonate .
    i Mumford hanno un cd pieno di belle canzoni dove difficilmente ne salti una.
    dal vivo poi hanno una grinta che in quattro valgono per 12.
    le loro voci danno un’epica alle canzoni ancora più che su cd.
    Sono un fan sfegatato dei Mumford?
    no sono uno a cui piace la musica e meno i recensori imprecisi
    Gian

  13. io non seguo particolarmente i M&S ma l’introduzione di questo report, tra camicie-canotte e nonne, mi è sembrata abbastanza divertente e mi ha indotto nel continuare la lettura.
    non fate tanto i bacchettoni sulla “musica pura”: tutto è, e lo è sempre stato, influenzato dall’immagine, dal marketing. Elvis era anche immagine, così i Beatles e chi più ne ha più ne metta. che male c’è a parlarne, il concerto è uno spettacolo e non può prescindere da come si presenta l’artista.
    e chissene frega se Filippo è un pò indiesnob e non ha visto ‘sta grancassa, magari è un pò ciecato o era brillo o stava in fondo!!!!
    ora mi ascolto il disco bevendo un chinotto in tranquillità
    ;>

  14. 1)a me il pezzo citato da dante comunque non sembra ironico

    2)ma perchè è partita sta crociata contro il recensore (che, anticipo, non so neanche chi sia)?
    Dai su, ha espresso dei dubbi sulla “autenticità” del gruppo per via di quello che tutto leggiamo su internet, e comunque a vederli ci è andato lo stesso. Ha espresso un suo parere, cioè che a lui il concerto è mediamente piaciuto, che loro sono bravi, ma il songwriting non è eccelso. Punto. Non vedo attacchi personali, non vedo manie di protagonismo indiesnob nè buchi di ignoranza musicale.
    Ok, non si sarà accorto della cassa tenuta dal chitarrista, ma in finale sticazzi?
    Io non sono d’accordo col recensore sui M&S, per me il songwriting non è male, però è una mia opinione e non mi sogno minimamente di mettere in dubbio la sua, che oltretutto al concerto c’è andato.

    Qua non si tifa nessun artista del cuore, qua non ce ne frega un cazzo che voi l’avete conosciuti e sono ragazzi simpatici, qua non ce ne frega un cazzo che pitchfork li smonta e quindi devono essere belli per forza, ma soprattutto qua si fa informazione libera, ognuno con la testa sua e ognuno con le sue idee. Che possono essere condivise o meno.
    Poi a voi sarà sembrata una recensione dettata dal dover per forza smontare un gruppo che ha avuto successo. Per me no. Quindi?

  15. difatti non c’è nessun quindi. Difatti, se aveste letto la mia risposta precedente, avreste capito che non è mia intenzione discutere i gusti personali di nessuno. E credo sia informazione libera anche il poter criticare non i gusti, ma i pre-giudizi di chi recensisce, perché dal momento che si decide di pubblicare una propria opinione, di farne un articolo, di farla leggere, automaticamente ci si espone alle idee degli altri. Nemmeno a me interessa che Pitchfork li abbia smontati, né, d’altra parte, sono il mio “gruppo del cuore”, come l’hai chiamato. Il problema, ripeto, non è la sua opinione su come i Mumford hanno suonato, opinione, tra l’altro piuttosto positiva; il problema è l’infondatezza di pre/critiche basate su camicie a quadri countryeggianti o canotte troppo pulite. Questo, invece, non lo accetto. A me, per fare un esempio, Keith Jarrett mi suscita istinti omicidi, per come si atteggia, per la sua strafottenza, per mille motivi legati all’immagine e al personaggio. Ciò non toglie che ho tre copie del Koln Concert e che lo consideri il più grande pianista del secondo ‘900. Sarò riuscito a spiegarmi? Il mio “artista del cuore” è Bob Dylan, lo è stato nel suo intervallo “religioso”, per quanto non sopporti la sua immagine legata a quel periodo, lo è stato nel primissimo periodo chitarra e voce, lo è stato con Highway 61 e la svolta elettrica. Non lo è ora, perché MUSICALMENTE non produce niente di interessante da almeno 20 anni.
    E, certo, la musica è sempre stata legata all’immagine, per le fan, per le groupie, per il tg di canale 5. Mi aspetto però che un sito che si occupa di musica seriamente, come sembra facciano qui, non si abbassi a quello stesso livello. Per l’appunto, se siamo in grado, parliamo di musica e critichiamo la musica, e non il colore dei calzini, per favore.

  16. Caro Marco il tuo punto di vista non è chiaro. E’ chiarissimo. E anche condivisibile, anzi condivisibilissimo. L’unico aspetto sul quale però non ci troviamo è il fatto che in una recensione di un live non si debba parlare, accennare, sottolineare, segnalare anche gli aspetti di puro “folklore”. Dove sta scritto? In quale manuale? Evidentemente abbiamo avuto (alcuni di noi, intendo) maestri differenti. Trovo personalmente superato quel modo di raccontare la musica. Elencando ogni pezzo, descrivendo ogni singola nota, raccontando di ogni singolo suono emesso da quello strumento, narrando delle ottave della voce del cantante, argomentando di rese sonore, acustiche e specifiche tecniche. Non fa per me, non fa neanche per Filippo (credo). Il giornalismo musicale è, PER ME, altro. Raccontare le emozioni prima di tutto. E nel raccontarle riuscire (non sempre è impresa facile) a far emozionare il lettore. Una sorta di replay, una sorta di piccola storia in mezzo ad una tanto più grande. Per fare questo si può e si deve anche scrivere del contorno. Che può essere un sorriso di una ragazza, una camicia smaccatamente kitsch, una battuta da fondo sala, un battito del cuore. Rabbrividisco quando leggo di tecnica, di scrittura dei pezzi, di spartiti e di altro. Un retaggio tutto italiano, ti assicuro, radicato nella cultura propriamente “progressiva” e pseudo-metallica. Ma, come ripeto, è il mio modo di intendere la professione. Che critica, come dici te, anche la musica ma lo fa donando al pezzo in questione il proprio riconoscibile “stile”.

    Saluti

  17. Ultima risposta, altrimenti non la finiamo più. Sono anch’io d’accordo sul fatto che nel raccontare un concerto si debba parlare anche del contorno, dell’atmosfera, delle tette della vicina. E’ più interessante la lettura, più divertente, ed è più divertente anche scriverne. La mia impressione è stata, però, di pregiudizio iniziale, non di folklore nel racconto. Trovo limitante per se stessi non ascoltare qualcosa semplicemente perché l’immagine pubblicitaria/discografica è forzata o costruita. Come ha scritto un altro lettore prima, è sempre stato così. Mi aspetto, per l’appunto, che chi decide di interessarsi di musica in modo serio e approfondito, condisca sì, le recensioni di concerti con particolari bizzarri e che mi faccia magari sorridere leggendolo, ma che non decida di assistere al concerto già con la puzzetta sotto il naso perché la Island ha prodotto il gruppo in questione o perché il cantante profuma troppo di borotalco. Non leggerei una recensione del tipo: brano n.1, in sol minore, archi chitarra ecc.. alcune variazioni sul tema di….ecc…che palle! Sono d’accordo. Ti è piaciuto il concerto? si. Oppure no. Spiegami i motivi, dimmi che i brani hanno la stessa struttura e li trovi ripetitivi. Io non la penso così, ma non te lo contesterei mai.
    “primo – giudizio di merito – pur essendo un aficionado di neo folk, alt folk etc., non mi ero mai posto il problema di considerare benevolmente la ditta Mumford (“Sono degli sfigati! The Tallest Man On Earth, quello ha talento vero”), e secondo – giudizio di necessità – già l’idea di quattro londinesi costretti a entrare a forza dentro camicie a quadri e scarpe da fattore era cosa troppo esilarante per considerare la possibilità, di norma seriosa e ben ponderata, di un ascolto”: questo non è accettabile da uno che ascolta musica con attenzione. Questo è da groupie, da canale 5. La possibilità di un ascolto non deve mai dipendere da questo, secondo me.

    saluti

  18. premetto che stamattina alle sei ero al porto di civitavecchia e sto morendo dal sonno. sinceramente, non lo capisco tutto questo accalcarsi, questo sgomitare. attaccarsi a una frase, poi un’altra e un’altra ancora è una cosa pignola e stupida, oltre che noiosa e alla fine anche confusa. vi dirò due parole.
    questa recensione è stata scritta con ironia. tutto è ironia, i commenti sulle camicie, sulla nonna, sulla canottiera, sui nitriti di cavallo. è ironica la parte iniziale. è ironico sbattere in faccia al lettore un pregiudizio così palese, così strafottente sulla poca voglia di ascoltare il gruppo. ed è da fessi non capirlo. i M&S, su disco, non mi piacciono. li trovo scarsi, e l’ho scritto. mi piace Laura Marling (certo anche per ragioni legate al sesso) e chi dice che The Tallest Man On Earth plagia Dylan – questo sì che è indie snob – secondo me non ha capito nulla e può andare a raccogliere cavoli, perché lo svedese ha la voce e ha le canzoni. direte che l’ironia va a scapito della professionalità? non sono d’accordo. non credo che la gente che legge questi report voglia carichi di informazioni e biografie personali degli artisti. per quello esistono altre cose, profili, notizie, recensioni di album. ma per fortuna nei live report, dove tutto è più immediato, vivo, e lo spettacolo è proprio lì, davanti ai tuoi occhi, c’è ancora spazio per una scrittura diversa, più libera e lontana da un’altra scrittura più informativa (tipo “Pitchfork, che tutti leggiamo”) e certamente utile. c’è spazio per l’ironia, anche e soprattutto rivolta verso quegli stereotipi del giornalismo musicale che, s’è capito, non piacciono a nessuno dei presenti.

    poi. non sono un indie snob, non conosco indie snob e i pochi che ho incontrato li prenderei a pizzoni. i primi commenti strampalati di rem e marco, quelli in cui dicono tutte le cose che faccio e che non faccio, sulla mia vita da indie snob e tutto il resto, non erano troppo divertenti (e comunque tranqui raga, qui non si offende nessuno). è più divertente questo e non ci devi perdere nemmeno mezzo minuto http://www.youtube.com/watch?v=-2uxo426qS8. certo la cosa delle seghe su pitchfortk era un po’ fortina.
    comunque. tornando al discorso sull’ironia. la roba della grancassa, che nessuno di voi cretini ha capito, non è neanche ironia, ma una battuta vera a propria. che la suonasse Marcus lo si intuiva, anche senza vederlo (ero in fondo e no: non ero alticcio e non porto occhiali da vista). che poi sia una battuta triste, o non troppo efficace, posso accettarlo, e in effetti a rileggerla non fa neanche troppo ridere, anche se si sa che il sonno è la morte della risata. ma per scambiarla per un imprecisione, e per ripetere ‘sta storia in cinquanta si deve essere proprio cretini, o in malafede, e non so quale delle due sia peggio. questa poi “nelle recensioni dei concerti invece di fare i filosofi si parla delle canzoni che hanno suonato come le hanno suonate” è proprio da QI sotto terra: a parte le virgole che vabbè, ma di che stiamo parlando? di procedure burocratiche? della prassi giudiziaria? meno stretti di cervello, per piacere.
    l’unica cosa che non sapevo era il calibro dei testi: addirittura Steinbeck e Camus, fantastico. sto per scrivere una parolaccia: ma che cazzo c’entra? citare qualcuno non vuol dire scrivere bene. per le canzoni, poi, il discorso si fa ancora più radicale. se uno cita (qualcuno di serio, saggio, e geniale) non è automaticamente serio e saggio anche lui. ma queste sono quisquiglie, cose ovvie: la letteratura è altro. e poi scusa, Steinbeck e Camus sono due scrittori strafamosi, non ci vuole (ops! ancora) proprio un cazzo a citarli. io, per dirti, li ho letti al ginnasio. i Cure hanno citato Camus, ma quella canzone resta un classico per tutt’altro motivo che non la pura citazione.
    credo sia tutto, e comunque: uno non può perdere tempo appresso alle discussioni nei commenti. è proprio una cosa ridicola per chi si accanisce e un’ingiustizia per chi deve replicare. cioè, ci ho perso quasi un’ora, alla fine. potevo dormire.
    e ora ci vado. niente livore, eh.

  19. be come autore ironico non mi semnri un granchè
    comunque fesso e cretino ce sarai
    ciao ciao

    the tallest ha la voce e le canzoni per te e non necessariamente per gli altri

    e comunque era ironico

  20. scusate ma una scopata ogni tanto no?
    alcuni hanno reagito al live report di questo gruppo mediocre (di cui tra 10 anni si saranno dimenticati tutti) come se gli avessero insultato la moglie… mah

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